L'intervista
martedì 6 Ottobre, 2026
Educazione sessuale a scuola, lo psicoterapeuta Alberto Pellai: «Oggi i ragazzi soffrono la solitudine e l’isolamento relaziona. Parlarne in classe? Serve»
di Roberta Danesi
«Il primo presupposto è non averne paura. Meglio affrontarlo bene che rinunciarvi per timore di sbagliare»
Lo psicoterapeuta Alberto Pellai è una delle voci più autorevoli in Italia nel decodificare il mondo emotivo degli adolescenti. Co-autore, insieme a Barbara Tamborini, del saggio di prossima uscita «Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni» (in arrivo nelle librerie il 13 ottobre per Mondadori), lo specialista arriva a Trento, ospite domani alle 17 al Teatro dell’Arcivescovile, in un momento di acceso dibattito politico e sociale.
Oltre alla sua attività di psicoterapeuta, lei è anche padre. In che modo la sua esperienza genitoriale diretta ha nutrito il suo lavoro sul campo?
«In questi 25 anni professione e genitorialità si sono nutrite a vicenda. Con mia moglie, anche lei del mestiere, siamo stati molto rigorosi sul digitale con i nostri figli: niente smartphone prima dei 14 anni e niente social prima dei 16. Conosciamo le vulnerabilità del cervello in crescita e, tornando indietro, rifaremmo le stesse scelte».
Qual è il bisogno emotivo più forte negli adolescenti di oggi?
«Il loro bisogno più grande è stare con i coetanei. Oggi i ragazzi soffrono la solitudine e l’isolamento relazionale. Spesso manca perfino un amico del cuore da chiamare nei momenti difficili. Più che l’ascolto degli adulti, hanno bisogno di appartenere a gruppi reali che si frequentano nelle comunità e non solo nelle community digitali».
Quali dovrebbero essere i presupposti pedagogici per affrontare l’educazione di genere a scuola?
«Il primo presupposto è non averne paura. Meglio affrontarlo bene che rinunciarvi per timore di sbagliare. Esistono linee guida, strumenti e professionisti preparati che consentono di passare dal dibattito sul “se farla” a quello sul “come farla bene”».
Quanto incidono ancora gli stereotipi tradizionali sulla salute emotiva e sulle relazioni affettive?
«Moltissimo. Serve un’educazione emotiva, affettiva e relazionale che aiuti a superare i condizionamenti legati ai ruoli di genere. Viviamo in una cultura che, da un lato, dichiara di voler rimuovere gli stereotipi e, dall’altro, continua a riproporli negli ambienti frequentati dai giovani».
Il governo ha voluto introdurre il «consenso informato preventivo» dei genitori per i progetti scolastici su affettività e genere. Questo meccanismo aiuta a costruire un’alleanza educativa concreta tra scuola e famiglia o rischia di ostacolarla?
«L’educazione emotiva, affettiva, sessuale e di genere dovrebbe essere considerata una risorsa educativa da valorizzare. Purtroppo, spesso genera contrapposizioni ideologiche e il rischio è che, per non scontentare nessuno, non si faccia nulla. Personalmente trovo discutibile l’idea di un’autorizzazione preventiva per percorsi utili alla crescita dei ragazzi. Tuttavia, il fatto che almeno una parte degli studenti possa accedere a queste opportunità rappresenta comunque un passo avanti».
Che spunto fornirebbe a un docente che vuole parlare di educazione di genere in classe?
«Partirei da un video musicale molto seguito dai ragazzi. Chiederei quali caratteristiche vengono attribuite ai personaggi maschili e femminili e se si riconoscono in quelle rappresentazioni. L’obiettivo non è evitare il confronto, ma stimolare il pensiero critico».
Il mondo digitale influenza enormemente la percezione del corpo e dell’intimità. In che modo la vita online sta ridefinendo i modelli di genere e le aspettative relazionali tra i giovanissimi?
«Il mondo online non ha finalità educative, ma economiche. Le piattaforme cercano di massimizzare il coinvolgimento e il profitto, non di accompagnare la crescita dei ragazzi. Per questo i modelli e i comportamenti che circolano in rete vanno letti criticamente. Il compito della scuola è aiutare gli studenti a interpretarli, decodificarli e valutarli con consapevolezza».
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