Alto Garda

mercoledì 25 Marzo, 2026

Aveva fumato nella casa che stava derubando: ladro incastrato dal mozzicone (e dal Dna)

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La sentenza a dieci anni dai fatti. Ma la difesa ci ha provato: «Anche se la sigaretta è stata fumata da lui non è possibile provare la sua presenza»

Una sigaretta fumata quando ancora si trovava sulla scena del crimine, nell’abitazione di Arco in cui il 2 gennaio del 2016 si era intrufolato con un’effrazione per compiere un furto, rubando un orologio e un collier dal valore di circa 600 euro l’uno nonché vari braccialetti e gioielli. Un piccolo dettaglio, quello della sigaretta, che dieci anni dopo gli è tuttavia costato una condanna a tre anni per furto in abitazione aggravato. Nonostante il tempo trascorso, è stato infatti possibile confrontare il Dna estratto all’epoca dal mozzicone con i profili genetici contenuti nella Banca dati nazionale del Dna, un archivio elettronico centralizzato che contiene i profili genetici ignoti, ottenuti dalle analisi del Dna sulle scene del crimine, e i profili genetici noti, ottenuti dai campioni biologici prelevati dalle persone. È stata proprio la corrispondenza tra il Dna estratto all’epoca e registrato in banca dati e quello successivamente prelevato dall’uomo, con precedenti penali, che ha permesso di arrivare all’identificazione, dando un nome e un volto all’autore del furto nell’abitazione di Arco. L’identificazione nella Banca dati del Dna era avvenuta ancora nel 2021, poi ci sono stati i tempi della giustizia. L’uomo, oggi trentunenne, aveva persino lasciato sulla scena del crimine l’accendino usato per fumare la sigaretta. Subito il proprietario dell’abitazione aveva fatto sapere alle forze dell’ordine, che avevano provveduto a sequestrare entrambi gli oggetti, che non potevano appartenere in alcun modo a lui, non essendo un fumatore. Proprietario che, nonostante la condanna arrivata ieri, non avrà mai giustizia essendo nel frattempo deceduto.

A discolpa dell’imputato, che all’epoca aveva da poco compiuto 21 anni, ieri in tribunale a Rovereto la legale che lo difendeva, l’avvocata Francesca Zanoni, ha sostenuto come, pur essendo provato che quella sigaretta sia stata fumata dall’imputato, ciò non equivalga alla sua presenza sulla scena del crimine e, soprattutto, non dimostri la sua colpevolezza nel furto. Una tesi che non ha convinto il giudice Fabio Peloso, che ha condannato l’uomo a tre anni, basandosi sulla normativa in vigore all’epoca dei fatti, vale a dire il 2016. Oggi la pena per il reato di furto in abitazione è stata infatti inasprita e prevede una condanna minima di quattro anni.