Cultura
martedì 2 Giugno, 2026
Melissa Febos e «l’anno senza sesso» raccontato in un libro. «Doveva essere una privazione, è diventato un periodo di estrema serenità»
di Stefania Santoni
Il racconto in «Dry Season»; «Cercavo il piacere attraverso gli altri. Quando vi ho rinunciato ho scoperto che lo stavo evitando in altre forme»
«Più cose leggevo su Hildegard e su altre donne che vissero devote a Dio e lontane dagli uomini, più inquadravo la cosa come un luogo fertile per l’ambizione. Immaginate una donna piena di talento, in possesso di una mente straordinaria, una donna che ha sete di potere e cerca una sfida. Che inferno, vivere in una società che nulla si aspetta da lei e nulla le concede, se non di riprodursi e cucinare e pulire e in generale prendersi cura di uomini che le sono inferiori». C’è un passaggio, in «Dry Season», che racchiude il cuore del nuovo libro di Melissa Febos: l’idea che la sottrazione possa diventare uno spazio fertile. Non una rinuncia moralistica, ma la possibilità di restituire energia a sé stesse, al proprio desiderio, alla propria ambizione. Dopo una relazione tumultuosa, Febos decide di interrompere appuntamenti, relazioni e sesso per tre mesi. Quella che sembra una pausa temporanea si trasforma però in un intero anno di astinenza sentimentale e sessuale: un tempo che diventa libertà, scoperta e riscrittura radicale del rapporto con il piacere. Pubblicato in Italia da Nottetempo, il libro intreccia autobiografia, femminismo e genealogie letterarie, mettendo in dialogo figure come Saffo, le beghine, la mistica medievale Ildegarda di Bingen. Il tour italiano, iniziato al Salone Internazionale del Libro di Torino, ha fatto tappa anche in Trentino, intervenendo giovedì 21 maggio alla libreria Due Punti di Trento e alle 20.30 alla libreria Arcadia di Rovereto, la quale in questi giorni sta proponendo proprio alcuni autori e autrici ospitati al Salone del Libro (ieri c’era Tonio Schachinger, oggi Aline Bei e Claire Adam, giovedì appunto Melissa Febos).
Melissa Febos, «Dry Season» racconta un anno di astinenza che, paradossalmente, diventa un anno di piacere, scoperta e intensità. A colpire è il fatto che la rinuncia non venga vissuta come privazione, ma quasi come apertura. Quando ha capito che stare lontana dalle relazioni romantiche poteva trasformarsi in un’esperienza di libertà?
«All’inizio non cercavo necessariamente la libertà — davo per scontato che l’astinenza si sarebbe sentita come una privazione, ma ero disposta a sopportarla pur di avere relazioni migliori e di evitare il dolore. Quasi subito, ho provato una sorprendente sensazione di sollievo. Invece della privazione, mi sembrava di avere un’abbondanza di tempo, energia e creatività. Man mano che mi immergevo nel lavoro di quell’anno — indagare le mie relazioni passate e le mie esperienze di intimità lungo tutta la vita — quel senso di sollievo si è evoluto in una specie di libertà. Chiarendo il mio ruolo nel passato, ho potuto recuperare un senso di agency che fino ad allora mi era mancato».
Nel libro intreccia la sua esperienza con figure femminili lontane nel tempo, tra cui le mistiche medievali. Mi piacerebbe soffermarmi in particolare su Ildegarda di Bingen: che tipo di incontro è stato per lei? Cosa ha trovato nei suoi testi e nella sua visione del corpo, del desiderio e della spiritualità?
«La storia della vita di Ildegarda mi aveva sempre commossa profondamente, ma durante la mia castità ha risuonato in modo nuovo. Fino alla metà dei trent’anni, aveva vissuto in una condizione di estremo isolamento e mancanza di potere, come pupilla della Chiesa. Dopo la sua liberazione, raggiunse un grado straordinario di empowerment e autorealizzazione. In un’epoca in cui le donne non avevano praticamente nessun potere, divenne una figura di enorme influenza — sociale, politica e spirituale. Era artista, naturalista, linguista: una vera polimata, e costruì tutto ciò su una base di cosiddetta rinuncia. Attraverso la sua storia ho capito che ciò che la società patriarcale definiva “privazione” era spesso vissuto dalle donne come abbondanza. Ed è proprio per sostenere quel sistema di valori che le donne sono state incoraggiate a evitare la solitudine, la priorità dei propri desideri e la comunità di altre donne».
In molti passaggi emerge una riflessione molto forte sull’essere desiderate. Per tante donne il riconoscimento passa ancora attraverso lo sguardo dell’altro. Quanto è stato difficile disinnescare questo meccanismo e imparare a percepirsi come complete anche fuori dalla relazione?
«In una certa misura, credo sia impossibile eliminare del tutto quello sguardo interiorizzato dalla propria coscienza. Sono cresciuta desiderando e temendo l’attenzione maschile, vedendola come un pericolo e allo stesso tempo come una forma di potere. In questo modo ho imparato a mettere al centro il punto di vista degli altri rispetto al mio, a oggettivarmi. Invertire questa tendenza è stato il lavoro di una vita intera. In larga misura sono riuscita a dare centralità alla mia esperienza, alle mie convinzioni e ai miei desideri, ma è un percorso che punta al progresso, non alla perfezione».
In «Dry Season» il piacere cambia forma: non scompare, ma smette di dipendere dalla presenza di un partner. Che cosa ha scoperto, durante questo anno, sul rapporto tra desiderio, corpo e solitudine?
«Prima del mio anno di castità, avevo cercato il piacere soprattutto attraverso gli altri, in particolare attraverso le persone di cui ero innamorata. Era una fonte affidabile! Solo quando vi ho rinunciato ho scoperto quante altre forme di piacere mi stavo precludendo. In un certo senso, mi sono innamorata del mondo. Mi sono innamorata della natura, delle amiche, del cibo, della musica, dell’arte e di Dio. Ho capito che un senso del piacere più ampio e capiente era disponibile ovunque, se solo si portava la giusta attenzione».
Lei costruisce una sorta di genealogia femminile alternativa che passa da Saffo a Virginia Woolf. Sentiva il bisogno di cercare delle «antenate», donne che avessero già provato a vivere creatività, libertà e desiderio fuori dagli schemi dominanti?
«Assolutamente sì. Quando ho iniziato la mia castità ero smarrita. Pensavo di essere un’esperta d’amore, ed ero stata umiliata dal mio stesso dolore. Non sapevo nulla dell’intimità, o meglio, avevo bisogno di disimparare le storie che mi raccontavo sull’amore e su me stessa. Così sono andata a cercare nuovi modelli. Ho cominciato con le donne che avevano scelto volontariamente la castità nella storia mondiale, poi ho allargato lo sguardo a chiunque avesse saputo definire l’amore al di fuori delle prescrizioni sociali. Alla fine sono approdata a una genealogia inaspettata, una che rivendicherò per il resto della mia vita. Molte di quelle figure sono finite nel libro».
Oggi siamo immersi in una cultura che ci spinge continuamente verso la performance, anche sentimentale e sessuale. Crede che scegliere una pausa, fermarsi, sottrarsi per un momento a questa pressione possa diventare una pratica radicale di ascolto di sé?
«Non c’è nulla in cui creda di più. Nella performance ci perdiamo. Questo può essere piacevole, temporaneamente, ma come stile di vita, come stato mentale costante, porta a un profondo estraniamento dalla propria anima. Solo uscendo dalla performance possiamo ritrovare noi stesse, possiamo davvero entrare in contatto con qualsiasi altro essere».
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