giovedì 18 Giugno, 2026

Gli uliveti, custodi del territorio: «Nell’Alto Garda garantiscono la biodiversità locale»

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Giornata di studio organizzata da Slow Food: «In aree campione di appena cento metri quadrati sono state censite da trenta fino a oltre cento specie vegetali different»
L’assessorato all’Ambiente del Comune di Arco e Slow Food Trentino hanno organizzato sabato 13 giugno una giornata di approfondimento sul legame tra olivo, produzione di olio extravergine e biodiversità.

Il naturalista Maurizio Odasso ha presentato lo studio sulla biodiversità degli oliveti dell’Alto Garda, realizzato dallo studio PAN, grazie al sostegno del Programma di Sviluppo Rurale, del Parco Fluviale della Sarca e delle amministrazioni locali. Il progetto si basa su una precisa considerazione: l’oliveto non è esclusivamente una coltivazione agricola. Rappresenta infatti un vero e proprio ecosistema seminaturale, capace di ospitare una straordinaria ricchezza di specie vegetali e animali. Per verificarlo sono stati effettuati rilievi floristici e faunistici in diversi oliveti distribuiti tra Riva del Garda, Arco, Nago-Torbole e l’intero bacino della Sarca fino a Santa Massenza. I risultati hanno evidenziato una situazione di grande interesse. In aree campione di appena cento metri quadrati sono state censite da trenta fino a oltre cento specie vegetali differenti. Negli oliveti più ricchi di biodiversità sono state rinvenute orchidee spontanee, specie mediterranee rare, endemismi e piante considerate di particolare valore conservazionistico. Un dato sorprendente se confrontato con ambienti naturali limitrofi, che spesso presentano una minore diversità floristica.

La ricerca ha mostrato come non tutti gli oliveti siano uguali. Quelli gestiti in modo più estensivo, caratterizzati dalla presenza di prati magri, muretti a secco, scarpate erbose, rocce affioranti e piccoli boschetti, risultano molto più ricchi di specie rispetto agli impianti maggiormente intensificati e ordinati. Ciò che conta non è soltanto l’albero di olivo, ma l’intero mosaico di habitat che si sviluppa attorno ad esso. Le balze inerbite che collegano i terrazzamenti, i muri a secco, le aree marginali e le porzioni meno produttive diventano veri serbatoi di biodiversità.

Particolarmente interessanti anche i risultati relativi alla fauna. Negli oliveti sono state osservate numerose specie di rettili, uccelli, piccoli mammiferi e pipistrelli. Alcune segnalazioni assumono un valore specifico rilevante anche in relazione ai cambiamenti climatici in atto. La presenza di specie mediterranee che fino a pochi anni fa risultavano assenti dal territorio trentino testimonia infatti come l’innalzamento delle temperature stia modificando progressivamente la distribuzione di molte forme di vita. Questi elementi sono emersi anche nel corso della visita in olivaia condotta da Alessandro Marsilli nel corso della mattinata.

La seconda relazione, affidata a Michele Morten della Fondazione Edmund Mach, ha affrontato il tema della gestione agronomica degli oliveti in un’ottica di custodia della biodiversità. Il tecnico della FEM ha sottolineato come sia in corso un vero e proprio cambiamento di paradigma. Per decenni l’oliveto è stato interpretato principalmente come una coltura da mantenere ordinata e produttiva. Oggi cresce invece la consapevolezza che la sua capacità di produrre qualità sia strettamente legata alla salute dell’ecosistema che lo sostiene e a una certa misura di “disordine”.

Particolare attenzione è stata dedicata alla gestione dell’inerbimento. I prati presenti sotto gli olivi non rappresentano un elemento secondario o semplicemente estetico, ma svolgono funzioni fondamentali. Contribuiscono ad aumentare la sostanza organica del suolo, limitano l’erosione, riducono gli sbalzi termici, favoriscono l’infiltrazione e la conservazione dell’acqua e offrono habitat a una moltitudine di insetti impollinatori e organismi utili. Morten ha spiegato come uno sfalcio troppo frequente o troppo drastico possa impoverire questi equilibri, mentre pratiche più attente consentono di mantenere elevati livelli di biodiversità senza compromettere la produttività dell’oliveto.

Anche la gestione della potatura assume un ruolo importante. Chiome troppo fitte limitano la penetrazione della luce e riducono la diversità delle specie presenti al suolo. Una corretta gestione della pianta migliora invece l’arieggiamento, riduce l’insorgenza di patologie e crea condizioni più favorevoli alla presenza di una flora spontanea ricca e diversificata.
Michele Morten ha ribadito il valore ecologico dei muretti a secco, delle siepi e delle aree marginali, elementi spesso considerati accessori ma che in realtà svolgono una funzione essenziale come rifugio per rettili, insetti, mammiferi e uccelli. L’oliveto viene così interpretato come parte di un sistema complesso in cui produzione agricola e tutela ambientale non sono in contrapposizione ma si rafforzano reciprocamente.

Un tema particolarmente interessante ha riguardato il rapporto tra biodiversità e sostenibilità economica. Morten ha evidenziato come un ecosistema più equilibrato possa ridurre nel lungo periodo la necessità di fertilizzanti, trattamenti e altri input esterni, contribuendo così a contenere i costi aziendali. In questa prospettiva la biodiversità non rappresenta un vincolo, ma uno strumento concreto per aumentare la resilienza delle aziende agricole di fronte alle sfide climatiche ed economiche dei prossimi anni.

Un quadro in cui gli olivicoltori possono essere a tutti gli effetti custodi del territorio. Attraverso il loro lavoro non producono soltanto olio, ma generano servizi ecosistemici fondamentali per l’intera comunità: tutela della biodiversità, conservazione del paesaggio, contrasto al dissesto idrogeologico, assorbimento di carbonio e manutenzione attiva di territori che altrimenti rischierebbero l’abbandono. Sono questi gli elementi al centro della Guida agli Extravergini 2026 di Slow Food Editore, presentata per l’occasione da Meri Ruggeri, che la coordina per la nostra regione. Nel suo intervento Ruggeri ha evidenziato come proprio la biodiversità rappresenti uno degli elementi più importanti per affrontare il futuro dell’olivicoltura. Le varietà autoctone, storicamente adattate ai territori in cui si sono sviluppate nel corso dei secoli, stanno dimostrando una buona capacità di risposta ai cambiamenti climatici. Un segnale che conferma quanto la conservazione della diversità genetica costituisca non soltanto una scelta culturale, ma anche una strategia concreta per affrontare le trasformazioni ambientali in corso.