L'intervista
lunedì 17 Agosto, 2026
Maddalena Spagnolli e il femminismo degli anni Settanta: «È l’unica rivoluzione moderna non violenta. La forza della filosofia femminile sta nella valorizzazione del “sentire”»
di Anna Maria Eccli
Per 30 anni docente di filosofia al Liceo Rosmini, ha contribuito alla creazione di «Cara Città» e «Casa delle donne»
Jeans sfrangiati, zeppe, sigarette, prime morti iconiche, Hendrix, Morrison, Joplin… Negli anni Settanta c’era anche chi disertava discoteche, punk, Kerouac e intimismo psichedelico per cercare nuove prospettive civili e politiche, ma sopra a questi, e a quelli, galleggiava come medusa fosforica un bisogno di libertà mai conosciuto prima, un nuovo paradigma antropologico stava affermandosi con il coinvolgimento massiccio della parte femminile. Il movimento femminista, ormai lontano dalla mera richiesta di uguaglianza d’ottocentesca memoria, puntava alla valorizzazione della “differenza” femminile e alla lotta contro il patriarcato, che già Engels aveva descritto come “sistema sociale e politico di dominio maschile”.
È questo il brodo in cui si formò la generazione di Maddalena Spagnolli, classe 1959, già docente di Filosofia per 30 anni al Liceo Rosmini, nata per caso a Rovere della Luna (il padre era direttore della cantina locale), ma dalle salde origini familiari a Isera. Formatasi nella comunità filosofica veronese Diotima (dal nome della maestra di Socrate nel Simposio di Platone), fondata da Luisa Muraro, a Rovereto ha fatto parte dell’Associazione Adelina Crimella; nel 1996 ha contribuito alla creazione della lista Cara Città e, poi, alla nascita della Casa delle donne di cui oggi è vicepresidente. Ha dedicato la vita all’elaborazione del pensiero femminista della differenza. Si considera poco disciplinata, talvolta un po’ irruente per il bisogno di “parresia”, arte del dire in modo efficace e franco la verità.
Maddalena, quando inizia l’impegno femminista?
«Già nell’adolescenza avevo grande bisogno di libertà, l’urgenza di scoprire quale fosse il mio posto nel mondo. Al centro stava l’idea di dover raggiungere la parità tra sessi. Paradossalmente a farmi maturare un’idea diversa di femminismo è stata la figura di un uomo, mio padre. Fu lui a farmi riflettere sul fatto che la donna “è diversa”, non c’è parità che tenga. Questo mi diede la forza di cercare un nuovo femminismo».
Il padre all’origine di un nuovo pensiero… la biografia pesa sempre.
«Moltissimo, non è mai a sé stante, è inserita storicamente, come dimostra la ricerca sul pensiero delle donne. È la cultura maschile che separa pubblico da privato, la Storia dalle storie, la politica dal sociale. Io non mi sono mai sentita separata dal mio tempo; ne respiravo il cattolicesimo sociale impegnato, ma anche quanto stava accadendo in quegli anni».
Cosa stava accadendo?
«Arrivata alle Magistrali mi ero trovata in un ambiente mosso da fermenti rispetto ai quali mi sentivo combattuta. Provavo fastidio ad aderire alle manifestazioni studentesche in maniera acritica, c’era qualcosa che mi impediva di seguire l’onda, per quanto buona fosse. Capii quale fosse il mio posto all’Università, quando ebbi come docente di Filosofia Teoretica Chiara Zamboni, erano i primi anni Ottanta»
La sua famiglia d’origine?
«I miei genitori erano aperti, impegnati nel cattolicesimo sociale e nell’Azione Cattolica, sono stati per me esempio di concretezza, solidità e generosità. Mi capivano, nonostante i nostri scontri. Papà Benito portava un nome che non gli fu dato dai nonni, di idee socialiste; a imporglielo fu la madrina filofascista, della quale il nonno era mezzadro. Mamma, Adriana Rigotti, era molto saggia, molto centrata, piena di buon senso. Sarta ancora prima di nascere, perché così la famiglia aveva deciso per lei».
Come fu l’adolescenza, a Isera.
«Abitando in prossimità di Sacco, vicino all’edicola di San Giovanni Nepomiceno protettore delle acque, ero più legata a Rovereto e l’adolescenza l’ho trascorsa nell’oratorio di Santa Caterina, uno dei più vivaci, in quegli anni, con Padre Gregorio. È stata una grande scuola; si leggeva il Vangelo e lo si interpretava sul piano personale. Questo è stato un viatico per me».
In che senso?
«Nel senso che quando, nell’84, incontrai la comunità Diotima, gruppo di filosofe impegnate a rielaborare il pensiero femminile “partendo da sé”, mi ritrovai nello stesso solco pratico che conoscevo. La riflessione teorico-filosofica, infatti, mi interessava da sempre, ne ero affascinata, ma nel contempo provavo la strana sensazione d’essere inadeguata».
Forse perché ci si disorienta nell’avvicinare ciò che non si conosce.
«No, non era solo questo; provavo disagio verso un pensiero sostanzialmente maschile che mi escludeva. Questo lo capii solo dopo aver incontrato Diotima, comunità di pensiero che mi permetteva di fare filosofia partendo da me. È stato fondato più di 40 anni fa da Luisa Muraro, filosofa, attivista, scrittrice, docente di Filosofia Teoretica nell’ateneo di Verona, nonchè fondatrice della Libreria delle donne di Milano. Il valore fondamentale del suo pensiero riguarda la relazione. La regola principale che impose a Diotima era quella di “ascoltarsi per rilanciare”. Io, timidissima, da giovane pivellina frequentai per tre anni la comunità senza trovare il coraggio di spiccicare parola. Scendevo a Verona in treno e risalivo con la mente più confusa che mai; sentivo il peso di una navigazione senza direzione. Finchè un giorno Muraro affrontò Zamboni, ricercatrice che mi aveva introdotta nel gruppo, dicendole che se non intervenivo me ne potevo stare a casa».
Perentorietà da maschio.
«No, autorevolezza relazionale, femminile; sapeva che solo dalla relazione scaturisce la possibilità di trasformazione, sia del pensiero, sia dell’azione. Il pensiero femminista, infatti, nasce da pratica relazionale concreta, si sviluppa in fieri, soggetto a cambiamenti continui e la filosofia di Muraro intendeva superare la distinzione tra pratica e teoria, di stampo aristotelico, per aprirsi al “sentire”».
L’aut aut funzionò?
«Sì, per me continuare ad andare alle riunioni di Diotima era una necessità, non potevo farne a meno; capivo poco, ero confusa, ma spinta da necessità. Siccome mi aveva fulminata la lettura di “La passione secondo G.H.”, di Clarice Lispector, autrice dalla scrittura mistica che, attraverso la destrutturazione di particolari, riflette di continuo su di sé, rinunciando a certezze e stabilità, usai questo testo per iniziare a prendere la parola».
In che cosa sono diversi il modo di intendere maschile e femminile?
«La cultura maschile ha elaborato teorie, astrazioni, progetti… Ma tutte le teorie, le ideologie, sono fallite, perché non sanno fare i conti con il reale. La realtà è molto più complessa della teoria, lo sapeva la servetta di Tracia che rise quando la distrazione fece precipitare nel pozzo il saggio Talete. Il femminismo è l’unica rivoluzione moderna non violenta. Le donne, come fiumi carsici, appaiono e scompaiono nella storia e la forza della filosofia femminile sta proprio nella valorizzazione del “sentire”, base per costruire pensiero. Pensiero e corpo non sono separabili. Pensiamo a Simone Weil, ad Hannah Arendt…»
Come superate i conflitti, nella Casa delle Donne?
Confrontandosi, per quello che si può. Un’iniziativa che ci ha molto unite è stata la creazione dell’Archivio della storia delle donne di Rovereto depositato in Biblioteca, significativo per la stessa storia della città».
Esistono uomini disposti a uscire dal proprio ordine logico?
«Incominciano a esserci; penso a “Maschile plurale”, rete che fa del pensiero femminile un’occasione per ripensare la propria virilità, mettendo sotto accusa patriarcato e violenza».
I prossimi suoi impegni?
«A febbraio, per l’Università dell’Età Libera, proporrò un corso su come pensatrici di ieri e di oggi ci aiutano a leggere il presente».
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