L'intervista
giovedì 9 Aprile, 2026
L’Università di Trento lancia un app per convincere gli studenti a muoversi di più: «Ci saranno premi anche grazie ai nostri sponsor»
di Federico Izzo
Parla Paolo Bouquet, delegato del rettore allo sport: «Abbiamo quattromila tesserati sportivi e tre programmi per chi fa agonismo»
«Mens sana in corpore sano», una locuzione che si arricchisce di significato se si parla di studenti e attività fisica. A sottolinearlo anche il delegato del rettore allo sport dell’università di Trento Paolo Bouquet, che interpreta l’attività sportiva in tutte le sue sfumature, dal benessere psicofisico al senso di unione che essa crea tra chi la pratica.
Professore, quanti atleti agonisti sono iscritti all’Università di Trento? Quanti partecipano alle attività sportive proposte dall’università o utilizzano le strutture sportive messe a disposizione dall’ateneo?
«Bisogna fare delle distinzioni innanzitutto. Da un lato abbiamo un programma per atleti di alto livello, che favorisce la conciliazione tra studio e sport e che include una quarantina di sportivi come Battocletti e Betti. Abbiamo poi squadre agonistiche dell’università, come quelle di calcio a 5, pallavolo e triathlon, che gestiamo attraverso il Cus e che contano 85 studenti. Un’altra quindicina di nostri studenti pratica agonismo in altre società. In totale, quindi, arriviamo a circa un centinaio di agonisti. Poi abbiamo circa 1500-2000 studenti che fanno attività attraverso il Cus e che in alcuni casi utilizzano le nostre strutture o quelle pubbliche».
Come sono strutturati i programmi per favorire la conciliazione tra studio e sport?
«I programmi sono tre. Quello dedicato agli sportivi d’élite si chiama “Top sport” e include gli atleti con una carriera già avviata, che hanno bisogno di una particolare organizzazione. Questi studenti hanno diritto a una maggiore flessibilità per le date di esame e hanno un doppio livello di tutoraggio: uno costituito da studenti, l’altro da un tutor accademico a livello di dipartimento. C’è poi il progetto “Uniteam”, che prevede un finanziamento da parte dell’università alle squadre agonistiche del Cus a una condizione: gli studenti devono garantire un minimo di 42 crediti all’anno, pena l’esclusione dalla squadra. Infine, c’è un programma con Trentino Volley denominato “Unitrento volley”, che prevede una squadra fatta da studenti universitari o degli ultimi due anni delle superiori. Anche in questo caso c’è il vincolo dei crediti. Da questa squadra sono partiti pallavolisti talentuosi come Alessandro Michieletto».
Di quante strutture dispone l’università?
«Disponiamo di due centri sportivi: un centro nautico sul lago di Caldonazzo e un centro a Trento sud, dove si praticano tennis, basket tre contro tre e beach volley. C’è poi il centro polifunzionale Sanbàpolis, che è di proprietà di Opera universitaria, con il quale abbiamo un accordo per riservare un certo numero di ore per le attività sportive universitarie. Disponiamo anche di una piccola palestra nel piano inferiore di Sociologia, che spesso viene usata per fare yoga. Infine, in inverno abbiamo anche una convenzione con il Bondone e con altri impianti sciistici».
Vede una partecipazione in crescita alle attività sportive?
«Prima della pandemia i tesserati a Unitrento sport erano circa 4000. Con il Covid sono diminuiti, mentre ora stiamo registrando una ripresa. Bisogna anche tenere conto che ci sono molti studenti, soprattutto trentini, che fanno sport in società sportive esterne all’università. Per questo motivo sono principalmente i fuorisede che decidono di fare agonismo con noi. Gli eventi come le Facoltiadi possono essere delle occasioni per includere anche chi fa sport al di fuori dell’ateneo».
Parlando invece di benessere psico-fisico, ci racconti del progetto UniTrento On the move?
«Questo progetto, che durerà 3 mesi, è partito il 23 marzo ed è nato da una semplice considerazione: ci sono molte persone, sia studenti sia dipendenti dell’università, che non sono abituate a praticare sport e conducono una vita sedentaria. Da qui l’idea di provare a rendere giocoso il movimento, incentrando la “sfida” sulla camminata. Per monitorare i passi dei partecipanti ci siamo affidati ad un’app sviluppata da Fbk e chi ne fa di più vince dei premi messi a disposizione da vari sponsor del territorio. Tramite queste ricompense, cerchiamo di incentivare le persone a partecipare e a recarsi a piedi a lezione o a lavoro. Se funzionerà, vedremo di estendere questa challenge a tutto l’anno».
Ci sono dei progetti futuri a cui state lavorando?
«Già prima della pandemia avevamo avviato un progetto, poi interrotto a causa dell’emergenza sanitaria, per favorire delle pause di riattivazione fisica durante le lezioni, con degli istruttori in aula. Si tratta di attività semplici, dalla durata di massimo 5 minuti e da fare tra i banchi per spezzare il numero di ore in cui si sta seduti e anche per stimolare la mente. Gli istruttori al momento sono pochi e quindi si potrebbe pensare anche di sfruttare il digitale. Poi, con il Cus abbiamo sempre privilegiato lo sport per tutti rispetto a quello di élite per pochi. Abbiamo perciò creato un meccanismo di finanziamento del Cus, che premia gli studenti che fanno attività con noi».
Su cosa occorre migliorare?
«Da un lato dovremmo avere l’opportunità di ampliare le nostre strutture sportive soprattutto in città. I nostri impianti purtroppo sono decentrati e non favoriscono le attività sportive tra le pause da una lezione all’altra, come avviene magari in altri atenei che dispongono di un campus. Bisognerebbe investire anche sulle strutture. Lo sport può fare la differenza tra l’esperienza dell’università in presenza e quella telematica, perché permette di socializzare e conoscere nuove persone. Poi, mi piacerebbe che agli atleti che praticano sport ad un livello medio-alto venisse dato un riconoscimento accademico concreto, in termini di crediti universitari o di punti in più per la laurea, perché anche lo sport è formativo e non è un’attività marginale, come a lungo si è pensato. Inoltre, dovremmo integrare lo sport con la ricerca, collaborando anche con il territorio. Sarebbe bello anche che gli studenti vedessero in questo ambito un’opportunità di lavoro. C’è poi il mio “sogno americano” che sarebbe quello di legare lo sport a una qualche forma di costruzione di identità dell’ateneo».
Nadia Battocletti, argento nei 10.000 metri piani a Parigi 2024, è iscritta a ingegneria edile a Trento. Qual è il ritorno in termini d’immagine per l’Università?
«Al momento, in forma strutturata, purtroppo il ritorno non è altissimo. Nadia, come altri nostri atleti-studenti, ricorda ogni tanto ai giornalisti che sta studiando e nomina Trento, ma non c’è un rapporto strutturato tra l’università e l’atleta. Mi piacerebbe costruire un patto formale, come quello degli ambassadors, per far vedere che è possibile fare sport a livelli alti e laurearsi. Inoltre, avere sportivi di questo calibro è un’opportunità importante anche per la ricerca: sarebbe una bellissima occasione collaborare scientificamente con gli atleti».
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