Mondo

giovedì 9 Aprile, 2026

Guerra in Iran, l’evento al T con Gianni Bonvincini e Sara Hejazi: «Trump ha perso il senso del limite. E la partita rischia di essere vinta dalla Cina»

di

I due esperti: «Lo stretto di Hormuz è stato al centro del conflitto fin dall'inizio, il cambio di regime non c'entra. Khamenei? Ora sarà creduto un martire»

Il Medio Oriente continua a essere una polveriera. La fragile «tregua» tra Stati Uniti e Iran, mentre Israele continua ad attaccare Hezbollah nel Sud del Libano, ne è soltanto un esempio. In mezzo al trambusto che in questi mesi ha toccato più di dieci Paesi nell’area ci sono le traiettorie di vita di milioni di esseri umani, la stragrande maggioranza dei quali assiste inerme a ciò che gli avviene intorno.

Ad aggravare e al contempo a disegnare questo quadro caratterizzato da un disordine globale, in cui le autocrazie e i conflitti avanzano, ci sono gli Stati Uniti presieduti da Donald Trump. A preoccupare non sono soltanto le azioni messe in campo in Medio Oriente, ma anche in America Latina, nonché le posizioni assunte dagli Stati Uniti sulla guerra in Ucraina. Oltre alle azioni controverse e indifferenti al diritto internazionale, a preoccupare è anche il linguaggio ormai divenuto irrefrenabile. È di pochi giorni fa la dichiarazione-minaccia di Trump con la quale si è prospettata l’ipotesi di annientamento di un’intera civiltà, quella iraniana, evocando delle prospettive genocidarie. Le parole danno forma alla realtà, con il grande rischio di assuefarci a un linguaggio di guerra.

Come muoverci in questo nuovo (dis)ordine mondiale? Come interpretare ciò che sta avvenendo nel Medio Oriente? Queste sono state soltanto due delle domande a cui si è provato a dare risposta ieri pomeriggio nella nuova Sala eventi de «il T Quotidiano», dove Gianni Bonvicini, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali, e Sara Hejazi, antropologa, editorialista de il T, ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler e autrice del libro «Iran, donne e rivolte», moderati dal direttore Simone Casalini, si sono confrontati sul tema di fronte a una sala che ha registrato il tutto esaurito (oltre settanta i presenti).

«Senza senso del limite»
«Quelli che viviamo sono tempi di grandissima incertezza e di grande pericolo», ha dichiarato in apertura Gianni Bonvicini. «Donald Trump ha perso il senso del limite, ma comunque si sta muovendo in un’ottica che non è completamente irrazionale. Ha deciso che lui deve essere il punto di forza di un nuovo sistema di relazioni che, nella sua testa, è tripolare ed è formato da Russia, Cina e Stati Uniti. Fra di loro è presente poi una grande collusione».

Lo scenario globale ci restituisce un esempio di ritorno al passato. «Attualmente stiamo tornando al passato, a inizio Ottocento. Mi rifaccio a un libro di Carl von Clausewitz, secondo il quale la guerra era il proseguimento della politica estera», ha dichiarato Bonvicini, soffermandosi poi sull’errore di valutazione compiuto dagli Stati Uniti circa la risposta iraniana alla guerra. «Era chiaro fin dall’inizio che il vero problema del conflitto sarebbe stato lo Stretto di Hormuz. Il tema è sempre stato quello, e non il cambio di regime, l’arricchimento dell’uranio o i missili. L’arma atomica vera e propria è il controllo dello stretto di Hormuz».

«La guerra? Petrolio cruciale»
Un passaggio che spesso sfugge è quello dei motivi che hanno mosso gli Stati Uniti a cominciare questo conflitto e ad accondiscendere all’alleato nell’area, Israele. Sul punto l’opinione dell’esperto è chiara: «L’obiettivo principale che ha mosso Trump è il petrolio. Lo si è visto anche in Venezuela. Le grandi multinazionali americane hanno degli interessi enormi in Medio Oriente». La chiave di lettura è dunque univoca: «Se voi seguite il petrolio, seguite il vero e proprio ragionamento che sta alla base delle iniziative di Trump. Da questo punto di vista, l’Iran costituiva l’ultimo ostacolo per riuscire a trasformare l’area mediorientale in un’area che, in qualche modo, poteva dipendere fortemente dagli Stati Uniti».
Tutto ciò porta con sé dei grandissimi rischi. «Cosa accadrà domani se la Cina adottasse la stessa linea iraniana nel mar Cinese, imponendo dei dazi per il passaggio? Ma non c’è solo questa conseguenza negativa. Un altro grande rischio degli Stati Uniti è che questi perdano la credibilità nei confronti delle monarchie del Golfo che hanno subito la reazione dell’Iran», ha specificato Bonvicini. In conclusione l’analista di politica internazionale si è soffermato sulla Cina: «È la vera vincitrice di questa partita a scacchi in Iran e Medio Oriente. Gioca il ruolo che avevano gli Stati Uniti con il “soft power” e con l’economia penetra nel mondo e si fa accettare. Rischia di sostituirsi agli Usa».

Khomeini e la rivoluzione
Gli interventi di Sara Hejazi si sono soffermati sull’analisi interna del regime iraniano, ripercorrendone la storia e le tappe più significative. «La rivoluzione islamica è nata da un punto di vista teorico negli anni Settanta del Novecento. Quelli sono gli anni in cui sono nati i movimenti femministi, in cui c’è stato un ripensamento delle tradizioni, delle religioni e della modernità», ha spiegato Hejazi. «Il mondo degli anni ’60-70 era molto polarizzato, con i due poli russo e americano. L’Iran degli anni ’60 ha maturato l’idea di una terza via, rappresentata dall’elemento religioso. E la modernità si è giocata sul ruolo della donna. L’idea rivoluzionaria era di dare un ruolo alla donna nella società, facendola interagire con l’esterno, ma distinguendola dal modello femminista che c’è in Occidente».

Il sangue e i missili
Un regime che ha dovuto fare i conti con una fortissima opposizione interna. Molti analisti ritengono che una buona parte della popolazione sogni un cambio di regime, con una forma di Stato decisamente meno autocratica e più liberale. Anche nel mese di gennaio di quest’anno ha provato a chiederlo, in modo pacifico ma netto, ed è stata soppressa nel sangue, sceso copioso dai corpi delle migliaia di iraniani uccisi dal regime. Una popolazione che nelle ultime settimane ha visto piovere addosso alle sue città il metallo pesante delle bombe, che ben raramente riescono a portare la democrazia. Anche l’uccisione della guida suprema, Ali Khamenei, non è stata infatti sufficiente. «Quando ho sentito che era stato ucciso Khamenei, ho pensato: ma è possibile che Trump non avesse un consigliere che avesse fatto storia delle religioni e che gli avesse detto che, uccidendo in quel modo Khamenei, l’avrebbe martirizzato? La sua uccisione è stato un modo per santificarlo», ha spiegato Hejazi. «L’Iran è un Paese complesso, frammentato. Una parte della diaspora iraniana ha sperato nell’intervento bellico, perché lo vedeva come uno strumento di liberazione. Ma una parte della popolazione, quella popolare e religiosa, è ancora a sostegno del regime. Questo conflitto oltretutto ha fatto ricompattare una parte della popolazione a sostegno del regime».

Le donne e il velo
Un’ultima riflessione ha riguardato il tema del velo. «Il corpo della donna è il posto perfetto per le discussioni sulla modernità. Dal 2022, con il movimento «donna, vita, libertà», questo velo è stato lasciato sempre più indietro. Il regime non ha voluto mollare la presa perché il corpo femminile è il simbolo dell’Iran rivoluzionario. Oggi, tuttavia, in Iran è sempre più frequente vedere ragazze e giovani che non lo indossano più».

Il dibattito
Tante le domande nelle quasi due ore du confronto. Dall’«impeachment» auspicato per Trump (ma Bonvicini ha spiegato che non ci sono i numeri a sostenerlo) alle battaglie ecologiste dei giovani impegnati nelle rivolte in Iran. Alcune rappresentanti della diaspora iraniana in Italia, con animo acceso, hanno ricordato gli ultimi massacri del regime e espresso il sostegno al figlio dello shah e all’intervento israelo-americano.