Cronaca
domenica 19 Aprile, 2026
Fratelli pestati a sangue a Gardolo, in due finiscono a processo e si difendono: «Eravamo ubriachi, ci siamo solo difesi»
di Benedetta Centin
La rissa risale all'agosto del 2023. Uno dei due già condannato per tentato omicidio alla Fersina. Espulse le vittime, prese a bastonate
A processo per il furioso pestaggio consumato nella notte tra il 18 e il 19 agosto 2023 in un campo tra Gardolo e Roncafort, ai danni di due connazionali, due fratelli marocchini senza fissa dimora allora di 26 e 28 anni, presi a bastonate in pieno volto e sulla testa, feriti anche con coltello e pietre, ridotti in serie condizioni, con diversi traumi, ferite e fratture (anche al naso), dimessi dall’ospedale con un mese di prognosi ciascuno. Così ha deciso il giudice per l’udienza preliminare Marco Tamburrino che ha appunto disposto il rinvio a giudizio degli aggressori e cioè Yassine Machkar e Mounir Zanori, cittadini marocchini di 33 e 36 anni, al tempo incensurati, senza fissa dimora e richiedenti protezione internazionale, nel frattempo incappati più volte in guai con la giustizia. Machkar in particolare è stato condannato a 4 anni e 8 mesi per un tentato omicidio alla residenza Fersina, compiuto da un connazionale (a cui avrebbe dato supporto morale), tutto per un cappellino. Ora ci sarà l’Appello.
Dopo i fatti di Gardolo, nel 2023, i due avevano trascorso sei mesi in carcere a Spini. Da fine maggio si troveranno davanti al tribunale per rispondere di lesioni gravi in concorso. «Siamo stati aggrediti, ci siamo difesi» sostengono gli imputati, assistiti dall’avvocata Katia Finotti.
L’accusa ridimensionata
Ai tempi la Procura aveva iscritto i due sul registrato degli indagati ipotizzando il tentato omicidio in concorso. Una contestazione, questa, che la pm Alessandra Liverani ha ridimensionato quando ha chiesto il processo per loro: la derubricazione dopo la perizia medico legale disposta su sua richiesta dal giudice per le indagini preliminari Enrico Borrelli. Secondo lo specialista nominato, anche in base alle cartelle cliniche, le lesioni provocate ai fratelli non erano tali da metterli in pericolo di vita: i colpi inferti non avevano attinto a parti del corpo che potessero mettere a rischio di sopravvivenza i due immigrati. Quanto a loro non saranno parte civile nel processo: pluripregiudicati, a seguito di diverse condanne sono stati nel frattempo espulsi, rimpatriati.
La ricostruzione
Il sospetto degli inquirenti è che si sia trattato di un regolamento di conti. Di una spedizione punitiva. Un agguato legato allo spaccio di droga visti anche i precedenti. Di certo c’è che l’allarme, quella notte, era scattato poco prima delle 2 da parte di una coppia residente, svegliata dal forte vociare, dal litigio innescato. All’arrivo della Polizia nella zona produttiva a ridosso di Roncafort i due imputati erano riusciti a scappare approfittando del buio, lasciando sul posto «le armi» insanguinate.
Incuranti dello stato dei connazionali, ridotti con ematomi, tagli, contusioni e facce come maschere di sangue. In via Bepi Todesca era stato rinvenuto seminudo e coperto di sangue, nascosto da alcuni cartoni, il più giovane dei fratelli feriti. Poi trasferito in ambulanza al Santa Chiara. Ai soccorritori racconterà di essere preoccupato per le condizioni del fratello, a suo volta aggredito senza pietà. «Gli hanno fatto male — aveva detto agli agenti — forse lo hanno ucciso».
Il 28enne, che si era trascinato a fatica fin oltre il Pioppeto per sfuggire agli aggressori, era stato trovato solo alle 7 del giorno dopo da un automobilista di passaggio, non lontano dalla stazione di servizio di via Bolzano. Per ciascuno dei feriti allora i medici del Santa Chiara avevano riportato nei referti una prognosi di trenta giorni. Quanto ai fuggitivi, poi individuati dagli agenti — poi riconosciuti dalle vittime — si erano fatti medicare dall’infermeria del carcere di Spini in cui erano stati trasferiti.
L’avvocata: legittima difesa
Nel corso del dibattimento la difesa avrà modo di chiarire la posizione dei due imputati, di far risultare come loro abbiano agito «per legittima difesa» e per questo vanno assolti. Questa appunto la linea difensiva dell’avvocata Katia Finotti. «Avevamo bevuto tutti, c’è stata una rissa, con sassi e bottiglie lanciati, noi ci siamo difesi» è la versione degli imputati.
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