L'intervista

sabato 3 Ottobre, 2026

Cresce la povertà (anche in Trentino), il ceto medio è in ritirata e l’ascensore sociale va solo in discesa. Risso (Ipsos): «Così crescono ansia, rabbia e disuguaglianze»

di

Il direttore scientifico di Ipsos fotografa una società sempre più polarizzata: il 60% degli italiani vive nell’incertezza, mentre l’ansia sale al 52% nel ceto medio-basso

Una tensione continua, frustrante. Una forza che schiaccia il ventre a terra, che mortifica le aspettative, che erode futuro. Quella spinta verso il basso allaccia il ceto medio ai piedi delle intenzioni e foraggia ansia e rabbia, tensioni sociali figlie di un progressivo impoverimento del Paese. «L’ascensore sociale oggi va solo in discesa: il ceto medio si restringe e crescono fragilità e disuguaglianze» sintetizza Enzo Risso, direttore scientifico di Ipsos e professore di Audience studies. Dietro ai numeri – il 18,6% della popolazione italiana è a rischio povertà – ci sono le sfumature emotive di una comunità che non trova strumenti adatti per migliorare la propria condizione e sperare in un futuro migliore per figli e nipoti.
Professore, chi sono oggi le persone che in Italia rischiano maggiormente di scivolare nella povertà?
«Esiste un profilo generale, che è quello dello scivolamento del ceto medio verso ceti più bassi. Nel nostro Paese, negli ultimi vent’anni, è tornata una differenza di classe. Oggi la quota di chi si colloca nel ceto medio è scesa al 37%. Abbiamo quindi avuto un processo di decetomedizzazione. Negli anni Novanta Giuseppe De Rita parlava di cetomedizzazione, dagli anni Duemila invece il processo è inverso. D’altra parte, sono cresciute le difficoltà della maggioranza degli italiani: il 54% vive in tre livelli, che comprendono una quota che si colloca nel ceto medio in caduta, un ceto medio che ha perso la sua sicurezza – il 34% – e poi un 20% che si suddivide tra ceto fragile, cioè chi arriva a fine mese con difficoltà, e un 4% che si sente povero. La prima è una classe media declassata, e questo ha un senso perché porta con sé rabbia, rancore e sentimenti negativi. Poi c’è il 7% di upper class, benestanti e agiati».
Insomma, l’ascensore s’è fermato..
«Quello che è successo negli ultimi anni è che l’ascensore sociale va solo in discesa, non va in salita. Se guardiamo i numeri, le persone che dicono che la loro condizione economica è migliorata sono il 7%, ma la vera differenza emerge se osserviamo il dato per classe sociale: questa quota sale al 12% nel ceto medio e crolla all’1% nei ceti popolari. Se facciamo l’osservazione inversa, ovvero quante persone hanno perso condizioni economiche, vediamo che in media sono il 25%, e soprattutto il 6% dice che la propria condizione è diminuita molto. Il problema è che questa quota sale a oltre il 20% nel sottogruppo del ceto popolare, mentre è allo 0% nel ceto medio. Un ultimo dato: lo sguardo ai figli. Il 48% di chi vive nel ceto popolare pensa che i figli scenderanno ancora più in basso; nel 2024-2025 era il 38%. Da questo punto di vista, mentre il 24% del ceto medio crede in una crescita, il dato sociologico di fondo è quello del declino».
Quindi possiamo ancora parlare di classi sociali?
«Nella fase fordista avevamo tre classi sociali: borghesia, piccola borghesia e proletariato. Nella fase post-industriale iniziale, negli anni Ottanta e Novanta, sembrava che queste classi sociali fossero sparite. Non erano sparite, semplicemente si stavano modificando. La piccola borghesia e la fase di espansione consentivano soprattutto all’universo dei lavoratori una trasformazione degli obiettivi sociali, che aveva portato a una diminuzione dei conflitti. La fase successiva, di tarda post-industrializzazione, invece, ha generato un altro processo, quello in cui la curva espansiva si è fermata e abbiamo cominciato a vivere una serie di crisi – i mutui sovrani, per esempio – e vent’anni di crisi permanenti dal 2007. Questa fase che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni ha ripolarizzato la società. Quindi, per come è strutturato il capitalismo, sono ritornate le classi sociali che non erano sparite, anzi sono tornate. Abbiamo quindi una upper class, che è ricca, benestante e macina continuamente soldi e posizioni; abbiamo un ceto medio che si è andato estremamente a restringere nella sua dimensione; abbiamo creato una massa di persone che si sentivano e volevano essere ceto medio ma hanno perso la loro condizione, quindi sono confluite in una classe inferiore che ha rancore e rabbia perché aspira a essere ceto medio ma non può, con conseguenze politiche e sociali: una spinta verso il populismo e, sul piano sociale, verso l’odio per gli altri e i diversi. Poi abbiamo un consolidamento di una classe sociale popolare. Quindi abbiamo cambiato le denominazioni: la borghesia è diventata upper class, mentre lower class e ceto popolare mantengono le loro caratteristiche».
Questa nuova polarizzazione produce anche tensioni sociali. Qual è oggi il clima emotivo?
«Se guardiamo la tonalità emotiva, vediamo che al primo posto c’è un dato che è l’emblema del Paese: la sensazione di incertezza, che tocca il 60% delle persone. Questa sensazione predominante sale al 70% nel ceto medio-basso. La seconda cosa è l’ansia. Anche qui, se guardiamo la differenza, nel ceto medio è al 27%, mentre nel ceto medio-basso è al 52%. La terza sensazione che vive questo Paese è la rabbia, al 26% generale: nel ceto medio è al 20%, sale al 29% nel ceto medio-basso e vola al 36% nel ceto popolare. Sotto la rabbia ci sono due emozioni equipollenti: attesa, al 25%, e tristezza, al 24%. Se guardiamo la tristezza, scende al 19% nel ceto medio e vola al 37% nel ceto popolare. Abbiamo tre climi emotivi: il ceto medio-basso teme ancora di cadere e quindi genera ansia, per questo è la classe con più ansia; poi c’è quello basso, che è già caduto».
Quali sono oggi i principali fattori che determinano il rischio di povertà?
«Bisogna prestare attenzione alla complessità. Alcune determinanti ci sono e sono oggettive e dirette: come l’aumento dei prezzi. L’inflazione è al primo posto tra i fattori di preoccupazione delle persone: in media siamo intorno al 55% di persone preoccupate dello scatto inflattivo. Per una quota di persone la triade precarizzazione del lavoro, basso salario e aumento dei prezzi è esplosiva. Poi ci sono altri elementi che generano ansia e preoccupazione nelle persone: le guerre, i cambiamenti climatici, la mancanza di futuro per i figli e le disuguaglianze. È quel minestrone, quel brodo in cui le persone sentono un futuro che si sta sfrangiando. Quindi i fattori che generano maggiore ansia nelle persone sono l’aumento delle povertà, la mancanza di qualità nei servizi sanitari, la mancanza di lavoro e il fatto che permangano in Italia discriminazioni di genere, difficoltà di accesso alla casa, allo studio e i cambiamenti climatici si inseriscono dentro a questo contesto. Ma c’è un’altra cosa».
Prego.
«L’altra cosa che è cambiata e cambia di più è la relazione tra società e individuo. Le relazioni con gli altri sono diventate più fragili. La cosa interessante è che le relazioni più fragili non le segnalano gli adulti, i baby boomer, ma a segnalare che le relazioni sono elementi di fragilità è soprattutto la generazione Z. E questo genera una vita senza mappa, correre senza una meta chiara».
Di fronte a questa trasformazione sociale ed economica, siamo attrezzati per contrastare la povertà e la fragilità?
«Siamo assolutamente non attrezzati. Siamo attrezzati per una società fordista e siamo anche attrezzati male, perché abbiamo strumenti che avevamo a disposizione. Per esempio, la scala mobile, che adeguava il livello dei salari e gli stipendi al costo della vita. Dal 2021 in poi abbiamo avuto un salto nel costo della vita spaventoso: se uno fa la spesa vede che tutti i prodotti hanno raddoppiato i prezzi e gli stipendi, dell’1%, non hanno seguito il tasso inflattivo. Ci siamo tolti quindi strumenti d’oro e non abbiamo adeguato gli strumenti alla trasformazione della società».
Quali strumenti servirebbero, allora?
«Noi stiamo parlando di una società che non ha strumenti adeguati. Ma non solo economici: l’idea di un nuovo welfare, potenzialmente, deve avere un’identità molto più comunitaria di quella precedente. Secondo aspetto: abbiamo l’esempio spagnolo. Dobbiamo farla finita con la precarizzazione del lavoro che è precarizzazione esistenziale. Un grande tema è allora una legislazione del lavoro nuova che superi le scelte fatte nei primi anni Duemila. La Spagna dimostra che l’argine secco al lavoro precario consente di crescere molto più dell’Italia. Anche gli imprenditori italiani, oltre a spremere il limone, si rimbocchino le maniche. Poi c’è un terzo grande fronte: un riequilibrio del modello economico. Non possiamo andare avanti con un modello che foraggia solo l’impresa capitalistica, dobbiamo sostenere un paradigma che punta a un equilibrio e privilegia le imprese cooperative e del terzo settore. Non si corregge un sistema mettendoci dei paletti, ma si corregge un sistema intervenendo sulle fragilità, sulle fratture che questo sistema sta creando: disuguaglianze e polarizzazione».

Commenti: