Primo maggio

venerdì 1 Maggio, 2026

Gabriele, il consulente digitale e la vita in smart: «Ho lavorato da Oman, Baleari e ora dai monti»

di

Il 34enne è assunto da un'azienda americana di Volano. «I capi sanno che possono contare su di me, ma mi rendo conto che tanti manager sono ancora diffidenti al lavoro da remoto. E no, non è per tutti»

Trentaquattro anni, una laurea in sociologia a Trento e un master in comunicazione digitale a Reggio Emilia, nove anni a Milano e ora di nuovo tra le montagne di casa. Gabriele è un consulente digitale che ha fatto del nomadismo professionale uno stile di vita prima ancora che una scelta. Oggi lavora per un’azienda americana da Volano.
Qual è stato il suo percorso di formazione e a livello lavorativo?
«Ho iniziato con uno stage a Trento, poi avevo voglia di provare la vita in una grande città. Ho ricevuto un’offerta da un’azienda di moda italiana con sede a Milano e mi sono trasferito. Quella prima esperienza mi ha aperto un mondo internazionale che da qui sarebbe stato difficile raggiungere».
Nel 2021, complice il Covid, scopre lo smart working.
«All’inizio è stato strano. Ma poi ho capito i vantaggi di questo strumento: più tempo, meno stress e più autonomia. Ho imparato a lavorare meglio. Ho lavorato dall’Oman, dalle Baleari, e per due mesi dal Sud-Est asiatico, mantenendo il fuso orario europeo e lavorando dalle 15 fino a mezzanotte».
Come si costruisce fiducia con i clienti senza mai incontrarsi?
«Ho lavorato due anni per un’azienda senza mai vedere il mio capo in presenza. Sono stato assunto solo con colloqui online. In ambito digitale il lavoro è intangibile. Se lo fai bene, il cliente se ne accorge. Se lo fai male, se ne accorge lo stesso, anche se non sei fisicamente lì. La differenza è che in ufficio vai a pranzo insieme, emerge il carattere, nascono legami. Da remoto devi mettere tutto nel lavoro».
Per lei cosa significa «lavorare»?
«Penso ai miei genitori e a quella cultura del posto fisso, della carriera come priorità assoluta. Con il passare del tempo penso che questa cosa sia cambiata. Da un lato si cercano più esperienze affini ai propri valori e alle proprie passioni, dall’altra il lavoro ha perso un po’ di priorità nella vita delle persone. Mi rendo conto di dare meno peso al lavoro rispetto alla generazione dei miei genitori. Si cercano esperienze più vicine ai propri valori e alle proprie passioni. Ok fare un buon lavoro, ma bisogna dare importanza anche a stare bene, avere una buona salute mentale e al work life-balance. Io sono fortunato perché nell’azienda c’è fiducia tra capi e dipendenti e il motivo per cui posso lavorare da remoto è che sanno che possono contare su di me. Confrontandomi con i miei amici trentini però è emerso che tanti manager sono ancora diffidenti sullo smart working».
Che consiglio darebbe a chi sta valutando questo stile di vita?
«Non è un lavoro per tutti. Se sei una persona che ha bisogno di molto contatto umano non è il lavoro adatto. Darsi regole, orari e una routine è fondamentale, altrimenti è facile lasciarsi andare».