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giovedì 2 Aprile, 2026

Madre e figlia morte nel Molise dopo l’avvelenamento da ricina: c’è l’ipotesi omicidio

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Si tratta di una sostanza difficile da ottenere: bisogna essere esperti

Un sospetto inquietante cambia radicalmente lo scenario investigativo sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, 15, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso. Non più una semplice intossicazione alimentare, come ipotizzato inizialmente, ma un possibile caso di avvelenamento.

A riaprire il quadro è stato un alert del Centro Antiveleni di Pavia: «Attenzione, nei corpi delle due donne potrebbero esserci tracce di una sostanza potenzialmente velenosa». Una segnalazione che ha portato al trasferimento del fascicolo dalla Procura di Campobasso a quella di Larino.

A coordinare l’inchiesta è la procuratrice Elvira Antonelli, che mantiene la massima cautela: «Per i prossimi passi attendiamo gli esiti delle autopsie e la relazione del Centro antiveleni».

Il sospetto

L’ipotesi più grave, al momento al vaglio degli inquirenti, è quella dell’avvelenamento da ricina, una sostanza altamente letale derivata dal ricino, storicamente associata anche ad operazioni di intelligence durante la Guerra fredda: è difficile da ottenere, serve il lavoro di un esperto che sappia lavorare gli scarti della pianta che riman

Un sospetto che, secondo gli investigatori, potrebbe essere stato presente sin dai primi momenti, quando madre e figlia si erano rivolte all’ospedale di Campobasso accusando malori. Proprio in quella struttura, cinque medici risultano indagati per omicidio colposo, in relazione a eventuali ritardi o mancate procedure nel ricovero.

Ma il fascicolo, ora nelle mani della Procura di Larino, sarebbe stato aperto per duplice omicidio premeditato contro ignoti.

Il nodo delle responsabilità

Gli accertamenti puntano a chiarire due aspetti distinti: da un lato eventuali responsabilità sanitarie, dall’altro la possibilità di un’azione dolosa da parte di terzi.

Nelle richieste degli inquirenti emerge un passaggio chiave: verificare se qualcuno abbia tenuto «condotte omissive oppure commissive», cioè intenzionali. In altre parole, se si tratti di un delitto pianificato.

Il malore

Al centro delle indagini anche gli accertamenti effettuati presso l’Istituto Spallanzani di Roma, dove era stato ricoverato il marito e padre delle vittime, Gianni Di Vita, colpito da un malore dopo una cena familiare.

Secondo le prime analisi, nel suo sangue non sarebbero state trovate tracce di ricina. Proprio per questo motivo è stato disposto un riesame dei campioni biologici.

Le indagini

Gli investigatori, coordinati da Marco Graziano, stanno cercando di ricostruire ogni dettaglio: dall’eventuale approvvigionamento della sostanza — ipoteticamente anche attraverso canali illegali come il dark web — fino alle modalità con cui sarebbe stata somministrata.

Il possibile teatro del delitto è l’abitazione di famiglia a Pietracatella, piccolo centro dove vivevano le vittime. Qui potrebbero essere nuovamente ascoltati il marito e la figlia maggiore, Alice, unica assente alla cena incriminata.

Tra indiscrezioni e voci locali, emergono anche ipotesi di tensioni familiari, ma al momento nessuna pista è esclusa.

La difesa dei medici

Sul fronte sanitario, i legali dei cinque medici indagati respingono ogni responsabilità. «Si tratta di qualcosa avvenuto prima dell’arrivo in ospedale e forse non gestibile in pronto soccorso», sostiene l’avvocato Domenico Fiorda. Sulla stessa linea Fabio Albino: «Un avvelenamento di questo tipo non era rilevabile al momento del ricovero».