Crisi climatica
giovedì 16 Luglio, 2026
Futuro dell’ambiente montano, la riflessione di Luigi Casanova (Mountain Wilderness): «Da tempo le montagne ci avvisano, con la siccità siamo prossimi al collasso»
di Redazione
«Nelle Dolomiti gli iconici laghi si stanno esaurendo, i rifugi sono riforniti da autobotti»
Il futuro dell’ambiente montano è indissolubilmente legato all’evolversi dei cambiamenti climatici, sotto molteplici punti di vista. Uno dei più significativi è senz’altro quello legato allo scioglimento dei ghiacciai. Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness – organizzazione internazionale fondata nel 1987 da alpinisti e ambientalisti per proteggere l’integrità ecologica e culturale delle montagne in una riflessione pone l’accento sul tema della siccità in montagna: «Siamo prossimi al collasso? Così sembrerebbe, ce lo dicono accadimenti non trascurabili. Da tempo le montagne ci parlano e avvisano: crolli di rocce, distacchi di pareti ghiacciate, la riduzione dei ghiacciai, frane che partono da quote alte e arrivano nei fondovalle distruggendo paesi storici».
Foreste, agricoltura ed energia
Casanova si sofferma poi anche sulle foreste e sulle questioni legate all’agricoltura: «Per non parlare delle foreste, anche europee, sconvolte da oltre tre decenni da tempeste, dal bostrico e altri parassiti, da incendi. E che dire delle emergenze in agricoltura? Le pianure europee elemosinano acqua dalle Alpi, dai Carpazi, dai Pirenei. Alle popolazioni di montagna i grandi interessi agricoli intimano “Liberate le acque dai vostri bacini, costruitene di nuovi, subito e svuotateli, a noi serve la vostra acqua per alimentare le assetate monocolture di soia, di mais, sovraccariche di pesticidi, gli allevamenti intensivi di bestiame». Toccato anche il tema dell’energia: «Trasformate le aziende pubbliche ancora presenti sulle Alpi (vedasi Dolomiti Energia in Trentino), o in Appennino in società per azioni, ci penseranno i grandi capitali delle pianure, o ancora meglio, esteri, a rendere efficiente tanto ben di Dio. Regalateci i beni pubblici, abbiamo distrutto le pianure, ora è il turno delle risorse delle montagne ci dicono imprenditori e sindaci compiacenti. Cittadini delle montagne inchinatevi, o meglio, mettetevi a 90° al nostro servizio. Frase brutale, ma realistica. Domina il capitale, i cittadini di montagna, consapevoli e compromessi anche in minimali conflitti di interesse, o presunti tali, lasciano avanzare questo tremendo e definitivo esproprio dei beni collettivi».
Laghi e rifugi delle Dolomiti
Il presidente di Mountain Wilderness riporta poi alcuni dati specifici per le Dolomiti: «In Alto Adige sono stati costruiti con fondi pubblici oltre 30 bacini di innevamento artificiale in alta quota. In Trentino sono 32, altri 5 in avanzato stato avanzato di progettazione e finanziamento, pubblico. Mentre la rete idrica regionale disperde oltre il 30 % delle acque raccolte, in Italia siamo oltre il 42%», soffermandosi sui celebri laghi: «L’iconico di Carezza (Catinaccio e Latemar, nodo in Dolomiti UNESCO, n° 7), quello di Misurina (altro nodo UNESCO, Tre Cime di Lavaredo, n° 5), e quello di Sorapis (nodo 5), ma anche situazioni lacustri minori si stanno esaurendo, come documentazione rimarranno le storiche fotografie del secolo scorso», e sui rifugi: «Il Vandelli (Sorapis), Giussani (Tofane), Auronzo (Tre Cime) vengono riforniti o da elicotteri o da autobotti dei vigli del fuoco. Per non parlare del gruppo del Brenta, o del Latemar e Catinaccio».
Turismo di massa
La fotografia è quella di un’emergenza diffusa, nonostante l’estate sia appena iniziata. Il punto di Casanova è poi anche sulle presenze turistiche, definite «irrefrenabili: nemmeno i pedaggi e gli indecenti costi degli impianti di risalta fermano la marea umana che sta stravolgendo le Dolomiti, e non solo». Una domanda sorge spontanea: «Come reagiscono imprenditori e mondo politico?», per il presidente di MW la risposta è chiara: «I loro obiettivi ricalcano la cultura sviluppista degli anni ‘60 del secolo scorso. Crescita, aumento dei posti letto, aumento di volumi dei rifugi (450% in Buffaure, Pozza di Fassa), alberghi a 5 stelle, Val Martello, Auronzo, Monte Rite, Plan de Corones), sempre di più, senza fine, è fame imprenditoriale. La cultura del limite viene asfaltata, non solo culturalmente, ma in senso reale con la costruzione di nuove strade, con l’ampliamento di sentieri grazie a macchinari definiti innovativi. Perché, ci viene spiegato, è questione di democrazia: tutti hanno diritto all’accesso alla montagna, e in modo strumentale, inverecondo, viene utilizzata la compiacente categoria dei portatori di handicap (chi scrive è figlio di genitori ciechi)».
Il futuro?
La chiusura è critica: «Ora attendiamo i grandi temporali estivi, per l’autunno o forse prima attendiamo lo scatenarsi dell’evaporazione del mar Mediterraneo (ricordate il 1966, 2018 la tempesta Vaia) per poi piangere vittime e devastazioni. Natura maligna diranno i politici che hanno acconsentito alla distruzione delle montagne e degli ambiti fluviali. Ovunque, perché questo culturalmente devastante obiettivo della crescita ci travolgerà tutti. Le situazioni eccessivamente urbanizzate saranno coinvolte in modo distruttivo dalla violenza delle acque, ma saranno coinvolte in questo tragico divenire anche le realtà sobrie, quelle piccole isole che fin da oggi hanno investito nella cultura della lentezza, nei paesaggi, nelle identità, nella coltivazione umile della montagna. Causa una devastante minoranza di imprenditori mai sazi, causa i silenzi e la sudditanza di quanti la montagna la abitano, le alte quote italiane e europee subiranno danni ambientali e umani difficilmente recuperabili. Vajont, Stava, Vaia, solo per parlare dell’Italia, a quanti sono chiamati a decidere dei nostri destini, nulla hanno insegnato».
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