L'indagine

martedì 20 Ottobre, 2026

Truffa delle criptovalute, gli indagati, davanti al giudice giocano allo scaricabarile

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Alessandro Groff non ha risposto alle domande, gli altri si sono accusati a vicenda

Mezza giornata di scaricabarile. Ieri mattina davanti al gip Enrico Borrelli si sono susseguiti i cinque soggetti agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sulla truffa ai danni dei «minatori» delle criptovalute. Il primo a essere comparso davanti al giudice, alle 9.30, è stato Alessandro Groff, noto consulente finanziario per una banca trentina accusato dalla Procura di aver contribuito a convincere alcuni suoi clienti a investire nel sistema Hashburst. Poi è stato seguito da Nicolò Gasparri, Massimiliano Baggi, Giuseppe Maria Battaglia e dall’ideatore del sistema tecnico, ovvero l’ingegnere di origine vicentina Gabriele Edmondo Pegoraro. Groff è stato l’unico ad avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande, mentre Gasparri, Baggi e Giuseppe Maria Battaglia hanno risposto ai quesiti.

Infine, Pegoraro ha chiesto di rilasciare spontanee dichiarazioni senza rispondere alle domande del giudice. Al termine ha depositato una memoria. Tutti e cinque gli indagati hanno tenuto una condotta diversa. Groff ha preferito un atteggiamento più attendista, in attesa forse che l’accusa scopra alcune delle sue carte; Battaglia, Gasparri e Baggi hanno cercato di dare ciascuno la colpa agli altri indagati. Battaglia, in particolare, ha spiegato che a suo giudizio gli apparati che venivano venduti alla modica cifra di 30 mila euro l’uno funzionavano eccome. Lui, che è ingegnere elettronico, pensava a configurarli. Ha spiegato al giudice che anche il suo tower non funzionava, ma ha aggiunto che era colpa sua e che ha dovuto chiedere aiuto su come modificare la configurazione. Gasparri e Baggi hanno entrambi detto di aver tenuto un comportamento corretto e di non essere a conoscenza del fatto che gli apparati potessero non raggiungere l’obiettivo di risolvere i complessi problemi matematici che permettono di aggiungere blocchi alle blockchain durante le transazioni di criptovalute. A ogni blocco aggiunto vengono riconosciuti premi, detti rewards, pagati con denaro digitale. Secondo quanto sostenuto dai componenti dell’organizzazione, ora agli arresti domiciliari, per ciascuna tower – i computer venduti agli investitori – si poteva guadagnare fino all’equivalente di 50 mila euro all’anno. Un sistema complesso che, però, è riuscito a conquistare la fiducia di almeno 200 trentini che hanno visto andare in fumo più di 5 milioni di euro.

Di questi soldi la Guardia di Finanza di Trento, che coordina le indagini, è riuscita a recuperare 877 mila euro con i sequestri preventivi. Ma il conto dei truffati e dei soldi spariti potrebbe essere molto più salato. Infatti, in questi giorni alla Finanza stanno arrivando decine di denunce di persone che hanno perso molti soldi in questo giochetto. Quindi la somma di 5 milioni di euro di bottino potrebbe presto essere superata, e anche di molto. L’ideatore del sistema tecnico e del progetto brevettato è l’ingegner Pegoraro, residente a Luino. Lui è stato sentito per ultimo ieri mattina e ha chiesto di rendere una dichiarazione spontanea senza rispondere alle domande. Ha spiegato che il sistema da lui ideato e brevettato funziona davvero e che, se non ha raggiunto lo scopo di far guadagnare chi ci ha creduto e investito, è solo colpa degli altri indagati, certo non sua.

Ha aggiunto che lui è solo la mente tecnica del progetto e non c’entra niente con la gestione finanziaria e con la ricerca degli investitori, spiegando che non teneva i rapporti con questi ultimi. La Procura, però, gli contesta il reato di truffa proprio perché, a giudizio dell’accusa, era ben consapevole che quei computer da 1.600 euro di valore non potessero competere con i grandi computer delle mining farm, apparati messi in rete tra di loro e in grado di estrarre criptovalute a pieno ritmo. Al termine degli interrogatori Pegoraro e un altro indagato hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari e il gip si è riservato la decisione.

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