Terra Madre
venerdì 15 Maggio, 2026
I ricercatori del Muse scoprono una nuova specie sul ghiacciaio del Carè Alto. Ma è già estinta
La Cernosvitoviella cryophila è stata rinvenuta nei campioni di ghiaccio raccolta anni '90, ma ora non è più presente in Trentino
Uno studio coordinato dal Muse rivela il ruolo vitale dei batteri nella sopravvivenza degli insetti alpini. Intanto, una nuova specie di verme acquatico viene descritta per la scienza quando è ormai già scomparsa a causa del riscaldamento globale. Gli ecosistemi glaciali rivelano i loro segreti più intimi proprio mentre rischiano di svanire per sempre. È il duplice volto della ricerca condotta dal Museo delle Scienze di Trento in collaborazione con l’Università di Padova e l’Accademia polacca delle scienze. I risultati, parte del progetto Aaser25 (Arctic and alpine stream ecosystem research) delineano un quadro di straordinaria resilienza biologica minacciata da una crisi climatica senza precedenti.
La ricerca, coordinata dalla idrobiologa del Muse Valeria Lencioni, ha fatto luce sul microbioma intestinale dei moscerini del genere Diamesa, insetti capaci di vivere in ambienti estremi a temperature prossime allo zero.
Sebbene l’intestino di queste larve sia composto fino al 99% da materiale minerale (sabbia), la loro sopravvivenza è garantita da un nucleo stabile di microrganismi definiti «chef metabolici».
Questi batteri (appartenenti a generi quali Massilia, Serratia e Pseudomonas) trasformano i poveri detriti organici in nutrienti assimilabili, agendo come una cucina biochimica che permette la vita dove apparentemente non c’è cibo.
Se da un lato la scienza celebra la scoperta di queste simbiosi, dall’altro registra una perdita irreparabile. Sulla rivista Acta Zoologica Bulgarica, le ricercatrici Elzbieta Dumnicka e Valeria Lencioni hanno descritto una nuova specie di verme acquatico: la Cernosvitoviella cryophila.
La scoperta ha però un retrogusto amaro: individuata in campioni raccolti negli anni Novanta sul ghiacciaio del Carè Alto, la specie è oggi già localmente estinta.
Nei monitoraggi del 2022 non ne è stata trovata traccia: il ritiro del ghiacciaio del 50 per cento e l’innalzamento della temperatura dell’acqua di oltre 2°C hanno cancellato l’habitat di questo organismo amante del gelo prima ancora che venisse classificato.
Lo studio lancia un monito anche sul fronte sanitario. Attraverso l’analisi del Dna (metabarcoding), i ricercatori hanno individuato nelle larve e nell’ambiente tracce di batteri potenzialmente patogeni, come quelli legati all’antrace (Bacillus anthracis), alla Salmonella e alla Legionella. «Si tratta di materiale biologico rimasto isolato per secoli e ora rilasciato con la fusione dei ghiacci», spiegano i ricercatori. Questo fenomeno di scongelamento batterico potrebbe presto avere ripercussioni sulle reti trofiche e sulla fauna selvatica, richiedendo un monitoraggio costante.
Queste scoperte si inseriscono come detto nel progetto Aaser25, che confronta i dati storici degli anni Novanta con i rilievi attuali per prevedere il futuro della biodiversità alpina e artica. «Il ritiro dei ghiacciai favorisce specie generaliste, ma le più specializzate hanno un destino segnato», conclude l’idrobiologa. Lencioni. La sfida dei ricercatori del Muse rimane dunque quella di documentare questa biodiversità nascosta prima che il cambiamento climatico ne cancelli definitivamente ogni traccia.