L'editoriale

domenica 31 Maggio, 2026

Morire nel mese di maggio

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Se l'Autonomia vale qualcosa, usiamola per inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, per esautorarlo se non è in grado di redimere l'errore e di costruire nuova vita: con la sorte di Abrar, abbiamo perso tutti

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». Lo avrebbe colto Leonard Cohen che nella sua poesia in musica – «Who by fire» contemplava la morte, soffermandosi sulle sue motivazioni, sulle scelte, sulle modalità con cui si può perdere o rinunciare alla vita. «E chi col fuoco, chi con l’acqua/ chi alla luce del sole, chi di notte/ chi per ordine superiore, chi per processo/ chi nel festoso festoso mese di maggio/ chi per lento decadimento/ e chi dirò che sta chiamando?».

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». Aveva 21 anni, la primavera dell’esistenza. Si è tolta la vita – l’autopsia chiarirà oltre ogni dubbio e dolore – perché come il Michè di De André non poteva stare sei anni lontano da te. Dalla libertà, dalle parole accoglienti e curative di una madre che la ama, dall’aria senza sbarre, dai problemi. Si è lasciata andare per sfuggire al supplizio della detenzione e delle sue procedure disumane. Cinque cambi di carcere, la famiglia che si fa piccola all’orizzonte, l’isolamento: è la cinica pena accessoria in un sistema culturale che esalta la punizione e non si cura delle biografie, delle ferite.

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». È la venticinquesima carcerata che si toglie la vita nel 2026. Non ripeteremo qui la filastrocca di un apparato giudiziario che non rieduca, non riabilita, ma fortifica il concetto di pena esemplare. Retorica. Anni di dibattito, nessun risultato. L’ultimo governo ha introdotto più di 50 nuovi reati, decine di aggravanti: il carcere rimane lo spettro morale da agitare e l’ambizione da costruire. L’«ortopedia sociale» che diventa esempio: hai sbagliato, ti disciplino, rubandoti l’anima e rinchiudendo il tuo corpo. Nelle carceri italiane ci sono 65mila detenuti, il tasso di sovraffollamento è del 138%. La recidiva è altissima (il 46% degli incarcerati ha da 1 a 4 detenzioni alle spalle). La sopravvivenza è un filo disseminato dalle associazioni e dagli operatori e operatrici che nelle prigioni lavorano nelle restrizioni per alimentare la speranza e per scavare la luce in orizzonti di buio. Ma lo Stato può delegare la speranza?

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». Nella foto che disponiamo guarda il telefono, forse si predispone per un selfie. Ha unghie curate, uno sguardo profondo, i capelli lunghi, le labbra carnose. Gli occhi scuri sono sullo schermo, o lo sorvolano. Abrar ama l’arte e la pallavolo. La musica. Abrar è persino fortunata. La sua storia ha un nome, un cognome, dei lineamenti, delle parole che aprono sentieri di conoscenza biografici. È uscita dalla schiera degli anonimi che scelgono di sciogliere l’abbraccio carcerario, che obbligano ad aprire la cella. Anonimi per privare la società di uno sguardo con cui empatizzare e interrogarsi, anonimi per pudore e ipocrisia, anonimi per una morale che ancora li isola. L’ultima pena. Ma, al fondo di tutto, c’è che il carcerato rimane saldamente l’anello conclusivo della catena umana, l’impossibilità incarnata.

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». I suoi sogni di ragazzina sono evaporati in una domenica mattina. In carcere aveva modellato un vaso: un volto con le mani sugli occhi. La vergogna, condivisa con un sacerdote, per quei furti e rapinette che le avevano sortito un cumulo di pena da omicida. A Trento, nel periodico «Non solo dentro» – pubblicato da «Vita trentina» in collaborazione con Apas – aveva composto due testi musicali con Feet Abri. In «Rich» scriveva, Abrar, che «non mi serve un dizionario per capire cos’è un penitenziario. È solo che non comprendo il vostro sistema carcerario, non è mancanza di affetto che mi ha portato qui dentro, è solo che lo Stato non mi ha apprezzato».

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». Ci vuole molto coraggio a morire nel mese di maggio. Lo diceva anche Piero, con l’anima in spalle. Ma la disperazione non conosce le stagioni. «E chi scivolando via in solitudine, chi coi barbiturici/chi in questi regni d’amore, chi per un colpo improvviso/e chi per una valanga, chi per polvere da sparo/chi per la sua avidità, chi per fame/e chi dirò che sta chiamando?».

Abrar se n’è andata «nel festoso mese di maggio» e «in solitudine». Eleviamola a simbolo di quello che abbiamo perso, della nostra incapacità di avere attese più altruiste e umane, della nostra indifferenza. Se l’Autonomia vale qualcosa, usiamola per inchiodare lo Stato alle sue responsabilità, per esautorarlo se non è in grado di redimere l’errore e di costruire nuova vita. Di perdonare. Di affermare il diritto, anche dei detenuti e delle detenute, perché è da qui che si misura la qualità di una democrazia e delle sue relazioni. E con la sorte di Abrar abbiamo perso tutti. Tutti colpevoli. Ma nessuno di noi pagherà il conto. «E chi per coraggioso assenso, chi per incidente/chi in solitudine, chi in questo specchio/chi per ordine della sua signora, chi di propria mano/chi in catene mortali, chi nel potere/e chi dirò che sta chiamando?».