La storia

domenica 1 Marzo, 2026

Buffa racconta Kobe Bryant: «Voleva diventare presidente Usa. Era un cavaliere solitario, l’8 che diventa infinito»

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Il giornalista: "La sua morte mi ha colpito, per anni non ne ho parlato"

Campionissimo o sopravvalutato, vincente o egoista, icona o cattivo esempio, americano o (in parte) italiano. Kobe Bryant è stato un prisma, l’immagine di sé stesso che rifletteva dipendeva dalla prospettiva da cui lo si osservava. Una persona e un campione complesso, uno di quei pochi sportivi capaci di trascendere il perimetro del campo da gioco e diventare icona culturale a 360 gradi. Prima e dopo la sua tragica morte, avvenuta il 26 gennaio 2020 a bordo di un elicottero su cui viaggiava anche la figlia Gianna, su di lui sono stati scritti molti libri, nel tentativo di catturarne l’immagine sfuggente. Ci è riuscito, a modo suo, Federico Buffa che arriva a Trento, all’Auditorium Santa Chiara, il 12 marzo con «Otto infinito». Per restituire la storia di Kobe Bryant Buffa, giornalista sportivo quanto ormai scrittore e attore, ne ha accettato la natura cangiante, raccontando i molteplici volti indossati dal nativo di Philadelphia, cresciuto anche a Reggio Emilia, e alcuni di quelli, sorprendenti, che non ha fatto in tempo a vestire. «Poco prima della sua morte – racconta Federico Buffa – Stava pianificando di entrare in politica. E visto com’era fatto non si sarebbe fermato fino a che non avesse raggiunto la cima: Presidente degli Stati Uniti».
Buffa perché uno spettacolo su Kobe Bryant?
«Bella domanda (ride, ndr), onestamente non avrei mai pensato di farlo. Per due anni non sono riuscito a dire nulla sulla sua morte. Mi ricordo che quando accadde ero negli Usa, mi avvisò il mio direttore di allora a Sky. Io non avevo nulla da dire, se non che ho pensato che era morto come Gaetano Scirea, avendo qualche secondo di lucidità in cui ha sicuramente capito cosa stava succedendo, con il dolore aggiunto di avere a fianco la figlia Gianna. Mi ha colpito poi che la moglie Vanessa avesse detto che era stato meglio così, che nessuno dei due avrebbe sopportato di vivere senza l’altro. Qualche hanno dopo stato guardando un documentario su Srebrenica, la voce fuori campo spiegava che attraverso l’analisi del Dna si riusciva a dare un nome ai morti, ma la scena veniva poi raccontata attraverso la musica. Ho chiesto allora al maestro Alessandro Nidi, che è in scena con me, se fosse possibile fare una cosa simile, lasciare alla musica raccontare quei momenti, mi disse di sì e partimmo da lì con lo spettacolo».
8 infinito, sono 8 capitoli per raccontare Kobe?
«Quello era il format originale che avevo pensato, 8 storie diverse, due obbligatorie ogni sera e altre 6 che ruotavano e venivano scelte dal pubblico. Ma teatralmente non erano sicuri si potesse fare e abbiamo cambiato struttura. L’8 rimane perché è il primo numero di Kobe, moltiplicato per 3 fa 24 che è il secondo numero che ha indossato, appoggiato su un lato diventa l’infinito che racconta una storia che non finisce».
Nello spettacolo si affronta anche il capitolo più buio e controverso della vita di Kobe Bryant? L’accusa e il processo per stupro?
«Sì assolutamente, c’è un passaggio di 10 minuti, con una narrazione esatta dei luoghi e dei modi del fatto e poi del processo. Procedimento che verrà poi archiviato dal giudice di contea perché la vittima, o presunta tale, non si presenta a testimoniare. Era, ovviamente, l’unica testimone oculare. È una storia difficile. Lei è sola, Kobe ha i migliori avvocati, negli Usa la giuria popolare è suggestionabile. Alla fine, però, si accordarono in sede civile per una cifra mai dichiarata».
Dallo spettacolo e dal lavoro di ricerca che ha fatto, emerge un quadro preciso di Bryant o sfugge continuamente nella sua complessità?
«C’è tutto e il contrario di tutto in Kobe Bryant, è un personaggio molto complesso. Si sottovaluta spesso quanto il fatto di essere cresciuto in Italia e non negli Usa gli abbia dato un impronta culturale profondamente diversa. Lui torna negli Usa da adolescente e senza un’anima afroamericana e già questo lo separava profondamente dagli altri. Se poi ci si aggiunge il suo desiderio enorme di vincere, l’ossessione per il miglioramento, le narrazioni da predestinato, poi ne nasce un cavaliere solitario».
Nel dolore per la perdita di Kobe, della figlia Gianna e di tutte le persone a bordo di quell’elicottero, c’è il rammarico per non aver visto il secondo tempo della carriera e della vita di Bryant?
«Domanda giustissima, è un punto cruciale. Io conobbi Kobe a Los Angeles, già a carriera finita, attraverso Alex Del Piero. Si era addolcito molto rispetto a quando giocava, aveva iniziato ad aprirsi. Un suo caro amico, che lo accompagna fin dai tempi di Reggio Emilia, mi ha detto che si stava preparando perché voleva entrare in politica. E conoscendolo uno come lui non si sarebbe fermato fino alla cima, l’ambizione era quella di diventare presidente. Se si guarda la premiazione olimpica di Pechino 2008 si vede l’orgoglio di Kobe per gli Usa in quel momento».
Kobe non c’è più e molti altri di quell’era hanno appeso le scarpette al chiodo. Chi la diverte oggi in Nba?
«A me piace vedere passare la palla, credo sia questa la differenza più grande con il basket europeo: la velocità e la creatività con cui la palla viaggia in Nba. Non mi sono perso una partita della striscia di vittorie degli Charlotte Hornets, Lamelo Ball mi diverte molto. Però negli Usa non vedo giocatori che abbiano preso la torcia di leadership e talento dai grandi campioni a fine carriera come Lebron e Curry. Edwards, Haliburton, Booker sono buoni giocatori ma non allo stesso livello. Oggi gli Usa mi sembrano una squadra che perde con la Francia. Gli europei oggi sono più solidi, anche la classe media europea è mentalmente più pronta».