Crisi climatica

lunedì 7 Settembre, 2026

Il ghiacciaio della Marmolada sempre più malato: nella caldissima estate del 2026 persi 23 metri di fronte e nove ettari di superficie, il triplo rispetto agli scorsi anni

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Il risultato della campagna glaciologica dell'università di Padova: «Nuovo record negativo»

La Marmolada continua a perdere terreno. Nell’estate più calda in quota sulle Dolomiti almeno dal 1991, il ghiacciaio principale delle Dolomiti ha registrato un arretramento medio dei fronti di 23 metri, quasi il triplo rispetto agli 8 metri rilevati lo scorso anno.

A fotografare la situazione è l’ottava edizione della Campagna Glaciologica Partecipata sulla Marmolada, promossa dal Museo di Geografia dell’Università di Padova con la collaborazione dei ricercatori dell’ateneo, di ARPAV, della Fondazione Glaciologica Italiana e di studenti e cittadini volontari.

Il dato più significativo riguarda la superficie: in un solo anno il ghiacciaio ha perso 9 ettari, passando dai 92 dello scorso anno agli attuali 83 ettari. Nel 2023 la superficie era ancora di 100 ettari.

Ghiacciaio ritirato di 120 metri

«I dati raccolti quest’anno aggravano la tendenza già evidente negli ultimi decenni, segnando un nuovo record negativo di riduzione di superficie del ghiacciaio», commenta Mauro Varotto, docente del Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova e responsabile scientifico della campagna.

L’analisi della superficie è stata condotta su immagini satellitari da Francesco Ferrarese. Secondo Varotto, una perdita di questa entità era stata registrata soltanto nel 2022, l’anno del tragico crollo della Marmolada.

«Se si ripetono estati come quella appena trascorsa, il ghiacciaio potrebbe avere solo una decina d’anni di vita», aggiunge il docente.

Ancora più marcato il ritiro registrato in corrispondenza della fronte occidentale. «Complessivamente le misure frontali registrano un ritiro triplicato rispetto allo scorso anno, 23 metri in media», spiega Giovanni Benetton, da quest’anno responsabile delle misurazioni per la Fondazione Glaciologica Italiana.

«La situazione più drammatica è quella della fronte occidentale dove in un segnale abbiamo registrato un ritiro di 120 metri in due anni, con una quota della fronte ormai oltre i 2.900 metri».

Il ghiacciaio, aggiunge Benetton, risulta completamente privo di neve residua, ad eccezione di quella presente sotto i teloni geotessili.

Temperatura di oltre 3 gradi sopra la media

A incidere sulla situazione è stata un’estate particolarmente calda anche alle alte quote.

«L’estate 2026 si è rivelata la più calda in quota sulle Dolomiti almeno dal 1991, superando per persistenza e temperature medie anche quella del 2003», afferma Gianni Marigo di ARPAV.

Nel solo mese di agosto lo scarto rispetto alle medie è stato superiore ai 3 gradi. Alla stazione ARPAV di Punta Rocca, a 3.250 metri, sono state registrate temperature minime negative soltanto in tre giornate, con un valore minimo di -0,6 °C. Non si è invece verificata alcuna giornata con temperatura media negativa.

«Sono così continuati gli intensi processi di ablazione del ghiacciaio e non si sono verificate nevicate nemmeno alle quote più elevate», sottolinea Marigo. Parallelamente è proseguito anche il degrado del permafrost: alla stazione del Piz Boè non è stato rilevato terreno gelato a nessuna profondità.

I crepacci pieni d’acqua di fusione

Un elemento di particolare attenzione è emerso durante i rilievi effettuati a metà agosto.

«In Marmolada, i rilievi hanno mostrato i crepacci a monte della nicchia di distacco del 2022 colmi d’acqua di fusione», spiega Aldino Bondesan, responsabile per il Triveneto della Fondazione Glaciologica Italiana.

Bondesan ricorda che si tratta della stessa condizione che gli studi della Fondazione avevano individuato all’origine del crollo del 2022.

«Il 2026 si sta rivelando un anno record anche a scala alpina, con perdite di spessore glaciale in questo settore triplicate rispetto alla media dell’ultimo decennio e con la neve invernale esaurita già a fine luglio, settimane prima del consueto».

La campagna con cittadini e studenti

Alla campagna di monitoraggio hanno partecipato circa 30 persone, dai 16 ai 75 anni: escursionisti esperti, insegnanti, appassionati e curiosi provenienti da quattro regioni.

L’obiettivo è stato raccogliere dati aggiornati sul ghiacciaio e contribuire a mantenere attivo il monitoraggio di uno degli ambienti più sensibili agli effetti del cambiamento climatico.

La Fondazione Glaciologica Italiana, ricorda Bondesan, monitora ogni anno oltre 150 ghiacciai dalle Alpi occidentali al Gran Sasso attraverso una rete di operatori volontari, proseguendo una tradizione iniziata nel 1911.

«Serve un cambio di rotta»

La campagna ha aperto anche una riflessione sul rapporto tra cambiamenti climatici, turismo e infrastrutture in alta quota.

Secondo Alberto Lanzavecchia dell’Università di Padova, l’allargamento delle piste e la realizzazione di nuove infrastrutture e tubazioni per la produzione di neve artificiale fino alle fronti del ghiacciaio dimostrerebbero la difficoltà del settore a uscire dalla «trappola dello sci».

Una lettura critica che, precisa Lanzavecchia, riguarda anche il modello di sviluppo del territorio montano e le sue conseguenze sul paesaggio.

La campagna 2026 si chiude dunque con dati che confermano la forte accelerazione del ritiro della Marmolada. Per i promotori, il ghiacciaio rappresenta una delle sentinelle più evidenti degli effetti del cambiamento climatico e un elemento che impone di interrogarsi sulle scelte future per i territori di alta quota.

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