L'intervista

sabato 11 Aprile, 2026

Gianni Cuperlo e la frontiera ferita: «Le memorie sono distinte, serve rispetto per le vittime di ogni cultura»

di

Il deputato Pd presenta a Levico il suo libro sui drammi del confine orientale. Un invito a superare le strumentalizzazioni e a combattere il ritorno dei nazionalismi

«La frontiera ferita. Guerre, fascismo, foibe, esodo» è il titolo del recente libro che Gianni Cuperlo, deputato del Pd e triestino di nascita, ha presentato sabato 11 aprile a Levico Terme, al palazzo delle Terme, in dialogo con lo storico Francesco Filippi. Pubblicato da Marietti, ripercorre la complessa vicenda del confine orientale che negli ultimi anni è tornata a costituire terreno di scontro di opposte memorie. Un approccio che il libro di Cuperlo si propone di smontare, restituendo una narrazione ricchissima di riferimenti storici (ma anche di citazioni letterarie), con in coda una cronologia completa e con tanto di qr code per accedere a documentazione ufficiale. Si tratta del primo incontro del miniciclo «Storie contese» organizzato dalla Piccola Libreria di Levico, il secondo sarà venerdì 17 alle 18, sulla lotta partigiana, con un dialogo tra gli storici Santo Peli e Gustavo Corni.

In una vicenda storica ancora oggi così polarizzante, il rischio è quello di privilegiare un polo rispetto a un altro.

«Il rischio vero è quello di cadere in un ricatto del calendario storico. Se si fanno nascere gli albori del dramma del confine orientale nell’autunno del 1943, con le prime foibe istriane, rimuovendo quello che è accaduto il 10 giugno del 1940, con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, o le leggi razziali del 1938, o la persecuzione durata un quarto di secolo della popolazione slovena da parte del fascismo di confine, è chiaro che la lettura di quella vicenda diventa monca. E funzionale a una logica di interesse di parte. Io penso, e lo scrivo con la consapevolezza degli errori compiuti dalla mia parte politica, che invece l’obiettivo debba essere non quello di una memoria condivisa, che è un traguardo abbastanza irrealistico e forse anche sbagliato in sé: le memorie sono memorie distinte. L’obiettivo deve essere la capacità, da parte di una classe dirigente, di coltivare soprattutto nelle generazioni più giovani il senso del rispetto verso memorie diverse. Perché questo rispetto è la premessa anche per un rispetto profondo delle vittime delle sofferenze del dolore patito da diverse culture e popolazioni».

Sono dinamiche che hanno segnato anche l’Alto Adige. Colpisce però un fatto, e forse non lo si ricorda: l’esodo degli italiani di Istria e Dalmazia si protrasse per un decennio.

«Durò fino alla metà degli anni Cinquanta, anche se il grande anno dell’esodo è il 1947, dopo la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio, che poi è stato scelto come Giorno del Ricordo. Le popolazioni di Pola, Fiume, Zara, dell’Istria, della Dalmazia e del Quarnero progressivamente presero atto dell’impossibilità di un esito diverso. E iniziò una pressione molto forte, attraverso il diritto di opzione, che spingeva a partire. A partire dal ’47 lo fece oltre il 90 per cento della popolazione, con un esodo di circa 300 mila italiani più 50 mila tra sloveni e croati. E questo rappresenta una ferita per risanare la quale si impiegheranno decenni. Ammesso che quella ferita sia stata effettivamente ricucita e risanata».

Sulla cruciale questione delle foibe, e del numero di infoibati, il suo libro assume una posizione molto più equilibrata rispetto alle strumentalizzazioni politiche degli ultimi anni.

«Sono numeri riferiti a chi ha approfondito e studiato per anni questa materia, in particolare i libri di Raoul Pupo e la relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena, che vi lavorò tra il 1993 e il 2001. Non credo che ci sia alcuna necessità, a ottant’anni di distanza, di tirare la coperta dei numeri da una parte o dall’altra: i numeri rappresentano una tragedia, come è ovvio che sia. Ma è altrettanto evidente che, se pensiamo ai quaranta giorni di occupazione jugoslava della città di Trieste dall’1 maggio al 9 giugno del 1945, quei numeri non prefigurano un’operazione di pulizia etnica, perché altrimenti le dimensioni della tragedia sarebbero state ben diverse».

Si trattò comunque di un’occupazione segnata dal nazionalismo più che dall’internazionalismo comunista.

«Certo l’orientamento in quel momento era discriminante e di stampo politico nazionalistico: bisognava contrastare coloro che si opponevano al processo di annessione della Venezia Giulia al nuovo stato socialista jugoslavo. Questo ovviamente non giustifica, ma spiega l’arresto e l’uccisione di alcuni esponenti dell’antifascismo giuliano, che coerentemente si opponevano all’annessione alla nuova realtà federativa jugoslava, puntando invece alla ricongiunzione all’Italia. Alla fine, la posizione di Togliatti al quinto congresso nazionale del Partito comunista dopo le parole espresse da Luigi Longo, andava in questa direzione. E io aggiungo: per fortuna».

Sulle responsabilità del Pci di allora, a Trieste e non solo, ancora si discute e ci si divide.

«Negli anni Novanta molto meno. Giorni fa abbiamo presentato il libro alla Camera assieme al presidente Lorenzo Fontana, con un dialogo tra Gianfranco Fini e Luciano Violante, che nel ’98 a Trieste aprirono un sentiero di confronto tra le due memorie distinte. E giustamente è stato ricordato come dagli anni Novanta in avanti la sinistra della mia città ha chiarito molti aspetti del passato, anche con un atto coraggioso di ricostruzione di quegli eventi e di riflessione storica e politica. Il Giorno del Ricordo può aiutare ad accelerare questo processo di chiarimento e di ricostruzione complessiva di quella storia. L’impressione è che a destra ci siano personalità e protagonisti che vanno in questa direzione, a partire dal presidente Fini. Ma non tutta la destra italiana è consapevole del bisogno di non alimentare la logica dello scontro nazionalistico, che porterebbe inevitabilmente a rinfocolare le discriminazioni reciproche e gli odi».

Le cita la celebre frase di Churchill sui Balcani, terra che produce più storia di quanta ne riesca a consumare. E poi un’altra, non attribuita: terre con troppa storia e troppo poca geografia.

«È una formula bellissima: ci sono luoghi dove troppa storia ha avuto a disposizione troppo poca geografia. I Balcani sono storicamente una di queste aree. E devo dire che la frontiera orientale e la mia città si prestano benissimo a una definizione di questo genere».

Il libro si conclude agganciandosi alla realtà dei nostri giorni e alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Quanto è forte il pericolo di una rietnicizzazione della politica? La legge su Israele stato nazione del popolo ebraico sembra andare in questa direzione.

«Il dramma che noi stiamo vivendo è il ritorno prepotente del nazionalismo nella sua versione peggiore, quella più pericolosa. Il nazionalismo è il grande male che ha segnato l’Europa nel 19esimo e 20esimo secolo. Non si possono capire le dinamiche del primo conflitto mondiale, con la scomparsa degli imperi centrali, ma soprattutto il secondo conflitto mondiale, solo alla luce degli accordi stretti alla Conferenza di Pace di Versailles del 1919. Il nazionalismo ha prodotto questo strappo profondo e dobbiamo essere consapevoli di una verità storica: che l’unità dell’Europa, e la sua integrazione politica, non nasce sull’onda di un arco di trionfo, bensì sulla peggiore carneficina della storia del continente. Questo dovrebbe ammonire tutti a favorire un processo di progressiva integrazione nel senso degli stati uniti d’Europa. E non di disgregazione di questa unità».