l'intervista

sabato 13 Dicembre, 2025

Gino Gerosa: «Io assessore alla sanità? L’obiettivo sarà coniugare innovazione e sostenibilità economica»

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Il cardiochirurgo roveretano, di fama mondiale, è stato nominato nella neo Giunta Stefani in Veneto: «Onorato. Ma mi dispiace rinunciare ai miei pazienti»

Roveretano “trapiantato” a Padova, 68 anni, un’eccellenza nella cardiochirurgia mondiale, il prof. Gino Gerosa è da ieri il nuovo assessore alla sanità e alla programmazione sociosanitaria della Regione Veneto. Chiamato a tale incarico dal neo governatore Alberto Stefani. Allievo di Dino Casarotto (1935-2021), specializzato a Londra con i pionieri della cardiochirurgia, il prof. Gerosa è un esperto negli interventi di cardiochirurgia non invasiva.

Vanta un curriculum straordinario con 450 pubblicazioni scientifiche.

Professore ordinario di Chirurgia Cardiaca all’università di Padova, direttore dell’UOC (unità operativa complessa) di Cardiochirurgia e del programma Trapianti di cuore e Assistenze meccaniche dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, Gino Gerosa ai salotti ha preferito le sale operatorie, i laboratori di ricerca e la formazione di nuovi specialisti.

Già nel 2007 finì in prima pagina per aver impiantato, primo in Italia, un cuore artificiale totalmente autonomo, consentendo in tal modo una prospettiva di vita ai pazienti in attesa di un organo umano. Altro primato: nel 2015 ha effettuato in modalità mini-invasiva il primo intervento al mondo di bioprotesi valvolare aortica e di riparazione mitralica a cuore battente.

Nel novembre 2018, il prof. Gerosa è stato eletto presidente della Società Italiana di Cardiochirurgia. Nel dicembre 2024 ha eseguito, a Padova, il primo trapianto al mondo di cuore battente.

Prof. Gerosa, perché ha accettato di fare l’assessore alla sanità della Regione Veneto?

«Perché è una sfida molto, ma molto impegnativa, e da cardiochirurgo sono sempre stato abituato alle sfide molto impegnative. Qui c’è l’orgoglio di poter migliorare ulteriormente la Sanità del Veneto e dei nostri cittadini».

Non dubitiamo che la sfida sia impegnativa, ma un trapianto di cuore lo è molto di più.

«D’accordo, tuttavia ringrazio il presidente Stefani che mi ha offerto questo incarico tecnico. E in questa offerta leggo un attestato di stima nei confronti della mia persona e del mio percorso professionale».

Naturalmente. Ma come farà a conciliare l’impegno amministrativo con la sala operatoria?

«Credo che i due ruoli siano sostanzialmente incompatibili. E in questo momento provo un sentimento duplice: da una parte il dispiacere di rinunciare ai miei pazienti…».

Immaginiamo.

«Però devo dire che questo dispiacere è mitigato dalla certezza che l squadra che lascio a Padova è in grado di rispondere con assoluta eccellenza alle necessità assistenziali di questi pazienti. Nel solco di quella tradizione di assoluta eccellenza che ha caratterizzato il nostro reparto in questi ultimi anni»

Per contro?

«L’altro sentimento è l’orgoglio di poter incidere, di poter agire per migliorare ulteriormente la sanità»

Come l’hanno presa, in famiglia, professore?

«Questa è una bella domanda. Chiaramente sono sempre preoccupati per gli impegni che diventano più pressanti. Però sanno anche che le sfide mi piacciono e quindi… E poi, anche dal punto di vista etico è una scelta importante per poter migliorare la salute dei cittadini, ecco».

Dal Trentino si guarda al Veneto che ha una sanità di grande eccellenza. Lei è partito da Rovereto cinquant’anni fa. Con quale prospettiva?

«Diciamo che ho avuto un percorso professionale nel quale mi sono impegnato tantissimo. Poi, nella vita, come diceva Seneca, “la fortuna non esiste ma esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità”. In quest’ottica posso dire di essere stato un uomo fortunato».

Ha sempre voluto fare il cardiochirurgo o è stata una scelta maturata strada facendo?

«Tutta una serie di accadimenti, a volte inaspettati, mi hanno portato a fare il cardiochirurgo e poi a proseguire nella carriera lungo questo percorso».

E in questo percorso di eccellenza, quale è stata la scelta della quale va maggiormente fiero?

«Di aver costruito una squadra di cardiochirurghi che abbiamo disseminato in Italia. Professori associati che hanno lavorato, che si sono formati con me oggi dirigono Pisa, Tor Vergata a Roma…».

Quanti interventi a cuore aperto ha effettuato? 

«Nell’ordine delle migliaia, immagino»

Di recente, la città di Rovereto le ha attribuito la “benemerenza civica”. Un tempo si diceva: “Nemo propheta in patria”, invece…

«Per una volta tanto la patria ha riconosciuto qualche merito. Di questo sono molto, molto orgoglioso: da trentino e da roveretano».

Lei è molto legato a Rovereto.

«Tantissimo. Torno di frequente, ho casa lì, quindi ogni volta che posso torno proprio volentieri»

Da neo assessore alla sanità della Regione Veneto che cosa farà di diverso da quanto fatto dal suo predecessore?

«Dobbiamo rispondere a delle sfide che l’innovazione tecnologica ci pone. È importante riuscire a coniugare innovazione e sostenibilità economica; soprattutto a reingegnerizzare la sanità per poter far colloquiare ancora meglio ospedale e territorio. Ci sono moltissime opportunità che, nei prossimi mesi, possiamo cercare di condividere e soprattutto di realizzare».

Si lascia una porta aperta sulla sala operatoria, per un rientro da qui a cinque anni, o dice addio alla cardiochirurgia?

«Da qui a cinque anni sarei tecnicamente e anagraficamente non recuperabile per l’inserimento universitario, pertanto da questo punto di vista sicuramente no».

Insomma una nuova avventura. Totalizzante?

«Un impegno totale e assoluto nella realizzazione del programma».