I dati

venerdì 3 Aprile, 2026

Povertà in Trentino: 50mila persone a rischio. Nel corso del 2025 sono 10mila in più rispetto all’anno precedente

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I dati Istat rivelano una controtendenza rispetto al Nord: l'indicatore sale all'8,8%. Cresce il fenomeno del lavoro povero nonostante la disoccupazione ai minimi storici

I dati sono vivi, dietro di essi si nascondo vite e biografie, e anche un cambiamento minimo nei numeri, può significare un impatto enorme su tante persone. È questo quello che ci dicono i dati sul rischio povertà in Trentino e in Italia pubblicati da Istat. In Trentino le persone a rischio povertà sono aumentate di quasi 2 punti percentuali, questo significa che sono 10mila in più le famiglie trentine in questa situazione.

I dati

Il dato più rilevante che emerge dalle ultime rilevazioni Istat sulla condizione sociale in Trentino riguarda il deciso aumento del rischio di povertà. Nel 2025 l’indicatore sale all’8,8%, rispetto al 6,9% del 2024: un incremento di 1,9 punti percentuali che, tradotto in valori assoluti, significa oltre 10mila persone in più in difficoltà economica in un solo anno. Considerando una popolazione di circa 545mila residenti, si passa infatti da circa 37.600 a quasi 48mila individui a rischio povertà.

Un peggioramento importante, che si colloca in controtendenza rispetto sia alla media nazionale, in lieve calo, sia alla provincia di Bolzano, dove il fenomeno diminuisce sensibilmente. Questo dato ridimensiona la lettura più rassicurante offerta dall’indicatore complessivo di rischio di povertà o esclusione sociale, che in Trentino registra invece una lieve flessione: dall’11% del 2024 al 10,8% del 2025. Una diminuzione pari a 0,2 punti percentuali, che corrisponde a poco più di mille persone in meno coinvolte, ma che non modifica in modo sostanziale la dimensione del fenomeno, ancora attestato attorno alle 58mila persone. Il confronto territoriale evidenzia ulteriormente le criticità. Se infatti il Trentino mantiene livelli migliori rispetto alla media italiana (22,6% nel 2025), risulta però meno performante rispetto ad altre realtà del Nord.

L’Emilia-Romagna, ad esempio, si ferma all’8,2%, mentre Bolzano registra un 7%, confermandosi tra i territori più solidi. Particolarmente significativa è la contraddizione tra questi dati e l’andamento del mercato del lavoro. Il 2025 registra infatti livelli di occupazione elevati e un tasso di disoccupazione tra i più bassi degli ultimi vent’anni. Eppure, cresce il numero di persone che, pur lavorando, non riescono a raggiungere un reddito sufficiente. È il fenomeno del lavoro povero, raccontato sul «T» di mercoledì, che mette in discussione la qualità dell’occupazione e la capacità del sistema economico di garantire condizioni di vita dignitose.

«Serve un rilancio»

Proprio da questa situazione parte anche l’analisi dei tre segretari dei sindacati confederali: Andrea Grosselli, Michele Bezzi e Walter Largher. «I dati Istat sulla popolazione trentina a rischio povertà ed esclusione sociale non sono purtroppo del tutto soddisfacenti. Nonostante la ricchezza generale della nostra Autonomia, a fronte di una lieve flessione – dall’11% del 2024 al 10,8 del 2025 – le persone che rischiano di finire in povertà in Trentino restano almeno 58mila – scrivono in una nota i congiunta Cgil, Cisl e Uil – Un esercito di persone che faticano ad arrivare alla fine del mese e che non trovano più risposte ai propri bisogni fondamentali neppure lavorando, visto che nel 2025 il tasso di disoccupazione ha visto il livello più basso degli ultimi vent’anni con un aumento significativo degli occupati e del tasso di attività».

Una situazione che ha fatto arretrare il Trentino e per cui è necessario «bisogna superare le logiche spot nella definizione del welfare provinciale andando oltre i bonus e potenziando le politiche di contrasto allo scivolamento in povertà e migliorando il nostro mercato del lavoro perché crei posti di lavoro sempre più stabili e con salari più alti. Confidiamo quindi che sia nella ridefinizione dell’assegno unico annunciata dalla Giunta provinciale, sia nel prossimo confronto sul piano industriale, l’esecutivo sappia ascoltare davvero le ragioni del sindacato».