Il ricordo

giovedì 10 Novembre, 2022

Giuseppe Gorfer racconta il padre Aldo, giornalista: «Il ticchettio dell’Olivetti e il paesaggio come pelle»

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Giuseppe Gorfer e la figura del padre, giornalista e scrittore: «Si opponeva all’omologazione culturale»

Le piccole grandi storie. In questo caso due uomini, padre e figlio, accomunati da una profonda e visionaria passione per il paesaggio, inteso come parte integrante del patrimonio culturale e carica identitaria di una comunità. Il padre, Aldo Gorfer, giornalista e scrittore, ha lasciato una significativa traccia nel mondo della cultura trentina del secondo Novecento. Se n’è andato 26 anni fa, ma la sua esperienza umana e professionale rivive tuttora nelle inchieste giornalistiche da lui realizzate e nei libri – oltre 200 pubblicazioni, spesso impreziosite dalle foto dell’amico Flavio Faganello – che hanno permesso a studiosi e appassionati di conoscere il territorio trentino, ma anche quello altoatesino.

«Mio padre fu un lucido precursore nell’analisi del paesaggio approfondito nei suoi aspetti etici ed umani, oltre che geografici – evidenzia il figlio Giuseppe – nel ragionare sullo stretto rapporto della gente di montagna con l’ambiente in un’epoca segnata da rapide trasformazioni, dalle contraddizioni della modernità. Le influenze massicce di sviluppo economico subentrate negli anni Settanta e Ottanta portavano sì benessere ma anche un’uniformità culturale che rendeva il paesaggio tutto uguale. Mio padre non ha mai accettato il livellamento che ne derivava. In questo è stato in qualche misura un precursore, forse inascoltato».

Paesaggio e comunità
Il paesaggio – sosteneva Aldo Gorfer – non si spiega, ma si comprende nel suo divenire, come un’opera d’arte che, certo, può subire modifiche ma va sempre collegato con la vita della comunità e nel rispetto della sua primaria identità.
Il figlio Giuseppe segue le orme del padre sul piano dell’amore per il territorio. Architetto, da pochi mesi in pensione, ha anch’egli alle spalle una serie di pubblicazioni legate al territorio, all’urbanistica, al paesaggio. «Mai sfiorata l’idea di fare il giornalista. Fin da piccolo – si schernisce con un sorriso – avevo la passione per le automobili, ma non per gareggiare, mi piaceva disegnarle. Dopo il liceo ho optato per la facoltà di architettura, troppo impegnativo, pensai allora, un percorso in ingegneria». Il sogno infantile lo continua a coltivare a titolo gratuito come presidente della Scuderia Trentina Storica. «Possiedo otto macchine d’epoca, non tanto per smania da collezionista – precisa – ma per passatempo, opportunità di tessere relazioni e per questioni sentimentali. La prima, ad esempio, è una Renault 8 gialla comprata da neopatentato a bordo della quale ho conosciuto mia moglie, ho fatto le vacanze con la famiglia. Altre le ho ricevute in affido da due amici scomparsi. La Dauphine, invece, è identica a quella di mio padre. Insomma, sono automobili che hanno un’anima, storie di vita da raccontare».

«Il ticchettio della Olivetti bianca»
E come accade spesso tra padre e figli i rapporti si consolidano quando i secondi raggiungono la maturità. «Fino ai 20 anni ho avuto con mio padre un rapporto conflittuale, lo consideravo un rompiscatole quando mi parlava delle sue inchieste oppure mi portava in giro per le “sue” valli. Lo rivedo immerso nel suo mondo, nel ticchettio costante della sua Olivetti bianca nella casa a Vigo di Pinè, rimasto il suo luogo di meditazione – ricorda – mentre io da ragazzino coltivavo altri interessi, con il rimpianto oggi che non sia mai venuto a tirare due calci di pallone con me o ad assistere ad un mio concerto». Già. La passione giovanile dell’architetto Gorfer di scrivere canzoni – un centinaio – con all’attivo numerose esibizioni su palcoscenici locali e nazionali; la partecipazione, fra le tante, allo spettacolo Rally canoro condotto da Corrado, nella rassegna Canta trentino in compagnia di Mariolina Canulli, ma anche la spalla a cantautori famosi come Goran Kuzminac e Paolo Conte. Occhi lucidi nel confidare che «tra le pagine dei libri di mio padre, dopo la sua scomparsa, ho ritrovato i testi delle mie canzoni. Crescendo ho compreso il valore e l’impronta dei suoi insegnamenti. Le sue pubblicazioni – I castelli del Trentino, Solo il vento bussò alla porta, Il pane di S. Egidio, Le Valli del Trentino, solo per citarne alcune – sono diventate preziose nella mia vita professionale, mi hanno aiutato ad interpretare il paesaggio, il rapporto tra territorio e ambiente, tra economia e cultura».

Il terremoto in Friuli
Memorabile fu la trasferta con il padre in Friuli dopo il terremoto del 1976. Una lezione di vita. «Appena patentato e con tanto di tesserino con scritto STAMPA – racconta – mi coinvolse come fotografo per il quotidiano l’Adige nel documentare, Yashika e Rolleiflex appese al collo, una terra martoriata, entrando tra chiese, case distrutte dal sisma e la sofferenza della gente. Mi fece sentire importante ai suoi occhi, colmando quella distanza ed incomprensione fra noi».
Umanista il padre, pragmatico il figlio. «Vivo l’architettura come relazione – precisa – sul campo è una corsa ad ostacoli tra principi burocratici e legislativi, che spesso non corrispondono con le esigenze concrete del cliente, un continuo adeguarsi alle trasformazioni, alle influenze territoriali, nella scelta dei materiali di costruzione, e alle priorità ambientali che impongono un cambiamento inevitabile. Tuttavia, ritengo importante che rimanga una traccia di questo cambiamento purché in equilibrio tra uomo e ambiente».

Ecomusei e diversità
Una visione che trova terreno fertile nella fondazione dell’Ecomuseo dell’Argentario e nel coordinamento della Rete dei nove Ecomusei del Trentino. «Rappresentano ciò che un territorio è, la storia e l’identità di chi lo abita. Sono voci e memoria viva nel promuovere una cultura diffusa del paesaggio, depositari delle tradizioni e culture locali. Gli ecomusei – aggiunge – sono processi condivisi tra le varie amministrazioni, percorsi di crescita culturale delle comunità, creativi ed inclusivi, fondati sulla partecipazione attiva degli abitanti e la collaborazione di enti e associazioni al fine di favorire uno sviluppo sociale, ambientale ed economico sostenibile».
Un intreccio di vicende umane in dialogo con l’eredità del passato. «Da ammirare e far conoscere alle nuove generazioni – spiega – in un’epoca in cui la globalizzazione rischia di omologare le nostre diversità». Come ricordava il padre, citando Fernand Braudel anche il figlio condivide che il paesaggio è «come la nostra pelle». E come la nostra pelle «la terra è condannata a conservare la traccia delle vecchie ferite». Tocca a noi cercare di curarle, dando valore ai luoghi in cui abitiamo.