L'intervista

lunedì 22 Dicembre, 2025

Sanità, la proposta di de Pretis: «Una specialistica per i medici di base»

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Il presidente dell'Ordine dei medici: «Sarebbe un unicum in Italia e attrarrebbe studenti. Il semestre filtro?
Un disastro. Bene l’Asuit ma ora bisogna integrare le due anime. Organici ancora in sofferenza»

Una specialistica per la medicina generale. Questa la proposta del presidente dell’Ordine dei medici del Trentino Giovanni de Pretis per provare, nel più breve tempo possibile, a dare risposta al problema della carenza di medici di base. Un percorso che rappresenterebbe un unicum in Italia, ma che grazie alla scuola di medicina e alla neonata Asuit potrebbe essere realizzato. Proprio l’Asuit, l’azienda sanitaria universitaria integrata, sarà la grande sfida per la sanità del Trentino nel 2026. «Non basta una delibera per realizzarla – spiega de Pretis – Ora bisogna lavorare per integrare davvero tutte le sue anime».
Presidente de Pretis, Ferro diceva che sul personale stiamo «vedendo la luce in fondo al tunnel», lei concorda?
«In parte sì. Non parlerei di “luce in fondo al tunnel” direi che ci troviamo in una fase di transizione, con alcuni passaggi di significativa importanza per il futuro della sanità trentina. Alcuni cambiamenti sono già stati fatti, come il rinnovo dei contratti della dirigenza medica, del comparto e dei medici di base, ed è un bel risultato. Erano fermi da anni e non era un bel segnale quando si andavano a cercare professionisti, oggi diventa invece un motivo di vanto per la nostra sanità. Ci sono però altri aspetti ancora in bilico che saranno cruciali».
Quali?
«Il nuovo ospedale innanzitutto, che si deve concretizzare ed è fondamentale, avere date certe per la realizzazione avrebbe un effetto importante sul reclutamento. Poi la sfida principale è la costituzione dell’Asuit. Non possiamo dire che sia già riuscita perché è stata deliberata dalla Provincia. Ora bisogna costruirla. Sarà una sfida importante: dobbiamo riuscire a integrare davvero parte ospedaliera e universitaria. Si tratta di una sfida quasi unica in Italia, con pochi esempi riusciti. Dobbiamo fare sì che tutti i medici, anche quelli non universitari, e tutto il comparto si sentano protagonisti di questa sfida».
Insomma un po’ come quando d’Azeglio diceva «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani»?
«Sì, esatto una cosa del genere. Se ci riusciamo avremo una realtà attrattiva in cui esercizio della professione, ricerca e docenza si integrano rendendoci attrattivi. Ma non dobbiamo dare per scontata questa integrazione, bisogna lavorare perché riesca».
Come vede lo stato degli organici per quel che riguarda gli ospedali?
«Sono in sofferenza e lo saranno anche nei prossimi anni perché mancano medici e non c’è la bacchetta magica. Dovremo essere bravi ad attrarre i medici. I rinnovi di contratto aiutano, ma non bastano. Serve anche dare loro un sistema che offra possibilità di fare ricerca, nuove tecnologie e qualità della vita».
La situazione più critica è quella dei medici di base?
«Sicuramente, poi c’è anche l’urgenza. La carenza è diffusa in tutto il Paese. Se questo aspetto noi stiamo lavorando a un obiettivo ambizioso: una specialistica di medicina generale a Trento con l’Asuit. Ad oggi in Italia non esistono specializzazioni universitarie, ma solo le scuole, come quella che a Trento gestiamo assieme a Provincia, Fbk, Apss e Università. Avere una vera e propria scuola di specializzazione sarebbe un unicum molto attrattivo. Siamo ancora in fase embrionale e non sarà facile, ma ci stiamo lavorando. L’altro aspetto importante per attrarre medici di base è il carico burocratico. Oggi i medici passano un terzo del tempo a fare lavoro non clinico, potessimo sgravarli sarebbe un aspetto fondamentale».
Cosa ne pensa dell’acquisizione del San Camillo?
«Non ho gli elementi per giudicare a fondo la questione. Mi dico che, in assenza del nuovo ospedale, la sanità a Trento non può fare a meno dell’apporto del San Camillo a fianco del Santa Chiara. Il privato convenzionato serve, ma la regia deve rimanere pubblica».
Gli studenti hanno bocciato il semestre filtro a medicina, lei che ne pensa?
«Che è un disastro assoluto, nato da un uso populista della sanità sfruttata a fini elettorali. Il numero chiuso serve per formare medici capaci. Invece si racconta all’elettore medio che è stato tolto per formare più medici e risolvere i problemi di oggi, quando questi professionisti saranno pronti tra 10 anni se va bene. Tra l’altro non è stato tolto il numero chiuso ma solo spostato di 6 mesi, con il risultato che abbiamo tanti giovani che spendono soldi e investono tempo in un percorso che, se poi non va a buon fine, gli fa perdere un intero anno».