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sabato 24 Ottobre, 2026
L’Atletica Valchiese torna sul tetto d’Italia, Filosi sul trono con Vender e Merli: «Questa vittoria va a Martina Zulberti»
di Andrea Scalet
Staffetta vincente nella corsa in montagna e il trio dedica il trionfo alla tifosa morta quest'anno a causa di una malattia
Quattro anni dopo Gagliano del Capo, l’Atletica Valchiese è tornata sul tetto d’Italia nella corsa in montagna. Sui sentieri del Val Bregaglia Trail di Chiavenna, la formazione giudicariese si è aggiudicata il titolo italiano a staffetta in 1h37’14”, grazie ad Alberto Vender, Luca Merli e Marco Filosi, protagonista dell’affondo decisivo nell’ultima frazione. Una vittoria costruita sulla forza del collettivo, risolta dalla rimonta di Filosi e impreziosita dal ritorno del trentino dopo un lungo stop per un intervento alla schiena. Classe 1995 di Praso, frazione del comune di Valdaone nelle Giudicarie, Marco Filosi è arrivato alla corsa passando dal calcio. Un esterno tutta fascia che si era messo in evidenza fin da giovanissimo con la Condinese, prima di proseguire l’esperienza al Comano Terme Fiavé, in Eccellenza, conquistando la Coppa Italia provinciale e regionale. Poi la scelta di cambiare strada con l’ultimo stagione disputata nel 2013/14. A riaccendere la passione per la competizione sono state le campestri scolastiche e l’incontro con Ennio Colò, allora suo professore e successivamente allenatore, rimasto ancora oggi un punto di riferimento. Un percorso diverso, fino alla montagna e a un titolo italiano che, dopo mesi difficili, assume anche il valore di una ripartenza. Il tricolore ritrovato porta con sé, però, un significato che va oltre il risultato sportivo. La squadra ha dedicato il successo a Martina Zulberti, segretaria della società, scomparsa quest’anno dopo una malattia che l’ha portata via in poco tempo. Il suo ricordo ha accompagnato gli atleti della Valchiese in una giornata che premia il lavoro svolto da tutta la società.
Marco, che cosa significa conquistare il titolo italiano?
«È una soddisfazione enorme. La staffetta ha qualcosa di particolare. Dipende da ciascuno di noi, da quanto ci si allena e da come si riesce a interpretare la propria frazione. Poi, alla fine, si vince o si perde insieme. In questo c’è una bella somiglianza con il calcio».
Prima di diventare un protagonista della corsa in montagna giocava proprio a calcio. E poi?
«A un certo punto mi ero un po’ stufato. Non mi divertivo più. Avevo iniziato ad avere qualche volta paura di sbagliare, nonostante giocassi in Promozione. Quando arrivi al punto in cui quasi hai paura di giocare, secondo me è meglio fermarsi e cambiare».
Il cambiamento dal calcio alla corsa come è arrivato?
«È stato Ennio Colò a farmi avvicinare alla corsa. All’epoca era il professore che mi seguiva nelle corse campestri e successivamente è diventato il mio allenatore. Ancora oggi allena i miei compagni. Io, invece, da qualche anno mi alleno da solo, ma Ennio rimane il mio mentore».
Come ha vissuto la gara, in particolare la sua frazione?
«Alberto e Luca hanno fatto un ottimo lavoro nelle prime due frazioni. Dopo la prima eravamo messi molto bene, con Alberto davanti e Luca nelle posizioni di vertice. Nella discesa Luca è stato superato da due atleti delle società che poi sono salite sul podio (Sport Project Vco e Gemonatletica, ndr). Io sono riuscito a recuperare quelle due posizioni e a riportarci davanti».
Da ultimo frazionista cambia anche il peso della responsabilità?
«Sicuramente. Essere l’ultimo significa avere un po’ più di tensione. Puoi essere quello che taglia per primo il traguardo oppure quello che viene superato. Devi gestire la gara, pensare a quello che puoi fare e cercare di non sprecare le energie».
Lei veniva da un infortunio. Quanto è stato difficile ripartire?
«Sono stato fermo per un periodo lungo e nel 2025 ho subito un intervento alla schiena. Quest’anno è stato soprattutto un anno di rientro. Non era scontato ritrovare subito le sensazioni di prima».
La corsa in montagna richiede un lavoro molto specifico. Come si organizza la sua preparazione?
«È una questione di incastri. Io, Alberto e Luca lavoriamo a tempo pieno, quindi bisogna riuscire a organizzare gli allenamenti insieme agli impegni quotidiani. Ci alleniamo tutti i giorni e, in alcune occasioni, anche due volte al giorno».
Qual è il lavoro che non può mancare nella preparazione di uno specialista della montagna?
«Bisogna combinare diversi tipi di allenamento. Ci sono i lunghi a intensità più bassa, che possono durare almeno un’ora, e le sedute sui sentieri. Ma non si può pensare di allenarsi soltanto in salita. Servono anche la discesa e il lavoro veloce in pianura. In genere una volta alla settimana si può arrivare a un’ora e mezza, mentre gli allenamenti specifici sono solitamente due a settimana».
C’è un aspetto che rende questa vittoria diversa da tutte le altre?
«Martina Zulberti era la nostra prima tifosa e una grande sostenitrice della squadra. Quest’anno ci ha lasciati a causa di una malattia che l’ha portata via in poco tempo. Per noi è stato un dolore enorme. Siamo cresciuti nell’Atletica Valchiese e lei faceva parte di questa famiglia. Per questo abbiamo voluto dedicare a lei la vittoria».
Quali sono gli obiettivi per lei?
«Adesso bisogna continuare a lavorare. Questa vittoria dà entusiasmo e fiducia. Ci godiamo il risultato, con la voglia di ripartire e guardare avanti. Domenica saremo al via del 69° Trofeo Vanoni, il cosiddetto “Mondiale Delle Foglie Morte”, una gara storica internazionale a staffetta che si tiene a Morbegno in provincia di Sondrio. Nel 2024 vincemmo con la stessa formazione».
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