La chiusura

venerdì 19 Giugno, 2026

Crisi vocazionale al culmine, chiude il Centro Beata Giovanna di Rovereto. Don Marco Saiani: «Il futuro? Le idee ci sono, sempre al servizio della comunità»

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La struttura venne fondata a metà del 1600. Il parroco: «Si sono affievolite la pratica religiosa delle famiglie e la funzione educativa degli oratori»

«Tutte le mattine si sente un vociare e un cantare insolito. Chi è, chi non è? Sono le circa, o più, 150 voci delle ospiti che arrivano pieno di gioia e di entusiasmo Si sa, trovano accoglienza, ospitalità giochi, occupazioni varie e utili, oltre ai giornalieri tuffi in piscina (…) Al gioco, allo svago sano, ai canti si alterna l’utile al dilettevole, la sana educazione e il lavoro di vario tipo e genere, per grandi e per piccine: “Gira de qua, gira de là, senza Beata come se fa?».

Già, senza Beata, come si fa? Lo stralcio, preso dal bollettino parrocchiale “Perché Cristo Regni” del luglio-agosto 1973, lo troviamo citato nel bel libro di Rossano Recchia e Roberto Setti “Una vasca a favore delle anime e dei corpi delle bagnanti” dedicato alla piscina che l’Oratorio della Beata Giovanna fece costruire nel 1957 per le bambine della città. Altri tempi, in cui il Centro pastorale di Via Conciatori, orbitante attorno alla chiesa di San Carlo, era davvero un centro propulsivo di enorme importanza sociale, culturale, religiosa. Ma per la fine settembre le Suore di Maria Bambina, la comunità religiosa che in questi anni ha condotto il Centro Pastorale Beata Giovanna, getteranno la spugna.

Doloroso per loro, che non ne vogliono parlare, doloroso per la città che nella struttura fondata a metà del 1600 dalla mistica Bernardina Floriani (conosciuta come Giovanna Maria della Croce, venerabile per la Chiesa, Beata per la gente, dall’opera caritatevole immensa, soprattutto nel periodo della peste) e dalle sue Clarisse, si è sempre riconosciuta, sorta di specchio per una comunità attiva, allegra, operativa, utile, proiettata al bene comune e personale. Alla Beata si andava divertendosi, per recitare, cantare (basti pensare alla fertile stagione degli Amici dell’Operetta), per giocare a palla prigioniera e persino per nuotare, come hanno spiegato Setti e Recchia.

Ma oggi il fenomeno della crisi vocazionale è al culmine, le Suore di Maria Bambina sono anziane, le parrocchie vengono accorpate per mancanza di sacerdoti. Chiediamo a don Marco Saiani, parroco in San Marco, cosa succederà ora: «Le idee ci sono, vedremo – dice – le nostre strutture sono state costruite con intento pastorale, sono sempre state al servizio della comunità e negli anni hanno svolto un bellissimo servizio, anche perché c’era alleanza tra famiglie e parrocchia, gli intendimenti educativi erano gli stessi. Oggi, però, sono sorte tante realtà diversificate sportive, musicali, di danza… nel contempo s’è anche affievolita la pratica religiosa delle famiglie così come la funzione educativa per la quale gli oratori erano nati».

La loro vita va ripensata, ristrutturata, fa intendere, ma l’importanza dei centri pastorali nella formazione del cittadino non può venire meno, soprattutto nella fase attuale in cui tanti valori, di ascolto, relazione corretta, buona disposizione verso gli altri sembrano scricchiolare. «L’oratorio ha ancora una funzione educativa importante – ci conforta don Marco – Torna quella missione educativa, di attenzione alla persona, che l’oratorio aveva inizialmente, quasi 500 anni fa, quando è nato a Roma, per iniziativa di San Filippo Neri e raccoglieva ragazzi abbandonati che dovevano scoprire i propri doni».

All’oratorio non mancano i ragazzi, o le ragazze, ma mancano gli adulti disposti a donare loro il proprio tempo, osserva don Marco: «Sono gli adulti a dare stabilità alle proposte, sono loro che pensano e propongono. I ragazzi arrivano se trovano persone significative ad attenderli, adulti che si interessino loro, che li accompagnino. Nelle nostre parrocchie non mancano le famiglie, gli adulti, che si prendono a cuore i servizi, c’è gente che si mette a disposizione per qualche ora nel distribuire beni di prima necessità, o per raccogliere indumenti. Belle azioni, non c’è dubbio. Ma avvicinare e accompagnare le persone accogliendole durante il giorno, condividendo le ore con loro… beh, questo è molto difficile da realizzare». Un’osservazione che forse vuole anche essere un invito.