Campi Liberi
martedì 14 Aprile, 2026
Sudan, l’agonia di una nazione e la crisi umanitaria. «La destituzione di al Bashir aveva alimentato la speranza democratica»
di Emanuele Paccher
Oltre 30 milioni di persone in attesa di aiuti, 12 milioni di sfollati e un Paese diviso dalle armi. Giulia Raffaelli, traduttrice e operatrice umanitaria, racconta il dramma sudanese attraverso le pagine di Marion Abonnenc
Da tre anni in Sudan si sta consumando una delle più gravi crisi umanitarie al mondo. I dati ufficiali parlano di più di 30 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari, di 12 milioni di sfollati, di 26 milioni di persone che si trovano ad affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, di un 70% della popolazione che non può accedere ai servizi sanitari. Le prospettive di una pace duratura, oltretutto, non sono all’orizzonte. Il conflitto, che non è propriamente definibile come guerra civile, quanto più il risultato di rivoluzioni incompiute e che vede contrapposte le Forze armate sudanesi – Saf e le Forze di supporto rapido – Rsf, è scoppiato il 15 aprile 2023 e ha mietuto centinaia di migliaia di vittime dirette.
Come in tutti i contesti di conflitto, l’intervento e l’aiuto delle organizzazioni umanitarie è fondamentale. Una testimonianza appassionante è raccontata nel libro «Confluences» del 2025, tradotto in italiano da Giulia Raffaelli, editrice di Nuovi Panorami e già operatrice umanitaria, con il titolo «Confluenze di paesaggi, anime e popoli», scritto da Marion Abonnenc, un’operatrice umanitaria francese che dal luglio 2021 all’aprile 2023 ha prestato servizio in Sudan. Il suo racconto è una testimonianza preziosa per comprendere la situazione nel Paese, nonché la passione e l’amore per il popolo sudanese che hanno mosso sia l’autrice – recentamente scomparsa – sia la traduttrice.
Giulia Raffaelli, com’è nata la traduzione del libro di Marion Abonnenc?
«Tutto è nato pochi giorni dopo l’anniversario del secondo anno di guerra. Io ero tornata a Trento da pochi mesi e avevo appena aperto la casa editrice Nuovi Panorami. Su LinkedIn ho letto un post di Marion Abonnenc, una ragazza che conoscevo quando lavoravo e vivevo a Khartoum, nel quale parlava del suo libro che aveva appena pubblicato in francese. Quasi d’impeto l’ho contattata per dirle che mi avrebbe fatto piacere tradurre il suo libro. Così ci siamo risentite e abbiamo ripreso i contatti. Tradurre questo libro è stata per me un’emozione grandissima, anche perché le persone e i luoghi citati mi sono estremamente familiari. Nella lettura ho rivisto parte della mia stessa storia, attraverso gli occhi di un altro. La storia di Marion, in un certo senso, è anche la mia».
Il titolo originale, «Confluences», è stato tradotto in «Confluenze di paesaggi, anime e popoli». Come mai questa aggiunta?
«Il titolo “Confluenze” è molto evocativo per chi conosce Khartoum, perché è lì che c’è la confluenza del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, da cui nasce il Nilo che tutti conoscono e che arriva fino al Cairo prima di sfociare nel Mar Mediterraneo. Ho voluto aggiungere il sottotitolo “di paesaggi, anime e popoli” perché volevo si intuisse come la vita è una confluenza di tante cose, e in questo caso di persone all’interno di un Paese che, a un certo punto, esplode».
Un’esplosione avvenuta il 15 aprile 2023. Come si è arrivati a quel punto?
«Nel libro c’è una pagina che racconta molto bene la vicenda. Tutti, parlando del Sudan, parlano di guerra civile. Non è corretto. La guerra in Sudan non è neppure una guerra di generali. La storia del Sudan è la storia di rivoluzioni incompiute, di un popolo che ha un’ambizione democratica forte e che nel 2019 è riuscita a destituire Omar al Bashir, ponendo fine a trent’anni di dittatura. Da quel momento la popolazione ha provato a intraprendere il cammino verso una democratizzazione; moltissimi giovani che erano andati all’estero sono rientrati per fare la propria parte nella ricostruzione del Paese. Questo sogno, però, è stato presto infranto».
La battuta d’arresto è avvenuta il 25 ottobre 2021, quando l’esercito sudanese arrestò Abdalla Hamdok, il capo del governo di transizione sudanese.
«Quel giorno venne compiuto un vero e proprio colpo di stato, compiuto dalle forze armate guidate da al-Burhan con l’aiuto delle forze di supporto rapido guidate da Dagalo. Entrambe sono creature del dittatore al Bashir. Da allora non si è più riusciti a intraprendere un percorso di transizione democratica e i due generali, com’era prevedibile, sono giunti a una resa dei conti. Come sempre, non c’è mai un motivo o una sola ragione alla base di un conflitto. Tutt’ora non si sa chi abbia sparato il primo colpo. Fatto sta che il 15 aprile 2023 la guerra è divampata».
Com’è la situazione oggi?
«La situazione umanitaria sudanese è riconosciuta universalmente come la peggiore al mondo, nonostante non se ne parli. Attualmente il Paese è di fatto ripartito tra le due fazioni, con diverse linee del fronte che si muovono nel corso del tempo. La stessa Khartoum inizialmente era sotto il controllo delle Rsf, mentre da qualche tempo l’esercito sudanese ufficiale ne ha recuperato il controllo. Una delle cose più rischiose, per i sudanesi ma non solo, è che i fronti aperti sono vicini ad aree di confine: il Darfur con il Chad, il Kordofan con il Sud Sudan, il Blue Nile con l’Etiopia. Il rischio è di creare un’escalation generale che sfoci in un conflitto regionale che, da un certo punto di vista, c’è già. Il conflitto sudanese è infatti considerato anche una proxy war, ovvero una guerra di procura, visti gli interessi in gioco da parte di attori internazionali. Le Forze di Supporto Rapido sono supportate dagli Emirati Arabi Uniti, mentre le Forze Armate Sudanesi sono supportate dall’Egitto e dall’Arabia Saudita».
Quale sarebbe la fazione legittima tra le due parti?
«Le Forze Armate Sudanesi – Saf in quanto esercito regolare ed essendo al potere dopo il golpe, sono, da un punto di vista ufficiale, le rappresentanti istituzionali del Sudan. Le Forze di Supporto Rapido, invece, sono considerate ancora meno legittime del governo golpista, perché eredi e portatrici di un odio e di una violenza etnica molto profondi. Come si può intuire, la situazione è tragica. Questa non è una guerra civile proprio perché è una guerra calata dall’alto, contro i civili che sognerebbero una transizione democratica. Dal colpo di stato del 2021 fino allo scoppio della guerra, infatti, i sudanesi sono scesi in strada tutte le settimane per protestare».
Gli Stati Uniti sono coinvolti nel conflitto?
«Gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti delle negoziazioni. È stato istituito il Quad, un gruppo di lavoro impegnato da mesi in una serie di trattative diplomatiche per giungere a una tregua. Il tavolo è composto da Stati Uniti, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Il problema è che raggiungere una tregua, e ancora meno una pace, è molto difficile».
Quali sono le principali cause di questa difficoltà?
«Il problema vero è che non c’è neppure un’idea di come possa essere il Sudan un domani. Per questo motivo, è difficile superare quegli ostacoli che impediscono alle parti di sedersi attorno a un tavolo. Le prospettive future sono tante quanto gli attori coinvolti e spesso completamente divergenti».
Una delle più grandi tragedie del conflitto riguarda la questione femminile.
«Un recente report di Medici Senza Frontiere denuncia l’uso sistematico della violenza di genere in Darfur, roccaforte delle Rsf; purtroppo ciò non è nuovo, fin dai primi giorni dello scoppio della guerra a Khartoum ci sono state tante situazioni di stupro, di violenze sessuali nei confronti delle donne, anche straniere. Il corpo della donna è il luogo della guerra».
Spera di tornare in Sudan un giorno?
«Sicuramente sì. Mi piacerebbe portare con me anche mia figlia. Io mi sono salvata dal conflitto grazie a lei, perché l’ho concepita a Khartoum e ho lasciato il Paese pochi mesi prima dello scoppio della guerra».
Cosa spera per il futuro?
«Spero che sia del Sudan, sia di altre difficili realtà, si possa continuare a parlare. E spero che lo si faccia attraverso gli occhi delle persone che hanno vissuto quei luoghi, dando loro voce. Siamo tutti umani, abbiamo tutti le nostre percezioni e niente è oggettivo, ma ascoltare la voce di chi ha un’esperienza diretta di un determinato evento può aiutare a metterci nei suoi panni, iniziando a costruire dei ponti».
Campi liberi
Alessandro Masala, in arte Shy di Breaking Italy: «Il pregiudizio verso l'online esisteva, oggi non più. L'informazione è ovunque»
di Emanuele Paccher
Lo youtuber sarà protagonista di un evento oggi a Borgo Valsugana: «La generazione Z? Sensibile a studio, inflazione ed emergenza abitativa»
L'intervista
Tito Boeri su giovani, lavoro e stato sociale: «Salario minimo e più lavoratori per tenere il sistema. Stipendi? Dal 2021 calati del 10%. Donne? Tassi occupazione ancora bassi»
di Emanuele Paccher
L'economista sarà ospite a Trento e Borgo Valsugana: «Per le nuove generazioni facilitare la transizione dalla scuola al mondo lavorativo»
Campi liberi
Corrado De Rosa racconta Totò Schillaci, l'italiano medio delle Notti Magiche: «Un uomo finito spesso "fuori posto", da Messina al Giappone»
di Lorenzo Fabiano
Lo psichiatra presenterà oggi il libro dedicato al campione palermitano: «Rappresenta quello che noi italiani, forse, non siamo disposti fino in fondo ad ammettere di essere»