Terra Madre
domenica 31 Agosto, 2025
Orsi, lo zoologo Zibordi: «Il modello Băile Tusnad può funzionare nelle valli: tecnologia e informazione»
di Marco Ranocchiari
Lo scienziato sul progetto del Comune romeno: «Partire dai bisogni dei singoli territori»

La coesistenza è fatta di piccoli passi, in Trentino come in Romania e ovunque nel mondo. Per raggiungerla non ci sono soluzioni uniche, ma un ventaglio di possibilità che passa per il coinvolgimento della popolazione e la ricerca scientifica. È per questi aspetti, più che per le soluzioni tecnologiche, che la cittadina romena di Băile Tusnad (vedi il T del 26 agosto), che ha quasi azzerato il conflitto grazie a un progetto voluto dal sindaco, può essere un esempio. Ne è convinto Filippo Zibordi, zoologo e divulgatore scientifico, che per 13 anni ha lavorato con il Parco naturale Adamello Brenta nell’ambito del progetto Life Ursus.
Da oltre centinaia di chiamate d’emergenza l’anno a quasi a zero, questo è il risultato della sperimentazione a Băile Tusnad. Sarebbe possibile anche da noi?
«Quella di Băile Tusnad è un’iniziativa molto interessante, soprattutto perché è molto includente. Nasce dal Comune ed è arrivata in maniera capillare fino ai cestini, alle case: un progetto vicino ai cittadini, con obiettivi condivisi. Anche noi dobbiamo partire dalle esigenze di ciascuna valle e di ciascun Comune. Questo potrebbe ispirarci, a patto però di non credere che ci sia una soluzione valida per tutti: il contesto è sempre diverso. La coesistenza, in Italia come in Romania, è fatta di piccoli passi».
In cosa si assomigliano e in cosa differiscono il Trentino e la Romania dal punto di vista dei carnivori?
«Dal punto di vista ambientale i contesti sono abbastanza simili: aree rurali e montane. Il Trentino, però, è più densamente popolato, con un utilizzo capillare del territorio e del bosco, dal turismo alla raccolta del legname alle attività ricreative. Vale il contrario per la popolazione degli orsi, che in Romania è di un ordine di grandezza superiore, con migliaia di individui, mentre in Trentino ce ne sono poco più di 100».
Il fatto che in Romania ci siano molti più orsi implica una gestione diversa della popolazione?
«Sì, la maggiore numerosità in Romania permette di agire con la mano decisamente più pesante a livello di prelievo dei problematici e di quote. In Trentino, invece, devi stare attento alle singole femmine, perché le femmine riproduttive si contano sulle dita di due o tre mani. In Romania no».
Anche in Romania, dove la caccia commerciale è stata vietata nel 2016, sono emerse molte difficoltà, soprattutto nelle zone dove l’orso è diventato un’attrazione turistica.
«Sì, queste situazioni sono diffuse in vari Paesi, dove fonti di cibo portate dai turisti o discariche possono diventare una sorta di “fabbrica” di orsi confidenti, creando situazioni problematiche».
Băile Tusnad, quindi, è un’eccezione anche in Romania. A fare la differenza sono le tecnologie per il monitoraggio? Perché non ci sono in Trentino?
«Qualunque tipo di sperimentazione e di ricerca scientifica è la benvenuta, perché in questo modo che si fanno progressi. Però non si deve cadere nella trappola del “proiettile d’argento”: non c’è un’arma definitiva per risolvere il conflitto, le soluzioni sono complesse. A Băile Tusnad vengono utilizzati i “virtual fences” (recinti virtuali che delimitano aree sensibili e che fanno scattare automaticamente un allarme quando un orso radiocollarato le oltrepassa, ndr), ma sono più che altro sperimentazioni: non sono utilizzabili in territori più vasti per problemi di scala. Non lo si fa in Trentino, non lo si fa neanche in Nord America. Questo approccio, però, genera conoscenze utili. Un aspetto tenuto in considerazione a Băile Tusnad, mentre è un neo della gestione in Trentino».
In Trentino non si fa abbastanza ricerca sugli orsi?
«Se ne potrebbe fare molta di più. Da quando è finito il progetto Life Ursus, la Provincia ha scelto di catturare e munire di radiocollare soltanto gli individui che mostrano atteggiamenti problematici. Sia chiaro, controllare questi esemplari è giustissimo: non serve solo a localizzarli (se fosse necessario un prelievo), ma soprattutto consente di tentare di “rieducarli”, respingerli verso il bosco e togliere loro la confidenza. Su questo la Provincia sta agendo molto bene. Con le sue azioni con cani, petardi, proiettili di gomma, la squadra di emergenza trentina è all’avanguardia in Europa. Però radiocollarare anche orsi “normali”, non problematici, ci permetterebbe di conoscere meglio le abitudini generali della specie».
La ricerca che benefici porterebbe?
«Avere una certa percentuale di orsi radiocollarata ci aiuterebbe, per esempio, a capire meglio le aree più utilizzate dalle femmine per dare alla luce i piccoli, oppure le aree maggiormente vulnerabili ai danni, oppure quelle dove avvengono di più gli spostamenti e quindi gli incidenti stradali. Un radiocollare ha un costo relativamente basso (sui 2000 euro). Mano a mano che i collari degli orsi reintrodotti dalla Slovenia si sono scaricati, però si è scelto di non sostituirli: è stata una decisione politica, già vent’anni fa criticata da molti tecnici».
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