Rovereto
sabato 28 Marzo, 2026
Settanta ore di lavoro a settimana, stipendi da 800 euro, due riposi al mese e un’accusa di estorsione: a processo i titolari del bazar
di Francesca Dalrì
Il racconto in aula dei dipendenti, tutti stranieri: «Lavoravamo sette giorni su sette con una pausa pranzo di trenta minuti, eravamo sorvegliati da telecamere e le malattie non venivano pagate»
Oltre settanta ore di lavoro settimanali, sette giorni su sette, con due soli riposi al mese e un’unica pausa di circa trenta minuti al giorno, giusto il tempo di pranzare. Per non parlare delle ferie inesistenti e delle malattie che non solo non venivano pagate, ma che costavano ai dipendenti una decurtazione dallo stipendio già scarno. È il racconto fatto giovedì in tribunale da uno degli allora lavoratori di quello che per anni è stato l’ItalCina Super Bazar di via dell’Abetone, poi trasformato (ma solo nell’insegna esterna) nel GranRispa market e infine chiuso definitivamente (l’immobile al civico 32 ha cambiato gestione da mesi e da dicembre ospita il negozio e bistrot biologico NaturaSì). Secondo le indagini svolte dalla guardia di finanza sarebbero almeno otto i lavoratori vittime dei reati di estorsione e di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, tutti stranieri (prevalentemente pakistani, ma non solo). I fatti risalirebbero invece al periodo compreso fra marzo 2017 e ottobre 2021.
Sul banco degli imputati è finita una coppia di coniugi cinesi, che formalmente non risultano né come datori di lavoro né come titolari del bazar lungo la statale, ma che nella prassi si occupavano della gestione di quel punto vendita e del relativo magazzino in via Caproni. La Super Bazar snc, così come la Italcina Bazar srl o la ditta individuale Superbazar (tutte imprese citate nel decreto con cui ancora nei mesi scorsi la giudice dell’udienza preliminare Mariateresa Dieni aveva disposto il rinvio a giudizio dei due imputati) risultano infatti intestate a Ronghua Xia, il legale rappresentante delle ditte, che tuttavia non è imputato in questo processo e che si troverebbe all’estero per motivi di salute (come emerso proprio durante le indagini svolte e riferito ieri in aula).
Tornando ai due imputati, l’uomo in particolare nelle carte viene definito come stretto collaboratore di Xia nella gestione dei punti vendita (oltre a quello roveretano facevano capo alla stessa gestione anche i bazar di Mattarello, Tione, Borgo Lares e Bronzolo), nonché dei relativi dipendenti. All’imputato, del 1985, è contestato in particolare il reato di caporalato per aver «sottoposto i dipendenti a condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno». Nei dettagli, ai lavoratori veniva dato uno stipendio mensile effettivo tra i 425 e gli 800 euro circa, in contanti, decurtato rispetto a quello già «manifestatamente sproprorzionato rispetto alla quantità del lavoro prestato» indicato in busta paga e pari a circa 900 euro. Lavoratori che, peraltro, i gestori «impiegavano a loro piacimento nei vari punti vendita di pertinenza di soggetti giuridici diversi da quelli dai quali erano stati assunti» e che sorvegliavano «mediante telecamere installate sul posto di lavoro». «C’erano telecamere ovunque, in tutti i negozi e nei magazzini», ha confermato il primo lavoratore interrogato ieri da accusa e difesa.
C’è poi un fatto specifico costato alla donna l’accusa di estorsione. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti e confermata ieri in aula dal primo lavoratore ascoltato (pur tra molteplici contraddizioni e incomprensioni dovute anche alle difficoltà linguistiche: in aula accanto al testimone era presente un interprete per la traduzione simultanea), la donna avrebbe infatti costretto il lavoratore a modificare i contatti relativi alla propria carta prepagata inserendo i recapiti di un terzo soggetto. Come riportato in aula anche dal maresciallo capo della guardia di finanza di Tione Lorenzo Daniele Verde, le indagini hanno fatto emergere come alla carta dell’allora Cassa Rurale Alta Vallagarina e Lizzana intestata alla vittima di caporalato corrispondesse un numero di telefono appartenente a «un altro soggetto di nazionalità cinese che non siamo tuttavia stati in grado di individuare». «Quando a giugno 2021 ho chiesto perché non mi veniva pagato lo stipendio – ha raccontato ancora il lavoratore – la moglie (da lui conosciuta come “Eva”, ndr) mi diceva che non avrei ricevuto lo stipendio finché non fossi andato in banca a cambiare i contatti».
Insomma, non solo lo stipendio non sarebbe stato assolutamente proporzionato al lavoro svolto, ma i gestori dei bazar cinesi avrebbero avuto anche la disponibilità delle carte prepagate dei propri dipendenti, nonché i pin dei loro account Spid e di accesso al portale Inps. Lavoratori che saranno ascoltati ora uno a uno nel corso delle prossime udienze.
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di Redazione
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