l'intervista
venerdì 16 Ottobre, 2026
Scuola e proteste, Rizza (Sovrintendenza): «Serve un nuovo modello di scuola trentina. Pensiamolo insieme»
di Donatello Baldo
Il sovrintendente scolastico: «Questo momento richiede attenzione, ascolto e capacità di tenere insieme questioni diverse, senza minimizzare le difficoltà e senza ricondurle a un’unica causa»
È prudente il sovrintendente scolastico Giuseppe Rizza nel commentare quello che succede in queste settimane all’interno del mondo dell’istruzione trentina: «Credo che questo momento richieda attenzione, ascolto e capacità di tenere insieme questioni diverse, senza minimizzare le difficoltà e senza ricondurle a un’unica causa. Mi sembra emerga una domanda di riconoscimento che riguarda il trattamento economico, ma anche il valore del lavoro educativo e la possibilità, per chi vive ogni giorno la scuola, di contribuire alla riflessione sulle scelte che ne orientano il futuro».
Partiamo dal trattamento economico.
«È un tema rilevante, che non può essere considerato separatamente dalla qualità dell’istruzione e dall’attrattività della professione docente. La passione educativa è una risorsa preziosa, ma deve accompagnarsi a un adeguato riconoscimento professionale. Il confronto su questi aspetti va sviluppato con serietà e concretezza, nelle sedi previste e nel rispetto dei ruoli, delle competenze e delle prerogative delle parti».
Ma lei stesso afferma che la questione è tuttavia più ampia.
«Sì, perché la qualità di un sistema educativo dipende da molte condizioni, tra le quali la valorizzazione della professione docente occupa un posto centrale, anche se non è l’unica. Ciò non significa attribuire ai singoli insegnanti la responsabilità dei risultati, ma interrogarsi anche sul funzionamento complessivo del sistema: sulla formazione iniziale e sulle modalità di accesso alla professione, sull’accompagnamento di chi comincia, sul sostegno offerto nelle diverse fasi della carriera e sulle opportunità di formazione e crescita professionale. Il benessere di chi insegna e quello di chi apprende sono dimensioni strettamente connesse. Per questo eviterei di interpretare automaticamente il dissenso come disaffezione nei confronti della scuola».
Cosa intende?
«Si può tenere profondamente al proprio lavoro e, nello stesso tempo, chiedere condizioni migliori per svolgerlo. Prendere sul serio questa domanda non significa rinunciare al miglioramento e all’innovazione, ma creare le condizioni perché possano essere perseguiti con il coinvolgimento responsabile di tutte le componenti della comunità scolastica».
Un obiettivo apprezzabile, ma come si procede?
«Il confronto con altre realtà italiane ed europee può aiutarci ad ampliare lo sguardo, purché sia condotto considerando le differenze tra i rispettivi sistemi. Non si tratta soltanto di comparare retribuzioni o tempi di insegnamento, ma di comprendere come venga riconosciuto il lavoro nel suo complesso, quanto la professione sia attrattiva e quali opportunità di sviluppo professionale siano disponibili. Possiamo guardare a queste esperienze per apprendere e valutare soluzioni adatte al nostro contesto».
Non si rischia però di considerare soltanto il punto di vista del docente?
«No, se il criterio di fondo resta la qualità di ciò che vogliamo offrire agli studenti: conoscenze solide, apprendimenti effettivi e diffusi, capacità critica e pari opportunità educative, con particolare attenzione a chi incontra maggiori difficoltà. Anche le ragazze e i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati. Comprendere le ragioni espresse dal personale scolastico e considerare gli effetti che questa fase può avere sui percorsi educativi degli studenti sono due responsabilità da tenere insieme, nel rispetto dei diritti e delle prerogative di tutti. Non devono essere rappresentate come interessi contrapposti».
Il suo ruolo è di raccordo tra le istanze che arrivano dal mondo della scuola e l’istituzione che la governa.
«L’assessorato all’Istruzione e il Dipartimento mantengono alta l’attenzione sulle condizioni di lavoro degli insegnanti e di tutto il personale scolastico, così come sulle difficoltà che le scuole sono chiamate ad affrontare. L’impegno è quello di favorire l’ascolto e il confronto e, nell’ambito delle rispettive competenze, individuare possibili risposte concrete e sostenibili. Lo sguardo, tuttavia, non può fermarsi alle tensioni del presente».
Nel senso che non ci si deve concentrare sul contingente? Oltre le rivendicazioni puntuali?
«Il cambiamento demografico, l’evoluzione socio-culturale e la trasformazione tecnologica pongono domande importanti sulla scuola dei prossimi anni, compresa quella trentina. Le risposte non sono già scritte: dipenderanno dalla qualità delle scelte che sapremo compiere e dalla nostra capacità di costruirle attraverso un confronto informato e partecipato».
Sembra di capire che la sua idea sia quella di immaginare un nuovo modello trentino di istruzione. È così?
«È questa l’ambizione che vorrei associare all’autonomia trentina, nel quadro nazionale e dentro un orizzonte europeo: contribuire a costruire una scuola nella quale si possa insegnare bene e che offra a ogni studentessa e a ogni studente le condizioni e gli strumenti per sviluppare capacità, talenti e aspirazioni. Dalla formazione delle persone dipendono anche la qualità della convivenza, la coesione sociale e la possibilità di partecipare in modo libero e consapevole alla vita democratica. L’obiettivo, dunque, non può essere soltanto gestire la fase attuale».
Ma quale dev’essere?
«Deve essere quello di rafforzare la fiducia, migliorare la capacità di confronto e creare le condizioni per affrontare insieme i cambiamenti».
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