La rubrica

venerdì 29 Maggio, 2026

I grandi maestri si mettono a nudo: da Almodóvar a Mungiu, il cinema (a Cannes) che racconta i conflitti del presente

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L’autoanalisi intima dello spiazzante «Amarga Navidad» e la Palma d’oro geopolitica di «Fjord». Spazio anche al monumentale ritorno del russo Zvjagincev e allo spettacolo horror fantascientifico del coreano «Hope»

AMARGA NAVIDAD

(Spagna 2026, 111 min.) Regia di Pedro Almodóvar, con Leonardo Sbaraglia, Bárbara Lennie

Raúl, celebre regista cinematografico in crisi creativa, sta scrivendo una nuova sceneggiatura, cercando più o meno consapevolmente di utilizzare la pratica dell’autofiction per affrontare i problemi con il compagno Santi e l’assistente Mónica. La storia del suo nuovo film, ambientato nel 2004, ha per protagonista Elsa, regista di spot pubblicitari che si trova a fronteggiare un periodo difficile dopo la morte della madre e che per riprendersi decide di trascorrere alcuni giorni di vacanza a Lanzarote, nelle Canarie, lasciando a casa il fidanzato Bonifacio. Ma più la sceneggiatura prende forma, più i riferimenti alla vita di Raúl si fanno evidenti e nel mondo reale non tutti sembrano apprezzare. A quasi 77 anni e al suo venticinquesimo lungometraggio, Almodóvar si mette a nudo come mai prima d’ora, parlando esplicitamente del proprio privato (la morte della madre) e del bilancio della propria produzione artistica.

Sorretto da una sceneggiatura eccezionale per come fonde finzione e vita reale, un film volutamente all’apparenza minore, come spiegato magistralmente nella riflessione che si trova all’interno del film stesso, cui giova tantissimo l’elegante messinscena che accentua le sperimentazioni geometriche e cromatiche già utilizzate nel precedente La stanza accanto. Siamo lontani dal regista fiammeggiante e lussureggiante del passato, ora è tempo di autoanalisi e in questa nuova fase Almodóvar trova una sorprendente freschezza, che a molti è parsa formalmente un passo indietro o una dichiarazione di resa, motivo per cui il film è stato, purtroppo, forse poco compreso e apprezzato. In realtà è la consapevolezza a guidare questo film dolente e poetico, ricchissimo eppure sintetico (magistrale come viene resa Lanzarote con pochissimi elementi), nel quale si trova una meravigliosa riflessione sul cinema che vampirizza la realtà per appropriarsene, con una volontà autocritica che è al contempo coraggiosa e struggente, segno di un’intelligenza e di una sensibilità ben lontane dall’esaurirsi. Imperdibile e ovviamente più potente per chi conosce e ama il regista, ma un film da vedere anche per chi non ha dimestichezza con le forme e le riflessioni che strutturano il suo cinema.

 

FJORD

(Romania/Francia/Norvegia/Danimarca/Finlandia/Svezia 2026, 146 min.) Regia di Cristian Mungiu, con Sebastian Stan, Renate Reinsve

La Palma d’oro del Festival di Cannes 2026 è stata vinta dal grande regista rumeno Cristian Mungiu, già premiato nel 2007 per il coraggioso 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, al suo primo film realizzato al di fuori dei confini nazionali. Siamo in Norvegia, in un piccolo paesino situato lungo un fiordo, luogo di origine di Lisbet, che si trasferisce nuovamente qui da Bucarest insieme al marito Mihai, rumeno, e ai loro cinque figli, tra cui un lattante. Cristiani evangelici praticanti e piuttosto refrattari alle modernità (niente internet), i Gheorghiu sono una famiglia unita, che dedica gran parte della giornata ai momenti di preghiera e alla lettura della Bibbia. Il loro ingresso nella laica e progressista società norvegese crea da subito qualche attrito, soprattutto per via degli atteggiamenti di ribellione sviluppati dai due figli più grandi, che stringono un forte legame di amicizia con Noora, figlia dei nuovi vicini. La scoperta di alcune ecchimosi sul corpo della figlia dei Gheorghiu spinge i servizi sociali a sequestrare in via precauzionale i cinque figli della coppia, costringendoli ad un’estenuante battaglia in tribunale per difendersi da presunte accuse di maltrattamenti.

Ma a processo finirà anche lo stesso stile di vita e la cultura d’origine della famiglia rumena. Ispirandosi a fatti di cronaca reale, Mungiu crea all’interno di una delle società che si professa più tollerante una durissima riflessione sulla convivenza tra culture, costruendo una battaglia cruenta tra due visioni del mondo che si ritengono custodi di una verità superiore. Lo spettatore, non portato a provare particolare simpatia per i Gheorghiu e le loro rigidità, si trova di fronte ad una situazione in cui non possiede tutti gli elementi per giudicare ciò cui assiste, eppure è naturalmente portato a schierarsi. Il crescendo della tensione, con la difesa che si divide tra un percorso di avvicinamento e il populismo della destra cristiana, illustra magistralmente le posizioni di due estremismi, mettendo in scena con maestria l’inconciliabilità di due posizioni non disposte a venirsi incontro. Ed è chiaro come il regista si interroghi sulle diverse opportunità che hanno caratterizzato lo sviluppo di diversi strati della società contemporanea, al di là delle specifiche culture coinvolte. Un Mungiu meno duro e forse meno potente rispetto al passato, che in alcuni momenti sembra perdere di vista il tema principale (più fragile la relazione tra i ragazzi), ma che mantiene una sobrietà ed una capacità di racconto impressionanti. Straordinario tutto il cast.

MINOTAURE

(Francia/Lettonia/Germania 2026, 141min.) Regia di Andrej Zvjagincev, con Dmitrij Zamurov, Iris Lebedeva

Vincitore del Gran Premio della Giuria, il sesto lungometraggio del grande regista russo è il primo realizzato dopo il suo ricovero in coma a causa del COVID-19 e l’espatrio in Francia nel 2023. Remake dichiarato di Stéphane – Una moglie infedele di Claude Chabrol (1969), il film è stato girato interamente a Riga, in Lettonia, anche se in realtà è ambientato nella città di Krasnoborsk, in Russia, dove Zvjagincev non ha più la possibilità di lavorare. Protagonista del film è Gleb, ricco amministratore delegato di una società di spedizioni, sposato con la splendida Galina, con la quale è in crisi coniugale, e padre di un figlio adolescente. La loro vita è agiata e serena, finché Gleb, in passato a sua volta infedele, scopre che la moglie lo tradisce con un fotografo più giovane. Nello stesso periodo lo scoppio della guerra in Ucraina porta nell’azienda di Gleb la notizia che Putin (il minotauro del titolo) richiede uomini per lo sforzo bellico e spetta all’amministratore delegato il compito di decidere tra i suoi dipendenti chi può essere inviato al fronte. 14 i nomi che dovrà fornire in pochi giorni, lo stesso numero di sacrifici umani che la creatura mitologica pretendeva nell’antica Grecia. Partendo da una classica storia di amore coniugale e vendetta, costruita magnificamente grazie alla potenza scenografica della villa in cui abitano i protagonisti e alla notevole interpretazione di Iris Lebedeva nel ruolo di Galina, Zvjagincev trova la chiave di lettura perfetta per raccontare l’attacco all’Ucraina, filtrandolo attraverso l’esecuzione di un delitto tanto plateale, quanto mascherabile all’interno di un sistema corrotto e deviato. Il risultato è magistrale per come costruisce la narrazione fondendo il pubblico e il privato ed è disseminato di singole sequenze che sono altrettanti pezzi di bravura (dalla cena con i cosiddetti amici, all’assunzione dei nuovi autisti, passando per le scene dal fotografo, fino al nebuloso e crudele finale). Un film monumentale, nostra personale Palma d’oro dell’anno.

HOPE

(호 프 , Corea del Sud 2026, 160 min.) Regia di Na Hong-jin, con Hwang Jung-min, Jo In-sung, Michael Fassbender, Alicia Vikander

È davvero un’esperienza cinematografica stupefacente quella che Hope offre allo spettatore, un film che si pone come il vero outsider del concorso di quest’anno a Cannes. Riconosciuto come il titolo più costoso mai prodotto in Corea del Sud (con un budget comunque nettamente inferiore alla media delle produzioni commerciali statunitensi, ma con risultati incredibili), Hope è una sorta di monumentale blockbuster, che punta ad essere il primo episodio di una prevista saga fantascientifica. Gli elementi che caratterizzano questo primo capitolo lo traghettano però maggiormente in territori horror, soprattutto nella prima, stupefacente parte. Siamo in una località portuale, poco lontano dalla zona demilitarizzata che separa le due Coree. Un gruppo di cacciatori rinviene il cadavere di un animale orribilmente squartato ed avverte la polizia, che si presenta sul posto nei panni del ligio, ma abbastanza tonto, commissario Bum-seok. In una campagna che ricorda quella di certi capolavori di Bong Joon-ho prende il via una narrazione che per i successivi cinquanta minuti costringe lo spettatore ad un tour de force visivo, sonoro ed emotivo che lascia a bocca aperta, con evidenti debiti nei confronti della realtà immersiva dei videogame contemporanei. La creatura che ha squartato il bovino, infatti, sta distruggendo l’intero villaggio e sembra sia assolutamente impossibile da fermare. Risulta anche molto difficile vederla, aspetto che rende il coinvolgimento del pubblico ancora più teso ed efficace.

 

Quasi mezzo film che rimanda al monster movie, sorretto da una regia sbalorditiva per ritmo, tensione, potenza visiva e fluidità di movimento. Più di una volta ci scopre a trattenere il fiato. Passata questa prima fase, il film volutamente rallenta e costruisce una narrazione sempre più inaspettata (e per chi non sta al gioco, più inverosimile), nella quale assumono un senso anche le partecipazioni straordinarie delle due star hollywoodiane coinvolte nel cast. Lo sfoggio di tecnica e la costruzione della tensione rimangono comunque sbalorditivi e il film mantiene anche una sapiente e consapevole ironia (a cominciare dalla massiccia presenza di armi illegali che tutti hanno e che in una simile situazione ritengono di non dover giustificare), a dimostrazione del fatto che anche la narrazione più fantasiosa sa mantenere una gustosa adesione alla realtà che rende il tutto più coeso, divertente e funzionale. Da gustare rigorosamente in una sala in grado di restituire l’incredibile sforzo tecnico. Spettacolare.