La storia
domenica 3 Maggio, 2026
Dalla soffitta alla moda: Sara Desilvestro ridà vita alle «Eles», le borse delle nonne ladine. «Tutto fatto a mano»
di Elisa Salvi
L’artigiana di Campestrin riscopre i segreti del cucito fassano: pezzi unici in lino, velluto e ricami ispirati agli abiti tradizionali
Un dono ricevuto, come ricordo di un passato molto amato, la produzione del tessuto di lino come ispirazione, le ricerche al Museo Ladino come approfondimento, i ricami e le stoffe colorate come guizzo personale. Ed ecco cucite «Eles» (loro, pronome femminile in ladino), le borse della nonna, con tessuto di cotone double face e bottoni oppure elegante velluto e ricami, definite per tutte le varianti da manici circolari di metallo. È grazie alla vulcanica Sara Desilvestro, trentadue anni di Campestrin, che un oggetto di un tempo torna di moda: da alcuni mesi le fassane che hanno ereditato questo modello di borsa da nonne, mamme e zie le tirano fuori dagli armadi e le altre (non solo donne di Fassa) non vedono l’ora di averne una. La lista d’attesa per una borsa cucita a mano alla perfezione da Sara, è di almeno un paio di mesi.
Ma vale la pena aspettare per un oggetto artigianale ricco di storia.
Sara, cofondatrice con il marito Fabio Romelli dell’azienda N’Outa (Una volta, in ladino), che coltiva piante, fa raccolte di erbe e pigne spontanee e realizza prodotti (come il caffè d’orzo da seme antico) presenti un tempo nelle case della Val di Fassa, ha fatto confluire nelle sue «Eles» tante idee ed emozioni che elaborava da alcuni anni. «Sono arrivata a confezionare queste borse – spiega Sara – attraverso diverse strade. Sicuramente partendo dal lino che coltivo in piccole quantità con N’Outa, da un corso di filatura e tessitura di lino che ho fatto tempo fa, perché mi piace studiare e recuperare i saperi del passato, comprese le attività che le donne della Val di Fassa facevano durante l’inverno, e da una borsa che mi è stata regalata da una amica. Non da ultimo, dalla mia passione per il “guant”, l’abito tradizionale ladino».
La borsa è un elemento del «guant»?
«No, mi hanno ispirato i tessuti del camejot e del corpetin (abito e corpetto della tradizione, in ladino) per realizzare “Eles” di diverse misure. Parlando con tante donne ho scoperto che, anni fa, mamme, zie e nonne regalavano queste borsettine alle bambine, tra i nove e i dodici anni, con all’interno ago, filo, uncinetto per fare i primi lavori di cucito. Ce ne sono sempre state, quindi, di grandi e piccole».
Si trattava, comunque, di borse della spesa?
«Sì, un tempo le valligiane non avevano borsette: la porta di casa rimaneva aperta, non si allontanavano mai molto dal paese, non avevano motivo di portare nulla con sé. Nella seconda metà del Novecento, invece anche da queste parti si inizia a usare la borsa per fare la spesa».
Il materiale utilizzato per «Eles» è il lino?
«Mi piacerebbe molto, ma non ne ho abbastanza: il lino va seminato, macerato, filato, pulito e trasformato. Il sogno è quello: dal seme all’oggetto della tradizione, realizzato secondo un’interpretazione contemporanea. Ma ci vuole molto tempo, quelle in lino saranno borse da collezione e avranno un certo costo. Così, per ora, acquisto stoffe di puro cotone nel negozio di Bolzano di riferimento per chi vuole cucire vestiti tradizionali ladini. Non solo, ho osservato le borse esposte al Museo Ladino per elaborare un “format” di base che ho interpretato a mio gusto».
Che differenza c’è tra le tue nuove e quelle del passato?
«Ho preso diversi spunti dai modelli “vintage”: il tessuto doppio, che le rende più resistenti, che però io faccio double face con stoffe diverse così ottengo “due borse in una”. Un tempo, alcune avevano dei bottoni: io ho scelto di metterli sempre in quelle di cotone, così come, a volte, di ricamare piccoli fiori per abbellirle ulteriormente. Ho realizzato alcuni modelli, che ho mostrato sui canali social di N’Outa. Da allora mi hanno scritto molte ragazze perché gliene realizzi una. Mi piace l’idea che per lanciare una moda, in questo caso, non servano le istituzioni, che spesso aiutano i ladini, ma che sia un’iniziativa spontanea. Così ho definito le misure – piccola, media e grande – i prezzi (tra 80 e 150 euro) e ideato anche la versione da sera in velluto, che si può impreziosire con il ricamo che ho imparato appositamente a fare».
Sapeva già cucire?
«Ho da sempre la macchina da cucire, ma da un anno a questa parte ho fatto molta pratica. Ci tengo che le borse siano ben fatte, dalla stoffa che è di ottima qualità, alle cuciture a regola d’arte. Le borse “vintage” non avevano decorazioni, ma io mi ispiro al camejot da festa che era la cosa più preziosa che avevano i fassani. Il riferimento è sia per la scelta del tessuto, con colori e fantasie usate in passato, sia per alcune cuciture. Ad esempio, sulla cintura del grembiule oppure sulle maniche del corpetin usavano un filo di colore di contrasto. Ho ripreso questo ricamo, che somiglia a una spiga, riallacciandomi anche alla filosofia delle coltivazioni di N’Outa, per impreziosire questa cucitura. Inoltre, prendo la stoffa all’interno e faccio una sorta di bordino, perché nei vestiti tradizionali, quando si attacca velluto a velluto, si mette un bordino di un nastro di sbieco, che sottolinea la separazione».
Quanto ci vuole per realizzare una borsa?
«Circa 48 ore di lavoro continuato. Al momento impiego più di due giorni, perché fino a qualche settimana fa ho lavorato stagionalmente alle casse degli impianti di risalita, poi ho un bambino piccolo e tanti impegni familiari e con N’Outa. I tempi, perciò, si allungano. Ma si tratta di borse su richiesta: ognuno può scegliere misura, stoffa ed eventuale ricamo, secondo il gusto personale e il risultato è sempre un pezzo unico fatto a mano».
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