Campi Liberi
sabato 25 Aprile, 2026
Paolo Sussone, il liutaio di De André e Ben Harper: «Scolpisco la musica con l’abete rosso della foresta di Paneveggio»
di Benedetta Centin
L'artigiano racconta l'arte di trasformare il legno trentino in chitarre per i grandi miti. Dal restauro della mitica Esteve di Faber al legame con Brunori Sas: «Ogni strumento vibra di un’anima unica»
Quello di Paolo Sussone è un mestiere senza tempo, un’arte fatta di pazienza e meticolosità. L’arte di costruire la musica, di plasmare strumenti capaci di far vibrare l’anima da semplici blocchi di legno. Esclusivamente abete rosso della foresta di Paneveggio, Predazzo, «dalle caratteristiche perfette per rendere il suono molto ricco, unico» spiega il noto liutaio di Genova. In quasi quindici anni ha realizzato chitarre (classiche e acustiche) per artisti di fama come David Crosby, Brunori Sas e Jack Savoretti, e ancora alla cantautrice Giua (solo per citarne alcuni). Pure Ben Harper gli ha fatto visita nel suo laboratorio, suonando e apprezzando i suoi strumenti, tanto da portarsene uno negli Usa. E solo il mese scorso ha realizzato il primo restauro della mitica Esteve ’97 suonata dall’indimenticato cantautore genovese Fabrizio De Andrè nel suo ultimo tour. Una reliquia della storia della musica italiana.
Nel suo laboratorio in centro a Genova, tra scalpelli e lime ordinatamente appesi alla parete di lavoro, colle e vernici e sinuose sagome da ultimare, l’artigiano 47enne ha a disposizione una sorta di archivio, di magazzino del legno: ogni anno viene in Trentino per selezionare e acquistare di persona l’abete rosso di risonanza della «foresta dei violini», di cui si serviva anche il celebre liutaio Antonio Stradivari nel 1700. Una «garanzia di qualità» per ogni strumento che prende vita dalle sue mani, protagonista poi nei palchi anche internazionali. Chitarre diverse realizzate ah hoc per ogni musicista, dal punto di vista tecnico ma anche estetico. Come è per la chitarra che deve spedire in Usa, realizzata con un particolare intarsio in madreperla di una stampa giapponese: «Un dettaglio di pregio, una lavorazione alquanto impegnativa».
Paolo, come è arrivato a fare il liutaio?
«Suono la chitarra fin da bambino, da quando avevo nove anni: fu un’attrazione a prima vista. A quasi trent’anni la “folgorazione” una volta entrato in una liuteria della mia città, dove il maestro stava pazientemente intagliando la testa di un violino alla luce di una lampada. Frequentai ancora quel laboratorio e chiesi di poter imparare ma mi venne risposto di seguire la mia strada, di continuare a cercare. Con il tempo capii che quel liutaio mi aveva dato un consiglio prezioso. Gli ho dato ascolto e ho frequentato seminari di maestri italiani e americani e alla scuola di Milano ho conosciuto il mio maestro, Mario Rubio».
Che mestiere è il suo?
«È un mestiere che ti prende e appassiona ma per nulla facile, per certi versi non meno stressante dell’altro mio lavoro di spedizioniere: fare il liutaio richiede molto studio e dedizione, così come molta pazienza e precisione. Millimetrica. Mi sono approcciato a questo mondo senza aver mai lavorato il legno prima. Anche oggi, a distanza di anni, è una scoperta continua. Lo strumento suona in un certo modo, con un certo tipo di frequenza, ogni volta diversa, e fornisce diverse ispirazioni: ti apre dei mondi. E infatti per le mie chitarre studio sempre qualcosa di nuovo».
Quanto conta la materia prima, il legno?
«Io utilizzo solo l’abete rosso di Paneveggio, abete di risonanza unico in Italia, conosciuto per le sue pregiate caratteristiche fin da 1700: anelli di crescita regolari, fibre perfettamente dritte, densità specifica e taglio radiale che sono ideali per la tavola armonica, per rendere il suono più risonante, equilibrato e ricco. Non per niente vi si riforniscono anche costruttori Usa. Io torno in val di Fiemme almeno una volta l’anno dal 2010 con il mio maestro, per scegliere gli spicchi di primissima qualità già selezionati e marchiati dalla Forestale trentina».
Ed è lo stesso legno che utilizza anche per i restauri?
«Sì, in laboratorio ho una banca del legno acquistato negli anni a Paneveggio: nel caso di un restauro può servire quello più stagionato, è necessario trovare la stessa fibra e disegno di quello originale per preservare l’integrità e il valore dello strumento. Ora sto lavorando a una chitarra storica del 1827, opera di un liutaio che creò strumenti anche per Paganini e Mazzini».
In queste settimane ha usato l’abete trentino anche per restaurare la chitarra acustica Esteve ’97 di Fabrizio De Andrè?
«No, non ce n’è stato bisogno. L’ho analizzata in modo scrupoloso nei tre giorni pieni in cui ci ho lavorato, passandola ai raggi x: aveva dei problemi ma tutto sommato era in buona salute. Aveva le magagne compatibili con l’età e con il fatto che non suonasse da circa vent’anni: se era stata usata nei primi tempi, poi è rimasta chiusa nella teca nella bottega-museo di via del Campo 29 rosso dove è tornata ora, a 25 anni dall’asta benefica da oltre 168 milioni di lire che l’ha assegnata a Genova, la città di De Andrè, che è poi anche la mia».
Si è emozionato a lavorarci?
«Sì, è stata un’emozione forte, da batticuore, felicità pura, oltre che un privilegio. Io ho imparato a suonare da bimbo con le canzoni di Faber e coltivavo il rimpianto di non averlo potuto ascoltare dal vivo a 18 anni, nel 1997, visto che il concerto era già sold out. Per me era l’ultima occasione, poi morì e mi era rimasta lì questa cosa. Ma la vita sorprende sempre e ha creato l’occasione per farci incontrare. E sì, mi sono tolto anche la soddisfazione di suonare un paio di sue canzoni una volta ultimato il restauro, per testare lo strumento: che gioia, che sensazioni. Faber rivive ancora in quella chitarra, tornata a trent’anni fa: c’è l’imprinting delle sue canzoni, le sue vibrazioni, l’energia che le ha impresso».
Martedì Cristiano De Andrè ha tenuto il suo concerto a Trento, inevitabilmente sold out. Lo conosce?
«Ci scriviamo da un po’ di anni, lo abbiamo fatto anche in occasione del restauro della chitarra di suo padre. È sempre molto gentile e conto di conoscerlo al più presto di persona: lo aspetto nel mio laboratorio».
Quale invece il rapporto con il cantautore Brunori Sas che suona già con un suo strumento?
«L’estate scorsa era qui a Genova per provare la mia chitarra: siamo usciti in barca, c’era un mare forza 7 ed è stata un’impresa suonare in quelle condizioni. Ce ne ricordiamo entrambi (e sorride ndr). Lo aspetto per provare una nuova chitarra, con corde in nylon. E progetto di fargli un’altra proposta… (al momento top secret)».
Anche Francesco De Gregori ha sperimentato una sua chitarra, no?
«Sì, ci siamo visti quando è venuto a suonare a Genova, nel teatro vicino al mio laboratorio. Io ero emozionatissimo a far provare la mia chitarra a lui e ai suoi. “Questa è un’opera d’arte” mi ha lusingato. Un complimento, detto da un artista del suo calibro, ancora più impagabile».
Che rapporto c’è con i suoi committenti?
«È inevitabile che si crei un rapporto molto stretto con il musicista con cui progettare lo strumento, lo specifico tipo di strumento: c’è un feedback continuo con lui nei mesi di lavorazione. Se ci sono un insieme di fattori che rendono lo strumento unico, come bassi e armonici che suonano in modo diverso, è il musicista a dare l’imprinting, che fa vibrare di più e rispondere di più su una determinata frequenza. Del resto la chitarra è uno strumento vivo che ciascuno personalizza, rende proprio. Il mio ruolo? Il Geppetto che scolpisce il pezzo di legno, fino a renderlo vivo».
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