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domenica 20 Settembre, 2026

Da Volano al mitico Torino, Corrado Raffaelli si racconta: «A 17 anni tra i grandi, ma ora il calcio non riesco più nemmeno a guardarlo»

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Da promessa del Torino alla scelta di lasciare il calcio: nostalgia di casa, amore per la famiglia e un rapporto sempre più difficile con un gioco diventato troppo schematico

Ha esordito in serie D da terzino, poi è stato centrocampista, ha finito la carriera come attaccante dribblando avversari come pochi. Corrado Raffaelli di Volano, classe 1956, figlio di verdurai, a metà anni ’70 è stato il big della formazione giovanile del Torino. Fisico prestante, temperamento coraggioso e un po’ ribelle, grande talento atletico nel salto in lungo e nella corsa. A 17 anni è una promessa del Torino e viene descritto dalle cronache sportive nazionali come giocatore che “sta una spanna sopra tutti”. Ma da figlio di una terra concreta sta in ascolto di se stesso e… molla tutto all’improvviso.
Nel profondo dell’animo ruggivano tante cose: i tatticismi gli avevano guastato il divertimento originario e un aiuto-allenatore pignolo l’entusiasmo, aveva nostalgia di casa, delle sue montagne, soprattutto era in ansia per la salute del padre amatissimo. Tutto concorse, citando Rudyard Kipling, a fargli fare un solo mucchio di tutte le fortune, rischiandole in un colpo solo a testa e croce, perdendole e ricominciando tutto (o quasi) dal principio e senza rimpianti. È diventato un bravo geometra, un allenatore, ha trasmesso la passione ai figli Matteo e Davide e cercato di convincere la moglie Laura Manfrini, che odiava il calcio, a guardare una partita. Lo scorso giugno è stato premiato dall’amministrazione comunale di Volano (assieme all’alpinista Mariano Frizzera e alla lanciatrice del peso Erica Bonifazi) come atleta che ha dato grande lustro al paese.
Corrado, volanese doc?
«Autentico: uno degli ultimi nati in casa, grazie alla parente ostetrica di mamma. I miei genitori vendevano frutta e verdura al mercato di Rovereto, poi hanno aperto negozio in centro Volano vendendo anche fiori. A 6 anni ho tirato i primi calci nella “Piazota” poco distante. Si disputavano grandi tornei tra i quartieri della “Piazota”, della “Crosera”, della “Corea” e del “Borgo”, sbucciandosi le ginocchia sui ciottoli e facendo anche a botte. In tutta la vita non ho mai saltato una prova, neanche col setto nasale e tre costole rotti. Mi volevano in partita anche se fasciato come un salame. Ero già nel Torino quando ruppi un dito del piede: me lo congelavano con l’etere, di notte erano dolori, ma il giorno dopo ero nuovamente in campo. Cose, però, che si pagano in seguito».
Come arrivò al Torino?
«A 17 anni avevo fatto tutta la trafila: tornei giovanili nel Volano, papà e Remo Muraro dirigenti, vincita del titolo provinciale giovanissimi, selezione da parte del Rovereto di Remo Albertini: ero una promessa e 2 anni più tardi, con Giambattista Pastorello patron, ho affrontato le qualificazioni nazionali in Liguria e ad Assisi. Era già un miracolo essere lì, cresciuto senza una vera e propria scuola-calcio come ero. Mi notò il general manager del Torino Giuseppe Bonetto e anche l’osservatore della Fiorentina. Torino e Fiorentina avevano i settori giovanili d’élite. Scelsi il Torino: aveva appena vinto il titolo italiano Allievi, erano campioni d’Italia. A scuola, in compenso, non andavo bene. Allenamenti tutti i giorni e partita di domenica non lasciavano tempo per lo studio e fui bocciato in prima Liceo scientifico. Avevo però superato la prima Geometri quando presi il treno per Torino, accompagnato dall’allenatore del Rovereto Alessandro Toldo e da papà».
Dal paesino alla città…
«Fu un bel salto. Vivevamo tutti in una pensione, eravamo giovani e molto controllati. Io ero felice anche se nostalgia mi pungeva. Nel Trentino non c’erano giocatori che stessero al mio pari e mi trovavo in un settore giovanile di serie A con il migliore allenatore d’Italia, Ercole Rabitti. Il calcio era qualcosa di diverso da oggi, non c’erano tanti schemi, cercavano il talento e ci si poteva davvero divertire; pur essendo un gioco di squadra, la capacità del singolo stava in primo piano. Iniziò l’avventura del campionato in serie A, col dispiacere, da neofita, di ritrovarmi declassato da leader a riserva. Facevo molta panchina e iniziai a non divertirmi tanto, stavo perdendo entusiasmo e volevo stare con la mia famiglia, così ogni tanto scappavo. Prendevo il treno appena finita la partita del sabato e alle 2 di notte ero a Rovereto col borsone in spalla. Tornavo a Volano a piedi. Al Torino facevano finta di niente, in tacito accordo con i miei genitori; pur di tenermi in squadra tolleravano e a fine campionato fui promosso “titolare”».
Paolo Rossi era nel settore giovanile della Juventus, siete mai stati avversari?
«Nei derby, sì, ma poi si era tutti amici e si parlava tranquillamente. Certo, non accadeva facilmente di vederci, noi del Torino eravamo in una pensione in centro città mentre le promesse della Juventus erano da tutt’altra parte. Ci si incontrava di domenica allo stadio dove avevamo accesso gratuito».
Di cosa parlavate?
«Quando arrivi a quel livello parli solo di calcio».
Anche suo padre Valentino, dirigente del settore giovanile del Volano, era un calciatore di vaglia.
«Giocava in porta ed era un ottimo dirigente. Comprava le scarpe a chi non aveva soldi e mamma, Silvana Prosser, sfegatata ed esigentissima quando incitava dagli spalti, a casa cuciva maglie, pantaloni e calzetti per tutti. Di sabato papà toglieva i sedili del furgone della frutta e lo trasformava in pullman per portarci a Rovereto e giocare contro le squadrette dei vari rioni; avevo 6 anni e giocavo con chi ne aveva 10. Così è nata la passione, ma il vero miracolo calcistico era nel fatto che giocavamo tutti senza avere un allenatore».
E i primi successi al Torino?
«Arrivarono già il primo anno, nel ’74, diventammo campioni nazionali battendo i giovani di Milan, Atalanta, la Juve di Paolo Rossi e il Cagliari di Virdis e Piras, giocatori che sarebbero arrivati in nazionale. La categoria era Primavera, ultimo anello prima del professionismo. Quando mi fecero esordire nel precampionato con la squadra dei professionisti stavo già annusando l’aria della vera serie A».
Poi, la grande rinuncia, incomprensibile.
«Ormai il calcio ai miei occhi aveva perso fascino: nato come sport in cui si doveva raggiungere la porta dell’avversario, era diventato una montagna di iatture, punizioni, calci d’angolo, frustrazione. Torino non mi piaceva, era pericolosa e io ero selvaggio, mi piaceva la montagna, non la gabbia. Il mio tralascio, dunque, fu una scelta sentimentale. Il colpo di grazia lo aveva dato la notizia della salute precaria di papà, a cui ero legatissimo. Nel ‘76 decisi di tornare nel Rovereto da semiprofessionista di serie D, poi seguii Pastorello al Padova da professionista di serie C. Purtroppo non c’era feeling con l’allenatore. Nell’88 feci la mia ultima partita, durante la quale ebbi un problema cardiaco. Lo sport, vede, non fa sempre bene, il corpo è come un motore che, se sforzato, s’inchioda».
Per fortuna aveva il piano B.
«Sì, ero geometra e per 40 anni ho esercitato la professione. Col patentino da allenatore ho seguito i bambini di 7 anni, insegnando i fondamentali e riscoprendo la bellezza del gioco. Quei bambini oggi hanno 40 anni e se mi incontrano mi chiamano ancora “Mister”».
E oggi?
«Non guardo più le partite. Sono schematiche, tutti fanno la stessa cosa e non si valorizza il talento del singolo. Penso sempre che dovrebbero essere i giocatori a dare l’impronta alla squadra, non l’allenatore. Ora, che ho problemi di salute, ho attorno tutta la mia famiglia e penso che se ho perso dal punto di vista calcistico, ho vinto da quello umano».

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