Giustizia

domenica 12 Aprile, 2026

Truffa milionaria ai danni di Arcese Trasporti: la Cassazione annulla l’assoluzione in appello. Processo da rifare

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La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società altogardesana, contestando la sentenza di secondo grado per "carenza di motivazione". Il processo dovrà essere rifatto in sede civile per definire il risarcimento dei danni

Il processo per associazione a delinquere finalizzata a una truffa milionaria ai danni dell’Arcese Trasporti spa è da rifare. Così ha stabilito la Corte di Cassazione, interpellata in merito proprio dalla società altogardesana.

La condanna in primo grado

Il 21 luglio 2023 il tribunale di Rovereto aveva condannato Nicola Maino, responsabile amministrativo e capo officina dell’Arcese Trasporti, a tre anni di reclusione per aver effettuato a nome della società centinaia di ordini di pezzi di ricambio non necessari. La truffa consisteva nel far risultare i pezzi, pagati dall’Arcese, consegnati al reparto officina della società e utilizzati per interventi meccanici. Peccato che ciò avvenisse in realtà solo sulla carta attraverso documentazione falsa e fatture per operazioni inesistenti emesse da ditte compiacenti: nella realtà i pezzi finivano alla «Sos L’Officina» di Vittuone (azienda della città metropolitana di Milano che ha patteggiato una multa di 50 mila euro) o venivano venduti a terzi. Assieme a Maino nel 2023 era stato condannato a due anni e mezzo anche Michael Spinale, amministratore di fatto della «B Pack sas» di Sant’Ambrogio di Valpolicella, altra azienda di ricambi condannata a un’ammenda di 140 mila euro.

L’assoluzione in appello

La sentenza di primo grado è stata tuttavia completamente ribaltata lo scorso 18 luglio dalla Corte di appello di Trento che ha assolto «perché il fatto non sussiste» Maino e Spinale, scagionandoli da tutti i reati: associazione per delinquere, concorso in truffa aggravata e autoriciclaggio. È stato a quel punto che la società arcense, difesa dall’avvocato Filippo Vicentini, ha deciso di ricorrere alla Cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza di secondo grado. Annullamento che i giudici romani hanno effettivamente disposto, accusando nero su bianco la Corte di appello di Trento di «carenza di motivazione». La beffa sta però nel fatto che, non avendo la procura impugnato a suo tempo la sentenza di assoluzione, sotto i profili penalistici e della responsabilità amministrativa questa è divenuta irrevocabile. La Cassazione ha dunque sì annullato la sentenza di Trento, ma limitatamente agli effetti civili, rinviando il fascicolo per un nuovo giudizio al giudice civile di appello trentino. Il massimo che potrà ottenere la Arcese Trasporti sarà dunque un risarcimento per il danno subito, mentre sul piano penale la verità giudiziaria è che non vi è mai stata alcuna associazione per delinquere con scopi truffaldini ai danni della società. Il possibile risarcimento è comunque ingente: in primo grado il tribunale roveretano aveva condannato Maino e Spinale a pagare all’Arcese 1,1 milioni di euro.

Le critiche della Cassazione

«Il giudice di appello, quando riforma in senso radicale la condanna di primo grado pronunciando sentenza di assoluzione – ha spiegato la Cassazione –, ha l’obbligo di confutare in modo specifico e completo le precedenti argomentazioni, essendo necessario scardinare l’impianto argomentativo-dimostrativo di una decisione assunta da chi ha avuto diretto contatto con le fonti di prova» (i giudici di primo grado). Ciò non è tuttavia avvenuto: «A tali principi non risulta essersi attenuta la Corte di appello di Trento», sostiene senza remore la Cassazione. E ancora: «La Corte territoriale ha errato nell’affermare la genericità dell’imputazione». Secondo i giudici romani l’accusa di truffa «risulta tutt’altro che generica», ma è anzi suffragata da diverse prove: le testimonianze, le dichiarazioni del capo dell’officina roveretana di Arcese Roberto Rossi (considerato per l’accusa promotore dell’associazione e che ha patteggiato due anni e otto mesi di pena), le intercettazioni e gli accertamenti della Guardia di Finanza.

Grazie alle prove raccolte, scrive ancora la Cassazione, «risulta ben possibile individuare con apprezzabile puntualità e dettagli tempi (dal gennaio 2014 al 15 novembre 2017, ndr), modi e casi nei quali le attività truffaldine si sono perfezionate sia attraverso l’affidamento di numerosi casi manutentivi dei mezzi di Arcese a soggetti o di per sé inidonei come la B Pack ovvero a soggetti che avrebbero concordemente agito in modo tale da far sembrare che determinate lavorazioni erano state effettuate, che determinati pezzi di ricambio erano stati sostituiti, che determinate ore lavorative erano state impiegate (quando poi le lavorazioni non venivano effettuate o venivano eseguite in malo modo), o, ancora, che i componenti meccanici venivano sostituiti con pezzi non originali o che le ore di lavoro venivano del tutto inventate (quando il lavoro non era stato eseguito oppure venivano indicate in fattura in quantità superiore a quelle effettivamente impiegate)». Insomma, «una ampia serie di elementi con le quali la Corte di appello non risulta essersi adeguatamente confrontata» e che finiranno ora sul tavolo del giudice civile.