La storia
venerdì 1 Maggio, 2026
Il primo maggio di Tiziano Bologni, al lavoro a 60 anni. «In fabbrica da 39 anni: mi sono rotto la schiena, cinque ernie»
di Tommaso Di Giannantonio
Alla Sapes di Storo fin da ragazzo: ha vissuto il passaggio dal manuale all'automazione e ora guarda alla prossima pensione (dal 2028) «per godersi la vita»
Tiziano Bologni ha 59 anni, da quando ne ha 20 lavora alla Sapes di Storo, il suo paese. Ha vissuto in prima persona le trasformazioni della «fabbrica», con i suoi tempi, i suo processi e le sue relazioni.
Ora di cosa si occupa?
«Alla Sapes facciamo semiassi per auto, trattori, macchine e camion. Prima ero sulle macchine manuali, adesso per fortuna hanno automatizzato il lavoro. In Sapes si sta bene: siamo tutti tesserati e abbiamo una buona retribuzione. Però da giovane mi sono disfatto la schiena in cinque anni: ho avuto tre ernie lombari e due cervicali. Tant’è che mi hanno spostato in magazzino, dove il lavoro con i muletti è più leggero. Per fortuna in Sapes ti vengono incontro e non ti licenziano. Lavoro qui da 39 anni e mezzo. Mio papà è andato in pensione con 35 anni di contribuzione, io dovrà aspettare ancora il 2028 (grazie al riscatto del periodo militare)».
Com’è cambiata la fabbrica in questi quasi quarant’anni?
«Prima era tutto manuale e c’era più esperienza umana. Facevamo meno pezzi, ma tutti buoni. Adesso con l’automazione facciamo più pezzi, ma tanti sono scarti, perché il robot non vede come l’occhio umano. Però all’azienda conviene sempre l’automazione. Una volta c’era più qualità, non solo alla Sapes. Ah, una cosa che ho visto cambiare è il fumo: prima si poteva fumare all’interno della fabbrica, e le persone arrivavano alla pensione e poi morivano…».
È cambiato anche il clima all’interno della fabbrica?
«Noi facciamo sempre i tre turni. In passato quando si faceva la mezz’ora di pausa per mangiare il panino si facevano due chiacchiere e si parlava dei contratti e di come va il mondo. Ora invece si guarda il cellulare, non c’è più dialogo. È sparita l’unità che c’era prima, ognuno pensa ai fatti suoi».
Chi sono i suoi colleghi?
«Nella mia ditta il 30% dei lavoratori sono stranieri, tutti educati, per fortuna ci sono loro, altrimenti saremmo nei casini. I giovani arrivano ma non durano tanto: è un lavoro pesante, sporco. Il mondo del lavoro è cambiato: i giovani vengono, poi vanno all’estero e poi tornano. Non hanno più il metodo del posto fisso. Io ho preso questo posto 39 anni fa e grazie a questo lavoro ho costruito casa e sono andato in vacanza».
Qual è l’aspetto più bello della fabbrica?
«Il 15 del mese, quando arriva la paga (ride). Poi ci sono le amicizie create anche al di fuori del lavoro. Nella fabbrica si creano belle realtà».
Ora non vede l’ora di andare in pensione?
«Voglio andare in pensione perché ho altre cose da fare, dal volontariato al godermi la vita senza la sveglia la mattina. Vorrei godermi di più il mio camper».
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