Emergenza abitativa

mercoledì 6 Maggio, 2026

Donne senza casa, l’appello di Marilena Guerra (Commissione pari opportunità): «Servizi troppo pensati per l’urgenza, così la vulnerabilità diventa la regola»

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La presidente: «Finché una donna è costretta a scegliere tra la strada e un luogo che non percepisce come sicuro, si può parlare solo di sopravvivenza»

Quella delle donne senza dimora in Trentino è «un’emergenza che non finisce mai». Questo il messaggio che Marilena Guerra, presidente della Commissione provinciale pari opportunità, ha voluto diffondere attraverso una nota stampa dopo la notizia, emersa nei giorni scorsi, della chiusura del dormitorio di via Saluga che ospitava venti donne sole senza casa.

«In Trentino esiste una rete di servizi per le persone senza dimora – si legge – Dormitori, centri diurni, sportelli dedicati; una struttura che, almeno sulla carta, appare solida e articolata. Eppure, se si guarda da vicino in particolare alla condizione femminile, emerge una verità più scomoda: per le donne senza fissa dimora, la vulnerabilità non è un’eccezione, ma la regola. E 20 di queste donne, con l’arrivo della bella stagione, anche quest’anno, resteranno senza casa. Il 29 aprile, infatti, le donne ospitate in Via Saluga hanno ricevuto un messaggio che le avvisava della chiusura definitiva del dormitorio e dell’obbligo di lasciarlo entro le 8 del mattino dopo, portando via tutte le proprie cose. Il giorno dopo le ospiti sono state effettivamente fatte uscire, senza alcuna prospettiva di alternative». 

Non rappresenta una soluzione nemmeno la successiva scelta, spinta dalle pressioni di varie associazioni del territorio, di ricollocare le venti donne in altre strutture per una settimana: «La proroga della permanenza presso il dormitorio di via Saluga fino all’ 8 maggio sposta soltanto il problema, rimandando tutto di pochi giorni senza individuare soluzioni strutturali – prosegue Guerra – I numeri raccontano già una parte del problema: i posti disponibili sul territorio per donne con situazioni di fragilità sono del tutto insufficienti e spesso hanno carattere solo temporaneo poichè legati all’emergenza invernale. Ma il tema è soprattutto qualitativo: per una donna, vivere in strada non significa soltanto povertà estrema. Significa esposizione quotidiana al rischio di violenza, sfruttamento, abuso. Molte evitano i dormitori, perchè non li percepiscono come luoghi sicuri. Altre accettano soluzioni precarie pur di avere una parvenza di protezione. In entrambi i casi, il sistema fatica a intercettarle e ad accoglierle».

Il nodo centrale sta dunque nel riuscire a trovare soluzioni che possano effettivamente permettere di contrastare l’emergenza, non solo di gestirla: «Chi lavora sul campo lo ripete da tempo: i servizi sono ancora troppo pensati per rispondere all’urgenza, non per costruire un’uscita reale dalla marginalità. Offrono, per altro in numero insufficiente, un letto, un pasto, una doccia. Ma raramente garantiscono continuità, accompagnamento psicologico, percorsi di autonomia. Senza questi elementi, la vita in strada non è una fase: rischia di diventare una condizione stabile. Il nodo più grande resta quello abitativo. Senza accesso a soluzioni diversificate e sostenibili, ogni intervento rischia di essere tampone. Il dormitorio diventa un circuito chiuso: si entra per bisogno, si resta per mancanza di alternative».

L’appello è dunque quello di trovare soluzioni alternative e cambiare l’approccio al tema: «Trento non parte da zero – conclude la nota – La rete c’è, il volontariato è attivo, le istituzioni hanno avviato interventi e non mancano certo le risorse. Ma il salto necessario è un altro: passare da una logica di gestione dell’emergenza a una di soluzione strutturale. Perché finché una donna è costretta a scegliere tra la strada e un luogo che non percepisce come sicuro, non si può parlare di sistema di protezione. Solo di sopravvivenza».