Val di Non
domenica 12 Luglio, 2026
Dal volto dell’uomo preistorico ai misteri di Ötzi: gli archeologi trentini che riscrivono il passato
di Lucia Barison
Unendo tecniche forensi e tecnologia, l’Arc Team ha ricostruito il cranio di un antico uomo preistorico e indagato il mistero di una ragazza finita in una grotta vicino a Drena
Dare un volto a un uomo vissuto oltre cinquemila anni fa, indagare il mistero di una ragazza morta nel Cinquecento in una grotta del Trentino e ricostruire le tecniche artigianali utilizzate da Ötzi sono alcune delle ricerche che vedono protagonista Arc-Team, lo studio archeologico di Cles guidato da Luca e Alessandro Bezzi con Rupert Gietl, da anni impegnati in indagini che uniscono archeologia, scienze forensi e tecnologie digitali. E tra gli ultimi progetti più affascinanti c’è quello sviluppato nel 2026 per il MegaMuseo della Valle d’Aosta: la ricostruzione di un antico cranio trovato in un dolmen.

Uno degli archeologi di Arc Team che svolge alcune indagini in una grotta
Ridare un volto all’antichità
L’istituzione valdostana aveva avviato già nel 2025 un ampio programma di ricerca dedicato al megalitismo europeo, un fenomeno culturale sviluppatosi tra il V e il III millennio avanti Cristo che portò diverse comunità preistoriche dell’Europa occidentale e alpina a erigere monumenti in grandi blocchi di pietra. Celebre è il caso di Stonehenge, mentre in Valle d’Aosta, dove il sito di Saint-Martin-de-Corléans rappresenta uno dei complessi megalitici più significativi d’Europa fortemente collegato con il sito svizzero di Sion Petit-Chasseur. Come anticipato, agli archeologi clesiani è stato affidato – dall’istituzione valdostana – un compito particolare: la ricostruzione facciale di uno dei crani rinvenuti all’interno di un dolmen, scelto tra trentanove individui sepolti nella tomba collettiva tra il IV e il II millennio avanti Cristo.
Un reperto eccezionale
Il cranio presentava una caratteristica eccezionale: due fori chiaramente riconducibili a interventi chirurgici preistorici. Gli studi hanno dimostrato che l’individuo non solo sopravvisse a una prima operazione, ma anche a una seconda successiva, eseguita oltre cinque millenni fa. Un dato che testimonia conoscenze mediche sorprendentemente avanzate per l’epoca. Queste forature sono una pratica mondiale antica, effettuate forse su persone che soffrivano di disturbi neurologici.
Il reperto, rinvenuto negli anni Ottanta, è stato successivamente sottoposto a una ricostruzione facciale forense basata esclusivamente sulla morfologia cranica. «Si tratta di un’approssimazione scientifica», spiega Bezzi.
L’analisi ha inoltre evidenziato un volume cranico particolarmente sviluppato e una notevole larghezza del volto. Secondo gli archeologi si potrebbe ipotizzare una forma di macrocefalia. «Siamo nel campo delle ipotesi – spiega Luca Bezzi – ma potrebbe spiegare la necessità degli interventi chirurgici, forse eseguiti per alleviare dolori o disturbi legati alla condizione del soggetto».
I misteri del sottosuolo
Dal volto di un uomo preistorico ai misteri nascosti nel sottosuolo trentino. Negli ultimi tre anni Arc-Team è stato impegnato anche in uno scavo speleoarcheologico avviato dopo la segnalazione di un gruppo di speleologi che a Drena, in una cavità nei pressi del Monte Stivo, aveva individuato un cranio umano. L’allarme raggiunse immediatamente la Soprintendenza, Ufficio Beni Archeologici, e il Comando dei Carabinieri della Provincia Autonoma di Trento. L’esperienza nel settore dell’“archeologia estrema” di Arc-Team incaricato dei primi studi si rivelò decisiva. Il cranio era infatti coperto da 20-30 centimetri di sedimenti, elemento che permise subito di escludere una morte recente.
Le indagini successive hanno stabilito che i resti appartenevano a una ragazza vissuta nel Cinquecento, morta tra i 14 e i 17 anni. Sul cranio erano presenti tracce di un forte trauma subito qualche tempo prima del decesso. La ferita era guarita e quindi non fu la causa diretta della morte. Rimangono però aperti numerosi interrogativi: la giovane fu vittima di un omicidio? Morì per altre cause e il corpo finì nella cavità? Oppure fu trascinata da animali?
Gli studi su Ötzi
Un altro filone di studio riguarda Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio. Gli archeologi stanno approfondendo le tecniche di lavorazione del suo equipaggiamento, in particolare il modo in cui sono stati ricavati l’arco e l’ascia, rispettivamente da un tronco e da un ramo di tasso. Dettagli apparentemente minori ma fondamentali per comprendere il livello tecnologico delle comunità alpine dell’Età del Rame. «Molte conoscenze artigianali sono andate perdute», osserva Luca Bezzi. Ricostruire i processi produttivi significa capire come il sapere venisse trasmesso tra generazioni. L’arco di Ötzi, ad esempio, presenta caratteristiche simili a quelle di alcuni archi medioevali, come la curvatura unica, anticipando di millenni alcune peculiarità tecnologiche. Osservazioni che raccontano la straordinaria competenza di un uomo capace di conoscere il proprio ambiente e di trasformarne le risorse in strumenti sofisticati.