L'intervista
domenica 6 Settembre, 2026
Neonazisti a Pietramurata, Grosselli (Cgil): «Bene la mobilitazione. La sicurezza è sociale, economica e fiducia nel futuro»
di Simone Casciano
Il segretario generale della Cgil Trentino traccia un bilancio della mobilitazione contro il raduno e allarga lo sguardo all'Europa: «Casa, salari, welfare e integrazione sono le grandi sfide».
Rispetto alla vicenda del raduno neonazista che in questi giorni ha scosso Pietramurata, il sindacato di cui Andrea Grosselli è segretario generale – la Cgil – è stato in prima linea fin dall’inizio, chiamando la cittadinanza a scendere in piazza e contribuendo a costruire quella «diga» contro l’estrema destra evocata più volte durante la mobilitazione. Lo abbiamo incontrato per tracciare un bilancio della risposta del territorio e, partendo da quanto accaduto in Trentino, allargare lo sguardo al clima politico che si respira oggi in tutta Europa.
Segretario, la mobilitazione è stata un successo?
«Sì, avevamo chiamato la piazza e la piazza ha risposto. Come organizzatore ho sentito che ci sarebbe stata partecipazione fin dalla pubblicazione dell’appello, a cui istituzioni, associazioni e cittadini continuano ad aderire. Quindi sì, la partecipazione c’è stata e siamo orgogliosi di come sia andata. Abbiamo dato un segnale molto forte a chi sostiene ideologie becere e violente come il nazifascismo».
Importante anche la presenza della giunta provinciale, nella figura dell’assessora Zanotelli, e del Consiglio provinciale, con il presidente Soini. Si è allargato e ricompattato un cordone sanitario che fa da barriera contro questi estremisti di destra?
«Sì, direi che se si vuole fare da diga contro la paura di chi vede nella piazza il luogo magari degli estremismi, invece di essere passivi nascondendosi dietro gli account social, mostrare questa ampia partecipazione, uscire e scendere in piazza è fondamentale. Farlo tutti insieme, anche partendo da posizioni politiche diverse che a volte nel gioco democratico confliggono, secondo me questa unità è un segnale importante per tutta la comunità, un segno di maturità politica, di capacità di essere diga. Possiamo scontrarci, mettere in discussione anche come si esercitano i riti democratici, però c’è un limite, e quel limite è la difesa della democrazia e, per il Trentino, la difesa delle istituzioni dell’autonomia. Che sono un valore aggiunto, devono esserlo. A volte noi diciamo alla giunta di usare l’autonomia meglio, a favore dei cittadini, ma ieri eravamo tutti insieme a dire che l’autonomia è prima di tutto mettere in sicurezza le libertà dei cittadini e delle cittadine, dei lavoratori e delle lavoratrici, che sono le prime a essere negate in un regime autoritario. Quindi un segno positivo che ci fossero tutte le autorità».
Parola d’ordine della manifestazione è stata non normalizzare la presenza dell’estrema destra e dei suoi messaggi…
«Assolutamente. Ieri, tra l’altro, tra i vari interventi che abbiamo ospitato, cercando di lasciare la piazza più libera possibile, hanno parlato non solo le istituzioni ma anche rappresentanti della società civile, chi fa della lotta politica la sua missione, come gli attivisti del Centro Sociale Bruno. Faccio mie le parole di Tommaso Baldo quando diceva che c’è assuefazione e allargamento verso quelle posizioni, la democrazia è faticosa, a volte fallisce, non riesce a dare le risposte sociali che la politica dovrebbe dare e allora ci si rifugia nelle scorciatoie. E quindi il messaggio oggi è questo: non fermarsi alla manifestazione, ma lavoro di fino quotidiano per difendere la democrazia come strumento di libertà e risposta ai bisogni sociali del Trentino, dell’Italia e dell’Europa. Se non facciamo questo tutti i giorni, se ci abbandoniamo alla fatica, il consenso alle facili e false scorciatoie aumenta».
Lei vede un legame tra la crisi dello stato sociale, le difficoltà del ceto medio e basso e la crescita dei partiti di estrema destra?
«Assolutamente sì, non perché si allarghi il fronte della povertà, un fenomeno che c’è ma che non è così sensibile come in altre parti del mondo. Il problema è che si è invertita la percezione dei cittadini: se dagli anni ’50 agli anni ’80 abbiamo vissuto una grande espansione di redditi, lavoro e potere d’acquisto, oggi vediamo arretramenti dal punto di vista sociale ed economico. Si sta meglio rispetto a 30-40 anni fa, ma c’è percezione di maggiore incertezza e difficoltà, e di un’erosione delle condizioni economiche che rendono più incerto il futuro. E questo si scarica fatalmente nella ricerca di qualcuno da punire, da colpevolizzare, che troppe volte diventa lo straniero e il diverso. Quando invece la soluzione non è togliere qualcosa a qualcuno, perché è una scala scivolosa e si finisce con il togliere a tutti, bisogna invece ampliare il modello di welfare. Essere in grado di costruire uno sviluppo del Trentino che sia più inclusivo, ricco e solidale. Abbiamo tutte le potenzialità per farlo e credo che sia anche il tempo di capire che, se vogliamo essere diga, oltre al lavoro quotidiano dobbiamo anche dare soluzione ai problemi più grandi per lo sviluppo del territorio: casa, salari, crescita professionale, capacità di integrazione dei migranti, non solo braccia ma cittadini di questa comunità, sanità e welfare. Sapere che tutte le grandi sfide che abbiamo di fronte il Trentino può affrontarle, perché ha le risorse economiche, le potenzialità dell’assetto dei suoi settori economici e la leva delle politiche dell’autonomia. Il Trentino, rispetto al resto del Paese, non ha alibi».
Qual è quindi la ricetta migliore per contrastare l’estrema destra?
«Si parla tanto di sicurezza come questione di ordine pubblico, ma la sicurezza è innanzitutto sociale, economica, ed è fiducia nel futuro. Se costruiamo questo l’onda nera arretra, purtroppo invece oggi si vede incertezza e paura. Ecco, la politica non dovrebbe fomentare le paure, ma garantire futuro, che quindi è sicurezza: economica, sociale e civile».
Serve più welfare e quindi spesa pubblica. Giusto ragionare di patrimoniale, di andare a chiedere ai super ricchi queste risorse?
«Le ricette ci sono, dalla Tobin Tax sui redditi finanziari ad altri strumenti. Le politiche fiscali devono avere un orizzonte comune europeo, sennò ci sarà sempre qualche Paese che farà il furbo con vantaggi fiscali per attrarre capitali, quindi la ricetta non è semplice, ma almeno a livello europeo dobbiamo trovare un accordo per risolvere queste grandi sfide con il dialogo. So che è un auspicio ingenuo, ma altrimenti creiamo illusioni e non risolviamo nulla. L’Europa per prima deve fare questo scatto, fare integrazione fiscale tra gli Stati membri, anche puntando su grandi novità come può essere spingere sull’Europa delle regioni, che è un sentimento che qui ci appartiene. Sono curioso di ascoltare cosa dirà oggi (ieri, ndr) Mattarella a Trento in occasione dell’accordo De Gasperi-Gruber, perché crediamo che l’Euregio possa essere avanguardia di questa Europa delle regioni, che, andando oltre i confini nazionali, porti a maggiore integrazione tra i Paesi membri, a partire da quelle fiscali».
Il reportage
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