L'intervista
martedì 3 Marzo, 2026
Michelle Gallen e l’Irlanda dei traumi invisibili: «Nei chip shop si entra in cerca di cibo ma anche di contatto umano»
di Marco Ranocchiari
Il pluripremiato romanzo «Grande ragazza, piccola città» e l’eredità traumatica dei Troubles. A Trento l'autrice in dialogo con l’editore roveretano Roberto Keller
Da dietro il bancone di un negozio di fish and chips, una ragazza introversa, sarcastica e scontrosa osserva la sua cittadina dell’Irlanda del nord ancora traumatizzata da anni di scontri tra Ira ed esercito britannico. Attraverso lo sguardo della protagonista Majella, la vita dei suoi abitanti – tra difetti, ipocrisie e fragilità quotidiane – trascende la provincia fino a diventare il ritratto di un’umanità universale, raccontata con ironia secca e una malinconia sottile. È «Grande ragazza, piccola città», romanzo della scrittrice nordirlandese Michelle Gallen premiato – tra gli altri riconoscimenti – con l’Irish Book Award for Newcomer of the Year. L’autrice sarà oggi, martedì 3 marzo alle 17.30 al dipartimento di Lettere dell’università di Trento per presentare l’edizione italiana (Keller, 320 pagine 19 euro), insieme all’editore Roberto Keller.
Michelle Gallen, nel suo romanzo la cittadina di Aghybogey sembra quasi immobile: stessi luoghi, stessi rituali, stessi discorsi. È una scelta narrativa o la descrizione concreta della realtà?
«È il riflesso fedele di una realtà che conoscevo bene. Il libro è ambientato nel 2004, dieci anni dopo il primo cessate il fuoco dell’Ira. Vivevo a Belfast, ma tornavo spesso nella piccola città in cui sono cresciuta, e mi colpiva il senso di paralisi. Non solo nel mio paese, ma anche nei centri più grandi. Il dramma dei Troubles era finito, la “pace” era stata raggiunta, ma la felicità e il cambiamento non erano arrivati. Più che una pace definitiva, sembrava un “cessate il fuoco”. Si avvertiva una corrente sotterranea di sfiducia verso i politici e gli uomini della violenza. Forse è per questo che i personaggi sono quasi nostalgici dei “brutti vecchi tempi”, pur non sapendo come orientarsi nei “tempi buoni”, che in fondo li deludono».
Che segno hanno lasciato i decenni dei Troubles nella vita quotidiana delle persone comuni?
«Il trauma ha molti strati. Ero convinta che su di me non avesse lasciato segni perché non sono mai stata colpita fisicamente. Solo col tempo ho capito quanto fosse anomalo crescere con i soldati per le strade, vivere in una comunità che conduceva una guerriglia contro un esercito occupante, sotto costante sorveglianza. Sotto la violenza fisica si nasconde un danno emotivo e psichico. Mi interessano le molte forme in cui si manifesta».
Nel libro c’è una sorta di «pioggia interiore» costante, una malinconia che non esplode mai ma impregna tutto. «Non tutti in Irlanda del Nord sono malinconici: molti sono calorosi, divertenti e pieni di speranza. Ma esiste un dolore di fondo. Credo che oggi molte persone siano sole. Possono riconoscersi nei personaggi che entrano nel chip shop in cerca di cibo ma anche di contatto umano».
Veniamo alla sua protagonista. Majella è sarcastica, metodica, a tratti brutale, ma anche vulnerabile.
«Non mi sono messa a “costruire” Majella: ho la sensazione che sia stata lei a impossessarsi di me, e io mi sono limitata a canalizzare la sua vita e i suoi sentimenti nella scrittura. Sono sempre stata attratta da donne forti che sembrano impermeabili alle norme sociali. In Irlanda diciamo che “le acque chete sono profonde”: mi incuriosisce la vita interiore di certe persone silenziose e straordinarie che non cercano approvazione né attenzione».
In molti hanno letto in Majella tratti riconducibili all’autismo femminile non diagnosticato: era un’intenzione consapevole?
«Ci sono voluti dieci anni perché il libro venisse pubblicato nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Gli editori mi dicevano: “Amiamo il libro, ma che cos’ha che non va la protagonista?”. Non capivo cosa intendessero: ai miei occhi era semplicemente una giovane donna un po’ eccentrica in una situazione difficile. Quando una mia parente ha ricevuto una diagnosi tardiva di autismo, ho iniziato a informarmi di più sulle forme di autismo femminile, molto diverse e più raramente riconosciute rispetto a quelle maschili. E così non solo ho capito di aver scritto un romanzo su una donna autistica non diagnosticata, ma di esserlo io stessa».
Majella mantiene la distanza dagli altri ma allo stesso tempo osserva tutto con estrema attenzione. È una forma di difesa?
«In una piccola città non c’è posto dove nascondersi, ma la riservatezza permette di creare distanza tra te e gli altri. Majella sa che suo zio è morto in un attentato e sua nonna è stata uccisa ma non chiede perché. L’osservazione serve anche a distrarsi dal mettere insieme i pezzi del puzzle: forse non riesce ad affrontare la verità scomoda sulla sua famiglia e la sua comunità».
Nel libro, una piccola città diventa il mondo intero. Crede che la provincia sia più un limite o una lente di ingrandimento?
«Per una scrittrice i pub di quartiere, le cappelle di provincia, le routine condivise sono luoghi meravigliosi. Crescere in una piccola città mi ha permesso di rivolgere l’attenzione alle persone intorno a me, imparando che gli esseri umani sono incredibilmente complessi. Anche l’anima più silenziosa trabocca di emozioni, ricordi e idee. È un privilegio diventare intimi con persone che incontri ogni giorno per decenni. Meglio dieci anni in una piccola città piena di personaggi eccentrici che trent’anni in una metropoli colma di musei e teatri».
Nel testo originale lo slang nordirlandese e il ritmo del parlato sono fondamentali. Quanto è importante per lei mantenere questa concretezza? È possibile renderla in italiano?
«È stata una sfida catturare l’inglese della mia zona, influenzato dalla lingua irlandese e dallo scozzese, senza perdere lettori. Sono grata a Keller per averci scommesso, e sono profondamente colpita dal lavoro di traduzione di Elvira Grassi. Spesso abbiamo lavorato insieme per tradurre ciò che a prima vista sembrava intraducibile. Ovviamente le due versioni non sono esattamente equivalenti, ma Elvira riesce in modo incredibile ad accompagnare i lettori italiani in una cittadina irlandese, permettendo loro di “sentire” l’accento, annusare il pesce fritto e quasi assaporare le patatine».
Nel romanzo c’è molto umorismo. A cosa serve per lei l’ironia?
«Per me è un meccanismo di sopravvivenza. Quando non riesco ad affrontare il dolore o le difficoltà della vita reale, fare una battuta crea una distanza tra me e la situazione».
Sta lavorando a nuovi romanzi o progetti?
«Sto adattando “Big Girl Small Town” e il mio secondo libro, “Factory Girls”, per la televisione. E sto revisionando la prima bozza del mio terzo romanzo, “China Bull!”. Tutti e tre sono ambientati in una piccola città».
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