L'editoriale
lunedì 30 Marzo, 2026
I migranti e la modernità
di Simone Casalini
Don Lauro ha elevato il tema dell'accoglienza a missione perché lì si disputa la nuova visione del mondo e della Chiesa. Ma le sue parole hanno suscitato risposte a difesa di un’impostazione di governo del processo migratorio
Perché la figura del migrante è diventata così centrale nel dibattito pubblico? Cercare una risposta a questo arcano interrogativo significa addentrarsi nella complessità della modernità, nelle paure inconsce, nel mito della «casa» dove selezioniamo i codici della Storia e nella vulnerabilità della rappresentazione. Discutere il mondo sulla soglia dell’esperienza dell’altro e in quella frontiera stabilire quale oscillazione della nostra identità in quotidiano movimento è accettabile: qui risiede il compito della cultura e della politica. Fino a dove queste possono spingersi per deglutire l’asimmetria di vite che sembrano non corrisponderci, soprattutto perché sono vite di scarto e derivazioni di un sistema disuguale che sfugge ai nostri sguardi o che comunque rigettiamo.
Chi è il migrante, dunque? Dove termina l’esilio e comincia la migrazione? Il suo statuto non è lineare, abita più piani con i quali non è semplice costruire una relazione di verità che non siano il respingimento o la solidarietà. Il migrante invita a spostare più in là il confine e – come insegna la letteratura postcoloniale – non induce a rivisitare solo la nostra vita ma anche il nostro pensiero. E quindi la nostra storia. Ed è un esercizio estremo anche per chi quell’alterità l’ha battezzata come ragione politica o come sistema di valori.
Se il migrante è una presenza così destabilizzante per le nostre certezze, per il «tempo omogeneo e lineare» evocato da Benjamin, ossia il tempo del progresso occidentale, non è inatteso il suo impatto sull’opinione pubblica e nel dibattito politico e culturale che conserva le chiavi di revisione delle nostre interpretazioni. Non coglie alle spalle neppure la sua riduzione a fittizia «questione sociale», di sicurezza, perché è un altro modo per riconoscere che quella presenza infrange un meccanismo narrativo e storico.
Ecco perché le parole dell’arcivescovo di Trento, don Lauro Tisi, hanno avuto l’effetto di un reagente, suscitando l’urgenza di una risposta a difesa di un’impostazione di governo del processo migratorio e di un’idea di Storia. Don Lauro ha elevato il tema a missione perché ha intravisto che lì si disputava la nuova visione del mondo e dunque della Chiesa. Sbaglia chi crede che la sua sia una sfida alla politica. Il suo bersaglio è prima di tutto interno all’universo cristiano, alla struttura di potere ecclesiale, al corpus dei fedeli perché sa che ciascuno di questi piani è diviso sentimentalmente e ideologicamente sul migrante. Che non è un ultimo qualsiasi, un povero da accudire, poiché reca con sé il cambiamento.
Nello sviluppo quotidiano le griglie si sono irrigidite con la scelta della Provincia di ridurre l’accoglienza, di minimizzare i servizi, di opacizzare la loro visibilità. Sul governo inflessibile del processo migratorio – che poi sarebbe un argomento da scala europea – si basava anche un fondamentale della proposta di chi governa che è quindi stato consequenziale nella sua applicazione. La complessità del tema si è, però, saldata e scontrata con altre evidenze che il tempo coevo propone: l’invecchiamento e decadimento della società occidentale, la denatalità, il fabbisogno del sistema economico e la tenuta del sistema previdenziale e sociale (legati anche ai tanti giovani che emigrano dal Trentino), la presenza di seconde e terze generazioni che non possono rimanere «straniere» per sempre. Pur essendo lontani da una reale elaborazione della questione culturale, il rischio di un collasso ampio della società ha spinto la leva dello «spirito pratico». Il «Forum dell’accoglienza lavoro cittadinanza» – che unisce diocesi, sociale e economia trentina – è un’alleanza lievitata per approcciare diversamente il fenomeno migratorio e quindi, la costituzione della società. Si torna a parlare dell’istruzione come veicolo di emancipazione e del lavoro come strumento di accesso alla cittadinanza. In un certo senso è la comunità che si auto-organizza così come accade quotidianamente in numerose realtà sociali, nelle parrocchie, nei centri di preghiera islamici che dispongono nuove trame di resilienza.
Questo è anche il punto più debole della critica che viene rivolta all’arcivescovo. La distanza tra teoria (predicazione) e prassi (la gestione del migrante). Ma la Chiesa è impegnata ogni giorno nella sutura delle ferite che si aprono nella società, nello sfamare e nell’accogliere, nell’accompagnare e nel rimettere in campo vite espulse. In questo la Chiesa trentina (che non è un monolite), sotto la guida di don Lauro, è sembrata recepire la suggestione di papa Francesco: «Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto». E ancora Francesco osservava che «non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità». Questa visione legata ad una quotidianità vissuta, che rifiuta l’ipotesi di una Chiesa dei privilegiati e che lascia sullo sfondo le dispute teologiche, ha suscitato anche prese di distanza.
La questione non è elementare, l’accoglienza è solo il titolo che nasconde la tempesta globale e le sue scariche sulla modernità occidentale, la cui frontiera slitta di conflitto in conflitto, di biografia in biografia. Non è più un conflitto astratto, ma ormai radicato in società plurali che chiedono come riconfigurare la loro cittadinanza e in cui si scontrano, alla fine, le visioni del mondo.
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