Campi liberi

martedì 15 Settembre, 2026

Gazzoli e il romanzo che scava nella memoria e nella storia. «A lasciarle stare, le vite degli altri si spengono da sole»

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«L’inevitabile accade» intreccia vicende personali, Brigate rosse e storia italiana. L’autore: «La vicenda è assolutamente vera»

«L’inevitabile accade», recita il titolo. Ed è davvero così, visto che l’autore ha “covato” questo romanzo per diversi anni: accumulando memoria autobiografica e documentandosi su un tema che oggi appare lontanissimo, davvero di un altro secolo, ma che in realtà è parte della storia di tutti noi, indipendentemente dal fatto che l’anagrafe abbia consentito di viverla. Era inevitabile insomma che Alessandro Gazzoli, classe 1986, fosse destinato a scriverlo. Perché a leggerlo, la sensazione è proprio quella di un obbligo morale, verso il se stesso più profondo e irrisolto. E la soluzione era proprio quella di fare i conti fino in fondo con il proprio vissuto. Una soluzione quanto meno parziale, certo. Perché un’intera esistenza spesso non basta a “risolvere” nodi aggrovigliatisi fin dalla gioventù. Ma il fare i conti di Gazzoli riguarda anche – se non soprattutto – l’ambiente in cui è cresciuto. E il cercare in qualche modo di affrancarsene. Un ambiente periferico in cui però, come vedremo, ha messo il proprio zampino anche la Grande Storia.

È quella degli anni Settanta italiani, “il decennio più lungo del secolo breve”, come da titolo di una straordinaria mostra di qualche anno fa alla Triennale di Milano. E sono i Settanta di una valle del Bresciano non distante dal Trentino, che non viene citata. E in un paese importante di quella valle (la “Val Celtica”), che nel romanzo si chiama Raglio. E anzi va detto subito che tutti i nomi che compaiono sono inventati, anche quelli dei personaggi, per i quali anzi Gazzoli ha scelto alias letterari (i fratelli Karamazov, Smerdjakov, Huguenau dai «Sonnambuli» di Hermann Broch, ma anche i tre moschettieri). D’altra parte l’autore si è trasferito a Trento – dove ora vive – subito dopo la maturità, per studiare Lettere (e poi conseguirvi il dottorato): oggi insegna italiano per stranieri a Cles.

Chi volesse conoscerlo e ascoltare dalla sua voce il perché e il percome di «L’inevitabile accade», che è uscito pochi giorni fa pubblicato da Nottetempo, ha una buona occasione già oggi: la prima presentazione del romanzo, che avverrà a Trento alla libreria Due Punti di via San Martino, alle 18, dove Gazzoli dialogherà con Lorenzo Postai, insegnante di italiano e storia e consigliere circoscrizionale a Oltrefersina per il Pd. E forse i lettori più “avvertiti” avranno già colto nel titolo un riferimento alla telefonata che Mario Moretti fece alla moglie di Aldo Moro, Eleonora, nei giorni del sequestro. Era il 30 aprile 1978 e quella telefonata, drammatica, con il leader brigatista che pensava di parlare con una delle figlie di Moro, iniziava così: «Io sono uno di quelli che hanno a che fare con suo padre… Noi facciamo questa telefonata per puro scrupolo, perché suo padre insiste nel dire che siete stati un po’ ingannati e probabilmente state ragionando su un equivoco. Finora avete fatto tutte cose che non servono assolutamente a niente. Noi crediamo che invece ormai i giochi siano fatti e abbiamo già preso una decisione». E si chiudeva così: «Dovevo semplicemente farle questa comunicazione. Solo un intervento diretto, immediato, chiarificatore, preciso di Zaccagnini può modificare la situazione. Noi abbiamo già preso una decisione, nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare altrimenti. Non ho nient’altro da dirle».

Accadrà l’inevitabile. E l’inevitabile accade. Il titolo dunque porta già nel cuore del romanzo, che è come detto autobiografico: racconta una sorta di “educazione sentimentale” dell’autore, fin da ragazzino suggestionato dal fascino della lotta armata e delle Brigate rosse in particolare. Ma s’incastra, questa infatuazione giovanile (peraltro destinata a temprarsi e al tempo stesso stemperarsi via via che gli anni dell’adolescenza trascorrono inesorabili), con una vicenda familiare personalissima. Che, stringi stringi, è poi una mezza parentela proprio con Moretti, che sempre è chiamato “la Sfinge”. Che poi altro non è che il soprannome affibbiato a Moretti da tutto un filone di saggistica dietrologica sul caso Moro e l’intera storia delle Br (il nome più noto è quello di Sergio Flamigni, a lungo deputato del Pci, morto centenario meno di un anno fa), che vorrebbe il brigatista marchigiano, anche qui sgrossando molto, come infiltrato nel partito armato da chissà chi.

Il romanzo di Gazzoli muove dunque su più piani: quello del racconto delle proprie vicende familiari, inestricabilmente legate alla propria cittadina, e qui gli accenti virano spesso tra il comico e il grottesco. Poi quello della propria maturazione adolescenziale, che giocoforza incrocia vicende esiziali come ad esempio importanti appuntamenti elettorali, il G8 di Genova del 2001, il grande raduno della Cgil l’anno dopo contro il secondo governo Berlusconi (ma anche, quasi in contemporanea, l’uccisione di Marco Biagi da parte delle “risorte” Br). Infine, ed è il piano narrativamente più affascinante, l’inseguimento delle tracce lasciate dalla sorella di Moretti, insegnante proprio in Val Celtica e imparentata alla lontana con la famiglia dell’autore. Tolti i nomi, come si è detto, e al netto di qualche innocente licenza di cui non si dirà, la vicenda è assolutamente vera. Tanto che se dovesse fare una divisione in percentuale tra effettività e parti romanzate, Gazzoli risponde: «Settanta e trenta. Anzi, facciamo ottanta e venti».

In un breve prologo, Gazzoli (che scrive in prima persona) racconta che la genesi del libro ha avuto come teatro i vigneti di Mezzocorona, durante una passeggiata con familiari in un pomeriggio di Pasqua del 2021. E il lettore è subito calato nella magnifica ossessione dell’autore: «A lasciarle stare, le vite degli altri si spengono da sole, cancellandosi nell’ordinaria amministrazione, nel disinteresse, nella fretta del presente che si accumula. È quello in cui confidava anche lei, quando aveva scelto di dissolversi in un continuum senza tempo, senza radici, al riparo da ogni intrusione illegittima. Allora, perché questo libro? Perché impedirle di invecchiare in pace? Ho 189 pagine a disposizione per provare a rispondere». Sono quattro i capitoli di cui si compone «L’inevitabile accade»: Una donna, Un filo, Un paese e Un incontro. Nel terzo, per restare attaccati alla storia, a un certo punto a proposito delle vicende di Raglio spunta Gladio: quando cioè, e si era nell’autunno del 1990, l’allora presidente del Consiglio Andreotti svelò all’Italia intera l’esistenza dell’organizzazione clandestina anticomunista legata alla Guerra Fredda, ma che perdurò fino a quell’anno. Se ne conobbero i nomi degli aderenti. E ovviamente i “ragliesi”, un pungo di altolocati, comparivano eccome. In questi anni Gazzoli, già autore due anni fa di «Estranei. Un anno in una scuola per stranieri» sempre per Nottetempo, ha letto molto sulle Brigate rosse, pur tenendosi ben distante dal complottismo: non va dimenticato che è nato diversi anni dopo l’assalto al cuore dello Stato. E nel libro, che è davvero un gran romanzo, nomi e circostanze spuntano di continuo, a spostare ogni tot di pagine il focus della narrazione dall’autobiografia, divertente e divertita, alla biografia di una nazione. E nell’epilogo, il colpo di scena. Ma attenzione: non aspettatevi un pugno allo stomaco. Siamo invece nel campo della narrazione più autentica: un po’ come nelle ultime sequenze del vecchio film di Orson Welles «La signora di Shanghai», il labirinto di specchi in cui distinguere tra realtà e riflesso è pressoché impossibile. E dove a scegliere il finale è lo stesso lettore.

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