L'intervista
domenica 3 Maggio, 2026
L’abbraccio di Piné al pediatra palestinese Yousef Salim: «Quarant’anni tra voi, ora sarò papà a tempo pieno»
di Giannamaria Sanna
Emozione a Baselga per l'ultimo giorno di servizio dello storico medico di origini palestinesi; dalle estati come cuoco alla laurea a Roma, una vita dedicata a generazioni di bambini dell'Altopiano
Un grande striscione con «Grazie dottor Salim» appeso sul recinto di fronte agli ambulatori comunali di Baselga di Piné ha accolto venerdì pomeriggio Yousef Salim, il pediatra che per quarant’anni ha curato i bimbi dell’Altopiano.
Una vita da romanzo quella del dotto Yousef. Nato in Palestina, ha studiato medicina in Italia, dove ha lavorato come cuoco per mantenersi gli studi. Una pausa «forzata» in Australia, perché senza cittadinanza in Italia non poteva lavorare, e il definitivo approdo a Piné.
Venerdì scorso non è stato un giorno normale dottor Salim.
«Era il mio ultimo giorno di lavoro, come pediatra sul territorio, ma nel pomeriggio non avevo ambulatorio. Mi hanno chiesto se potevo passare per consegnare le chiavi. Quando sono arrivato ho trovato un mondo di bimbi, mamme e anche molti papà ad attendermi. È stata una gioia incredibile. Mi ha fatto un grande piacere, perché non mi aspettavo nulla. Mi sono molto emozionato. È stato un momento semplice ma molto intenso».
Quarant’anni di attività rappresentano una parte importante della vita. Che significato ha per lei questo percorso?
«È una parte fondamentale, non solo dal punto di vista professionale ma anche umano. In questi anni ho costruito rapporti veri con le famiglie, ho visto crescere generazioni di bambini. È qualcosa che va oltre il lavoro».
La sua storia parte da lontano.
«Sono nato a Nablus, in Palestina, nel 1956. Dopo la guerra i miei genitori mi portarono in Kuwait, dove sono rimasto fino alla maturità. Poi ho deciso di studiare medicina e ho scelto l’Italia: negli anni Settanta era accessibile. Sono arrivato nel 1974 e mi sono mantenuto lavorando e studiando. D’estate facevo il cuoco a Igea Marina per pagarmi l’università alla Sapienza di Roma».
Dopo la laurea ha avuto anche un’esperienza all’estero.
«Sì, non avendo ancora la cittadinanza italiana non potevo lavorare qui. Sono andato in Australia, ad Adelaide, dove ho fatto il medico per alcuni mesi. Però mi mancava molto l’Italia. Così sono tornato, mi sono iscritto alla specializzazione in pediatria e nel frattempo è arrivata la cittadinanza».
E poi è arrivata la chiamata su questo territorio.
«Esatto. La prima chiamata è stata proprio da qui. Sono venuto con grande entusiasmo e non me ne sono più andato. Qui sono rimasto per quarant’anni».
Non deve essere stato semplice inserirsi in una comunità piccola.
«All’inizio c’era un po’ di diffidenza, ed è comprensibile: ero uno straniero e non mi conoscevano. Ma con il tempo le famiglie mi hanno dato fiducia e mi hanno accolto. Posso dire di aver ricevuto molto. Oggi mi sento parte di questa comunità: non rinnego le mie origini, ma mi considero un italo-palestinese».
In una carriera così lunga ci saranno stati momenti particolarmente delicati.
«Sì, soprattutto nelle emergenze. Ricordo casi di shock anafilattico, situazioni molto gravi in cui bisogna intervenire subito. Sono momenti che restano dentro, perché si lavora davvero sul filo».
Quanto conta il rapporto con le famiglie nel suo lavoro?
«È fondamentale. Non si cura solo il bambino, ma si costruisce un rapporto di fiducia con i genitori. Questo è stato uno degli aspetti più importanti e più belli della mia professione. Ed è proprio loro che desidero ringraziare di cuore per la fiducia che mi hanno accordato, affidandomi i loro figli».
Ora si apre una nuova fase della sua vita. Come la immagina?
«Con grande serenità. Ho trovato un territorio che considero un piccolo paradiso. Voglio dedicarmi di più alla mia famiglia: ho due figlie adolescenti e voglio recuperare il tempo che non ho potuto dare loro. Sarò un papà a tempo pieno».
Ci sarà spazio anche per le passioni?
«Certamente. Mi piace stare all’aria aperta: andare a pesca, in montagna, raccogliere funghi. Sono attività semplici ma che danno equilibrio e serenità».
Cosa porta con sé da questi quarant’anni?
«L’affetto delle persone. È la cosa più importante. Per questo sarò sempre grato a questa comunità. Una comunità composta anche dai miei colleghi e colleghe, medici e infermiere, che desidero ringraziare per il supporto prezioso».
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