L'intervista
mercoledì 2 Settembre, 2026
Giuseppe Ferrandi e la crisi della memoria: «Oggi tutto è merce, informazione compresa. Ma la cultura può essere un antidoto allo spaesamento»
di Anna Maria Eccli
Il direttore della Fondazione Museo Storico del Trentino racconta le radici familiari, la formazione politica e il rapporto con la memoria
Rigoroso nel metodo, analitico per natura e per formazione, cresciuto nel culto della verifica, Giuseppe Ferrandi soffre il tempo sgangherato della violenza senza memoria della contemporaneità, che ha in molti casi sostituito il vuoto esistenziale al ragionamento, o alla rivendicazione sociale. Ma da uomo di cultura non può che confidare nella formazione di nuove chiavi interpretative della realtà. Da più di 20 anni è direttore della Fondazione Museo Storico del Trentino (l’ex Museo del Risorgimento fondato nel 1923) e, abituato a stendere le ideologie sul tavolo anatomico, non dissimula il proprio malessere nell’età della rarefazione. Si occupa “dei meccanismi di costruzione della memoria”, in equilibrio tra il rigore storico e la duttilità richiesta dallo studio degli aspetti metacognitivi che si esprimono nelle varie stagioni. Studiare processi mentali tiene lontani da mitizzazioni, semplificazioni, radicalizzazione e Ferrandi è fante di prima linea nella difesa del patrimonio storico scevro da paure, pregiudizi e censure. Classe 1963, nato a Mori («il 5 settembre, giorno dell’accordo De Gasperi-Gruber e della nostra Autonomia – sorride – Poi mi sono sposato il 25 aprile pensando che avrei sempre festeggiato l’anniversario, invece vado in giro a presenziare la commemorazione della Liberazione»), cresciuto nella scuola media “rossa e avanzata” di Gigi Emiliani, ha iniziato “maldestramente” il Ginnasio, diplomandosi all’IPC don Milani. Si laurea in Filosofia a Bologna con dottorato di ricerca in Scienze Storiche tra Parigi e San Marino, lunga militanza nella FGCI (Federazione giovanile comunista) e negli anni Ottanta attivo nel movimento per la pace. Si sposa con la trentina Paola Garbari e ha due figli ormai grandi, Mirko e Davide. Riguardo alla passione per la politica, che lo ha portato a candidare con la “stessa parte” in più tornate elettorali, oggi si è trasformata in impegno civile e in attenzione alla comunità. Vive a Mori Vecchio, che scherzosamente definisce “gran ducato” per la sua identità autonoma, non urbana e ricca di volontariato. Fa il nonno di Eleonora, 5 anni, che lo ha “letteralmente rincretinito” e pratica sport di fatica e di resistenza: corsa, maratone… e per 40 volte ha partecipato alla “Marcialonga” di cui, recentemente, è diventato vice-presidente.
Giuseppe, che provenienza ha la sua famiglia?
«Nonna Ida Grigolli apparteneva alla dinastia dei produttori dei Vini del Concilio; ha sposato Bruno Venturelli, a lungo responsabile amministrativo della Montecatini, e dal matrimonio è nata mamma Nora. Papà Gianfranco Ferrandi, invece, era figlio dell’avvocato Giuseppe Ferrandi e di Maria Grisenti, di Gries, conosciuta nel tribunale dove faceva l’interprete».
Dunque è nipote dell’avvocato partigiano Giuseppe Ferrandi.
«Sì, era mantovano, nato a Volta Mantovana nel 1900. Nel ’44 il regime l’aveva condannato a morte, condanna che poi fu tramutata nel carcere. Non l’ho conosciuto perché è morto giovane, nel 1956. Aveva diretto la Camera del Lavoro repubblicana di Ravenna scontrandosi con Italo Balbo e le spedizioni fasciste in Romagna per distruggere le organizzazioni sindacali. Nel ’31 riparò a Rovereto per esercitare la propria professione. Era penalista e qui c’era bisogno d’una nuova avvocatura che si fosse formata sui codici italiani. Socialista, nel ’48 sarà deputato eletto per il Fronte popolare, mentre suo figlio, zio Alberto, sarà in Parlamento per due legislature con il PCI».
Anche lei ha militato nella sinistra, oggi però si assiste a un’involuzione generalizzata e perniciosa, tanto nelle strade quanto nei palazzi; libertà di pensiero e “arte” di governo non contano più. La gente se ne accorge e diserta le urne.
«Guardi, eravamo oltre la metà degli Anni Ottanta quando, in treno, tra la montagna di quotidiani in lingue diverse che stava leggendo, ebbi un breve colloquio con monsignor Silvestrini, che lavorava alla segretaria di Stato della Santa Sede. C’erano già segnali allarmanti di cedimento strutturale, di effimero, di crisi della politica… Lui mi disse chiaramente che il problema, al di là dei singoli fenomeni di decadenza, stava in una vera e propria “svolta antropologica”. Seguì la globalizzazione, il senso di sradicamento che ha fatto saltare categorie e fondamenti, rendendoci orfani di un patrimonio che, poteva piacere o meno, era un collante culturale. Seguirono personaggi inquietanti di politici e imprenditori, l’inconsistenza dei social, lo sprofondo del mondo dello spettacolo. Ma ciò che mi angoscia maggiormente è che anche “i resistenti” hanno subito una forte trasformazione. Oggi tutto è merce, informazione compresa, e il principio di realtà è stato sacrificato sull’altare della rappresentazione. Gli oggetti culturali, le ideologie, sono sempre esistiti, sia chiaro, ma se prima erano connessi a formazioni economico-sociali precise, a modi di produrre e di essere dell’uomo e delle classi sociali, oggi sembra che tutto fluttui, venendo a mancare il legame con la “praxis” di marxiana memoria. Si trovano, o si trovavano, elettori di Trump tra gli operai di Detroit, ceti medi che votano a sinistra e meccanici che votano a destra. Ma al di là di come ci si schiera, la crisi è trasversale perché mette in discussione categorie, la possibilità di riconoscersi in gruppi sociali, di capire quali siano le strutture che navigano sotto superficie».
Marx non è più sufficiente.
«Sì, e capisco l’assurdità di provare nostalgia per un mondo che non c’è più, ma mi sento profondamente inadatto a questa fase. Per me è fondamentale avere chiavi di lettura della realtà, dei processi che stanno avvenendo, e non capisco come possa non esserci una coscienza di sé, sociale, di gruppo. Capisco che schemi ideologici ottocenteschi non possano andare più bene, ma io mi sono formato sui classici del pensiero moderno, sugli Illuministi e sui grandi romanzieri francesi e russi del XIX secolo… un patrimonio di letture che mi dà ancora molta soddisfazione, ma che non è più “orizzonte” comune. Sembra inservibile, derubricato a non fondamentale».
E dopo lo sfogo?
«C’è la “pars construens”: nel lavoro che svolgo quotidianamente trovo ragioni e motivi di speranza. Sono fermamente convinto che per costruire i nuovi codici, per stare nel mondo con le sue nuove contraddizioni, la dimensione culturale è irrinunciabile. Fare storia, memoria, e non secondo schemi collaudati, è una sfida. Confido che le istituzioni culturali siano sempre utili, in questo sono ottimista, per produrre cambiamenti nel modo di fare cultura. È anacronistico e improduttivo, per esempio, imporre ai giovani esempi dal passato, i grandi di ieri oggi sono muti. Ma dobbiamo tornare a dare senso alle cose attraverso la cultura, antidoto allo spaesamento, alla solitudine, alla perdita di riferimento, avendo cura critica del passato».
Sfidando gli anatemi lei ha salutato positivamente l’idea di fare nascere a Predappio, nell’ex Casa del Fascio, un Museo per la storia del fascismo.
«Ero stato coinvolto nell’ideazione culturale e storica del progetto insieme ai responsabili dell’Istituto Parri. Sono ancora convinto che il tema della “musealizzazione” del ventennio vada affrontato seriamente; ci sono vari modi di narrare e rappresentare il passato. Va respinto quello semplicistico, aggressivo ed escludente. Ci si può avvicinare a una politica della memoria creando modalità più inclusive e democratiche, capaci di porre fondamenta nuove al vivere civile della comunità. Il termine “memoria” porta in sé molte ambiguità; l’unico strumento per tenere assieme una comunità è fare memoria utilizzando gli strumenti e i metodi della storia, demitizzando e demistificando, atto di impegno civile per la comunità».
L'intervista
Herbert Dorfmann: «Il rischio più grande per l'autonomia? Che la popolazione non ne riconosca i vantaggi: non significa avere più soldi, ma avere responsabilità»
di Tommaso Di Giannantonio
L'europarlamentare della Svp: «Non credo all'Euregio come ente politico, ma serve rafforzare la cooperazione. Candidarmi alle provinciali? Si vedrà»
L'intervista
Luis Durnwalder: «L’Euregio deve avere più coraggio. L’autonomia dinamica non può fermarsi alle competenze di oggi»
di Tommaso Di Giannantonio
L’ex presidente altoatesino, primo presidente del Gect, guarda al futuro dell’Autonomia e rilancia l’idea di un Euregio più forte: «Dobbiamo lasciare alle Regioni ciò che possono fare meglio»
L'intervista
Frankie hi-nrg mc e il ritorno ai testi senza distrazioni: «Il rap non invecchia: cambia, evolve e continua a raccontare la società»
di Luca Galoppini
A Trento il rapper racconta «Voce e batteria», il nuovo progetto che riscopre l’essenzialità del boom bap e mette al centro testi e voce. Dagli esordi dell’hip hop alle evoluzioni di trap e drill, uno dei padri del rap italiano riflette sulla storia e sul futuro del genere
L'intervista
La storia di Jacopo Veneziani, dall’arte alla Rai. «A Parigi vivevo in 12 metri quadri, ora racconto le case degli artisti»
di Elisa Salvi
A 31 anni, il divulgatore racconta il percorso che lo ha portato dalla solitudine del dottorato al programma televisivo. E annuncia nuovi progetti, anche sulle Dolomiti
Commenti:
Devi effettuare il login per poter pubblicare un commento.