L'intervista
venerdì 19 Dicembre, 2025
Stanza dell’affetto in carcere, parla la promotrice Lucia Fronza Crepaz: «Un segno di civiltà: i detenuti hanno sbagliato, ma restano persone»
di Giacomo Polli
L'ex parlamentare Pd: «Democrazia in crisi perché i cittadini non sentono di avere potere reale»
«L’apertura della stanza degli affetti è uno degli esempi di come si risponde alla crisi della democrazia». Così Lucia Fronza Crepaz, presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia ed ex parlamentare del Pd (precedentemente Margherita), ha commentato l’apertura del nuovo spazio tra le mura del carcere dedicato ai colloqui intimi tra i detenuti e i loro partner, sottolineando come rappresenti un vero e proprio esempio di partecipazione in un’epoca in cui cittadini, associazioni e politica sono sempre più distanti.
Fronza Crepaz, su queste pagine il vescovo Tisi ha espresso particolare preoccupazione per la crisi della democrazia e la poca partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.
«Non possiamo più delegare a nessuno la risoluzione dei problemi: dobbiamo riprendere in mano la nostra vocazione politica a tutti i livelli. Quello della stanza degli affetti è un esempio piccolo ma concreto di come rispondere alla crisi della democrazia».
In che modo?
«La stanza degli affetti è un segno di civiltà: le persone hanno sbagliato, ma restano persone. La Corte costituzionale, inoltre, ha ricordato che il carcere può produrre una desertificazione dei sentimenti. Dicevano che non era fattibile aprirla per motivi logistici, eppure abbiamo collaborato con diverse realtà e siamo riusciti a superare ciò che veniva considerato impossibile. È un esempio di come si può partecipare ed essere protagonisti».
Il concetto, quindi, è quello di ragionare sui bisogni delle persone?
«Quando si parla di partecipazione bisogna essere chiari: ai cittadini va dato un potere reale. Non basta consultarli. Oggi ci sono cittadini che hanno problemi complessi e che pensano che la politica non offra le soluzioni. Altri, invece, avrebbero voglia di partecipare ma non vengono coinvolti. Il vero motivo, però, credo che sia dato dalle regole: sono rimaste invariate dal dopo guerra».
Cosa intende?
«La società è cambiata, le regole invece no. La democrazia non va inventata, va attualizzata. È un processo e va trattato come tale. Nel dopo guerra tutti i cittadini avevano gli stessi bisogni: dal lavoro alla sanità, ora invece la situazione è diversa e le richieste sono cambiate. Va offerta la possibilità di incidere sulle scelte, altrimenti la partecipazione resta una parola vuota».
Crede che i cittadini siano ancora interessati a partecipare?
«Se vengono fornite domande specifiche su argomenti vicini alle persone, chiedendo ad esempio come spendere determinati soldi o quali regole dare a certi ambienti, le persone partecipano e offrono il loro contributo. Non possiamo pensare che decidano di partecipare esclusivamente perché invitati a farlo. Serve che siano coinvolti a pieno attraverso argomenti di interesse. Lo stesso discorso vale per il mondo del volontariato. Ognuno deve fare la propria parte, le istituzioni devono andare sui territori e va creato un tavolo con tutte le parti sociali per avere un confronto chiaro e trovare le soluzioni».
Che ruolo possono avere i giovani in questo processo?
«Un ruolo centrale. Se messi nelle condizioni giuste, i giovani rispondono. Hanno una capacità di futuro straordinaria. Lo stesso vale per i nuovi cittadini, quelli stranieri arrivati in Italia, che spesso hanno un progetto di vita chiaro, orientato al futuro, e una forte motivazione a partecipare. Bisogna puntare su queste due categorie».
Rispetto a quando lei era parlamentare, come è cambiato il mondo della politica?
«Oggi mancano i corpi intermedi: quei luoghi tra società e istituzioni in cui si faceva politica, si formava una classe dirigente e si cresceva come cittadini. Allo stesso tempo, però, i cittadini di oggi hanno un sapere diffuso maggiore rispetto al passato. Oggi l’assetto deve essere quello delle donne di Matisse: ognuno deve a vere il proprio ruolo e la propria responsabilità, ma le risposte vanno trovate con un confronto tra le parti».
È cambiato anche il modo di raccontare la politica?
«Spesso il lavoro serio e approfondito viene oscurato da una comunicazione ridotta a battute e contrapposizioni. Oggi spesso il dibattito è limitato ai politici che si stuzzicano l’uno con l’altro. Questo contribuisce alla distanza tra cittadini e istituzioni. Serve più trasparenza e una maggiore capacità di raccontare ciò che davvero accade nei luoghi decisionali».
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