Cold case

giovedì 29 Ottobre, 2026

Ludwig, la rivelazione in un libro: «Oltre ad Abel e Furlan c’erano altre persone. L’equivalente di una squadra di calcio». E avrebbero agito anche nel delitto di Trento

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L'indagine nel volume a firma di Roberto Taddeo. I nuovi indizi dal processo di Brescia

Èun librone di 560 pagine. Ma servono tutte. Perché, per la prima volta, raccoglie con ampia documentazione anche fotografica tutti i delitti firmati Ludwig: che è poi il titolo del volume, a sormontare in copertina il simbolo nazista dell’aquila che comparve all’epoca in alcuni loro volantini di rivendicazione. Roberto Taddeo, saggista marchigiano ma bolognese di adozione, ne è l’autore, per Mimesis. E il suo è un lavoro che racconta un’ossessione, come quella che già lo ha portato a pubblicare un’opera in addirittura tre volumi (Mdf) su un’altra epopea criminale che ha fatto la storia d’Italia: quella del Mostro di Firenze, come da acronimo di titolo. Per questo «Ludwig» il sottotitolo già parla chiaro, giustificando appieno la mole del volume: «I delitti, le indagini, i processi, le nuove ipotesi». Con quest’ultima parte bene evidenziata.

Il libro si compone infatti di cinque ampie sezioni, con le prime tre a ripercorrere con inedita dovizia di particolari appunto delitti, indagini e processi. Ed è una cavalcata in vicende tremende, alcune delle quali in parte dimenticate, anche perché non attribuite ai veronesi Wolfgang Abel e Marco Furlan in sede giudiziaria: ecco quindi immagini e cronache relative agli omicidi, piste investigative percorse a lungo e a vuoto, fino a quando i due assassini vennero fermati e arrestati mentre cercavano di dare fuoco a una discoteca di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano. Era il Melamara: lì, il 4 marzo 1984, Abel e Furlan, vestiti da Pierrot (era una domenica pomeriggio e nel locale era in programma una festa in maschera), vennero quasi linciati dopo che il principio d’incendio era stato domato dai clienti. Un rogo che avevano tentato di appiccare versando litri e litri di benzina sulla pista da ballo.
Nel 1983, è noto, Ludwig colpì anche a Trento: avvenne il 26 febbraio, quando a tarda sera lungo via Giardini venne trovato moribondo padre Armando Bison, 71 anni, religioso dell’Ordine dei Serviti, residente nel vicino convento dei Venturini. Lo avevano aggredito a colpi di martellate, spaccandogli il cranio, conficcandogli in testa anche un crocifisso a punteruolo. Sarebbe morto alcuni giorni dopo nell’ospedale di Verona, senza riprendere conoscenza. E quel delitto sarebbe rimasto per mesi irrisolto, passando anche per l’inconcludente arresto di un insegnante di matematica di Pavia, poi del tutto scagionato. Si chiamava Silvano Romano ed è morto nei mesi scorsi, dopo aver lungamente insegnato all’università.

Dei tanti delitti firmati Ludwig si continua però a parlare e scrivere. Proprio perché, come vedremo (e come racconta Taddeo), sono emerse nuove evidenze giudiziarie provenienti da Brescia, dai processi ancora in corso per la strage neofascista di piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Ludwig comparve alcuni anni dopo, ma c’è un filo nerissimo che lega la coppia di neonazisti veronesi alla stagione stragista di Ordine Nuovo, a rendere meno incomprensibile oggi quella parabola di sangue tra il 1977 e il 1984.

Alla fine le vittime furono una quindicina, solo dieci delle quali però attribuite a Ludwig per via giudiziaria. E si tratta di tre anziani sacerdoti (oltre a Bison, altri due uccisi a martellate nel Vicentino), una cameriera di origini italiane nell’incendio di un locale notturno a Monaco di Baviera (città di origine di Abel), altri sei morti a Milano nel rogo di un cinema a luci rosse, l’Eros Sexy Center. Altri delitti restarono esclusi dal capo d’imputazione, ma anche quelli sono ripercorsi da Taddeo con eccezionale acribia documentale, a comporre un quadro ancora più grave di quello sentenziato. Un quadro, qui sta il punto, in cui Ludwig emerge come qualcosa di ben diverso dalla «follia a due» di Abel e Furlan. E che potrebbe giustificare la riapertura di vecchi fascicoli d’indagine, alla ricerca di altri componenti dell’organizzazione. Complici di più delitti. Compreso quello di padre Bison.

Taddeo è nato nel 1982 a San Benedetto del Tronto: era dunque bambino negli anni di Ludwig e non ne conserva memoria. Dopo essere stato avvocato di diritto del lavoro, ora è consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto (struttura toscana che ottenne per decenni l’affidamento di minori in difficoltà e poi coinvolta in un’inchiesta per abusi fisici, psicologici e sessuali) ed è direttore scientifico del festival letterario Sommersi, che si tiene a Grottammare, incentrato su storie di crimini, misteri, cronaca nera e saggistica investigativa. Spiega Taddeo che proprio nelle indagini sul delitto Bison «vi fu un giovane che fece dichiarazioni autoaccusatorie; era un ex parà di Thiene, che frequentava il giro di Ludwig, e che disse di essere stato a Trento per un sopralluogo lungo la salita di via Gradini, dove c’era un convento». Ma la cosa restò lì, impigliata nei verbali. Diversi altri sarebbero comunque i personaggi del «giro di Ludwig» ancora potenzialmente perseguibili, tutti nel libro indicati con nome e cognome, attraverso un lavoro incrociato su materiali investigativi dell’epoca e la più recente inchiesta del colonnello Massimo Giraudo su piazza della Loggia. In particolare le ricche dichiarazioni di Giampaolo Stimamiglio, ordinovista veronese principale teste d’accusa nel processo che ha portato alla condanna a trent’anni del veronese Marco Toffaloni (allora era addirittura minorenne, ma compagno di liceo di Abel e Furlan) e in quello ancora in corso nei confronti di Roberto Zorzi.

È proprio nella sentenza di condanna di Toffaloni, a cui manca solo il sigillo della Cassazione che si profila il seguente scenario: «Attorno ad Abel e Furlan non c’era semplicemente solo un terzo uomo – afferma Taddeo – ma probabilmente a livello numerico una squadra di calcio, dieci-undici persone che possono aver partecipato ai delitti di Ludwig: un gruppo multiforme di figure che si interscambiavano». Altra indagine oggi dimenticata, ma ricchissima di elementi convergenti nella medesima direzione, è quella che a Bologna negli anni Ottanta riguardò le Ronde Pirogene Antidemocratiche. Era un gruppo di matrice di estrema destra che prendeva di mira le utilitarie, bruciandole, e rivendicando gli attentati con volantini: un gruppo in cui era coinvolto lo stesso Toffaloni. «Si può parlare di consapevole prosecuzione della precedente strategia della tensione – precisa Taddeo – a cui partecipavano proprio le Ronde che colpivano automobili di proletari in quella che era la città più rossa d’Italia». Una strategia insomma post ordinovista («definizione a cui tengo molto», spiega Taddeo) messa in moto da giovani anarco-nazisti che forse neppure sapevano che cosa avesse significato la sigla di Ordine Nuovo, «ma che ne recepiscono le schifezze culturali mettendole in pratica, con l’obiettivo di ripulire le città da clochard, prostitute, tossicodipendenti e quant’altro». La possibilità di riaprire vecchie inchieste ci sarebbe, conclude, ma non dipende solo dalla volontà di giornalisti e ricercatori che se ne occupano: occorre un passo concreto da parte dell’autorità giudiziaria. Magari considerando il fatto che alcuni delitti sono rimasti del tutto esclusi dalla sentenza che ha riguardato Abel e Furlan. Una sentenza peraltro vecchia di quasi quarant’anni fa.

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