Lanterna Magica

venerdì 29 Agosto, 2025

C’è qualcosa al cinema? Ma certo: una nuova, caotica, versione dei Puffi, con una Puffetta – Rihanna

di

E ancora: Warfare e «I Roses»: cosa propongono i cinema di Trento. E se non va bene un Herzog succulento in streaming

I PUFFI – IL FILM

(Smurfs, USA 2025, 92 min.) Regia di Chris Miller

 

 

Nuovo tentativo di trasposizione cinematografica dei mitici personaggi inventati dal fumettista belga Peyo, l’ultimo lungometraggio con protagoniste le piccole creature blu non rende purtroppo giustizia all’arte del loro creatore. Il film racconta la storia di 4 libri di magia, da sempre obiettivo dei 4 stregoni più cattivi del mondo, che intendono utilizzarli al fine di cancellare la bontà dall’intero universo. Dopo secoli di ricerche e battaglie con chi li protegge, solo un libro manca all’appello ed è quello che oltre cento anni fa Grande Puffo ha nascosto nel villaggio, senza dire nulla ai puffi che abitano lì. Nel villaggio oggi vive anche Senzanome, puffo depresso per non aver ancora trovato il suo talento, che cerca di capire qualcosa di sé grazie al costante supporto di Puffetta. Quando Senzanome scopre di poter lanciare incantesimi, per errore permette a Rasamella, uno dei 4 stregoni, nonché fratello antipatico di Gargamella, di rapire Grande Puffo. Ha così inizio una delirante operazione di salvataggio. Già riassunta così, la trama è a dir poco confusa, impensabile che un bambino in età prescolare riesca a tenere sotto controllo l’evoluzione degli eventi, ma oltre a ciò il film rincara la dose su più livelli. Sfruttando all’eccesso un profluvio di tecniche cinematografiche (abbiamo animazione 3D mista alla tradizionale, ma ci sono sequenze girate su sfondi reali, sovrimpressioni, citazioni grafiche, cambi umoristici di riferimenti estetici, rimandi al fumetto, arzigogolati movimenti di macchina che guardano ai videogames) il film corre ad una velocità assurda, senza che la narrazione riesca mai a diventare realmente coinvolgente. I problemi sono tanti: l’antagonista è fastidioso e mai epico, Gargamella e Birba sono emarginati dal racconto principale e suscitano più tenerezza che spavento, i personaggi di contorno (come i Nasoput o la tartaruga) non funzionano e sono davvero troppi i riferimenti all’attualità che mirano più a far ridere gli adulti che i bambini (dai social, ai podcast e alle e-mail, fino ai meeting via Zoom, passando per il cibo a domicilio, le strizzatine d’occhio della scena in discoteca e addirittura la citazione di Casablanca). Rimangono sul versante positivo alcuni aspetti interessanti: Puffetta (doppiata da Rihanna nella versione originale) si trasforma in un personaggio dall’identità forte, che motiva le proprie scelte di vita e tiene testa con valore a tutti i personaggi maschili; Senzanome acquista consapevolezza di sé e trova nella forza del gruppo il significato che tanto cercava, mettendo al primo posto la gentilezza, da sempre caratteristica dei puffi (che infatti riprendono la loro storica canzone nel momento più importante, dimenticando le lunghe sequenze di danza con dj che sembrano uscire da Trolls). Il ritmo è frastornante, ma qualche risata inevitabilmente scappa e se a restare impressa è la sequenza dell’ormai onnipresente Multiverso, con varie tecniche animate che si alternano (dalla plastilina all’animazione giapponese, passando per i quaderni dei bambini), sono indimenticabili alcune caratterizzazioni di puffi secondari, da Preoccupato all’esilarante Effetti Speciali. E Puffetta che mangia le patatine fritte è oggettivamente molto divertente.

 

 

 

I ROSES

(The Roses, USA 2025, 105 min.) Regia di Jay Roach, con Olivia Colman, Benedict Cumberbatch

 

 

Tratto dal romanzo di Warren Adler, La guerra dei Roses, già meravigliosamente portato sullo schermo nel 1989 per la regia di Danny DeVito (la cui carriera da regista meriterebbe maggiore rispetto ed una complessiva riscoperta), il nuovo adattamento cinematografico aggiorna il duello coniugale ai temi della contemporaneità e sfrutta un umorismo British ed un’ambientazione iniziale nella vecchia Londra per costruire una mirabile serie di dialoghi taglienti. Theo, promettente architetto, e Ivy, fantasiosa aspirante chef, sono inglesi e si conoscono nel ristorante dove lei lavora. Dopo un appassionato primo incontro, decidono di trasferirsi in California, dove Theo diventa un archistar, mentre Ivy cresce i loro due figli. Un giorno, però, l’ultima ambiziosa creazione di Theo crolla davanti agli occhi di tutti, e, grazie anche a internet che rende il tutto indimenticabile, l’architetto viene licenziato ed entra in una profonda crisi professionale ed umana. Nel frattempo però, il piccolo ristorante che Ivy ha aperto quasi come hobby sta avendo un inaspettato successo e i due decidono che sarà Theo ad occuparsi di casa e figli finché ce ne sarà bisogno. Il successo crescente di Ivy, la frustrazione di Theo e le divergenze sull’educazione dei figli, li porteranno ad un’escalation brutale di feroci punzecchiature verbali, per poi evolversi in veri e propri agguati, ambientati nella loro casa dei sogni, progettata da Theo, ma pagata da Ivy. Riusciranno a divorziare? Forte di una coppia di protagonisti di incredibile bravura e di sorprendente affiatamento, Roach (che non ha mai brillato per finezza, ma quando deve far ridere ci sa fare) costruisce abilmente una struttura che ribalta gradualmente la prospettiva, invitando a riflettere sui ruoli di genere e sulle conseguenze dei cambiamenti sugli equilibri di coppia e famigliari. Il tutto, come già succedeva nel prototipo, è spinto all’estremo e non sempre è sotto controllo. Qui funzionano molto le ambientazioni (notevoli le scenografie) e certe scelte di regia (la doppia frustrazione nella toilette dell’aereo), mentre talvolta stonano i personaggi secondari (la coppia di amici in crisi, l’ex collega di Theo con il compagno). Innegabile il divertimento, con alcuni dialoghi a dir poco leggendari e un paio di scene che colpiscono nel segno (l’incipit in terapia di coppia, la cena inaugurale nella nuova casa, il confronto con gli avvocati). Rimane tuttavia il senso di un’operazione un po’ fine a se stessa, più illustrativa e leggera rispetto all’originale, un film che, tra le pieghe di una commedia satirica sul matrimonio, sapeva dire molto sulla società americana.

 

WARFARE – TEMPO DI GUERRA

(Warfare, USA/Gran Bretagna 2025, 95 min.) Regia di Alex Garland e Ray Mendoza, con Joseph Quinn, Kit Connor, Will Poulter

 

 

Iraq, 19 novembre 2006. A Ramadi un gruppo di Navy Seals statunitensi si rifugia in una casa, abitata da due famiglie. Qui cercano di studiare le prossime mosse, ma un gruppo di militanti di Al Qaeda si raduna negli edifici adiacenti e li attacca, ferendo gravemente due di loro. I soldati cercano quindi di trovare il modo per lasciare l’abitazione in sicurezza mettendo in salvo i feriti. Un autentico episodio marginale della sanguinosa guerra in Iraq è ricostruito minuziosamente grazie a Ray Mendoza, consulente di Garland sul set di Civil War, che vi prese parte attivamente. Dopo una straordinaria sequenza iniziale, con i soldati che si eccitano di fronte al videoclip di Call on me di Eric Prydz (forse a dimostrare che di ragazzi in fondo stiamo parlando), la regia ci catapulta con uno stacco netto nel pieno dell’azione. Non sappiamo di fatto nulla. Non conosciamo i soldati né le loro idee, non abbiamo riferimenti geopolitici, non comprendiamo perché siano lì in quello specifico istante, non abbiamo alcun riferimento al di fuori di ciò che si svolge davanti ai nostri occhi quasi in tempo reale. L’esperienza è coinvolgente e indubbiamente forte, straordinaria soprattutto sotto il profilo uditivo, con un sound design incredibile, ma la stessa messinscena, con grande uso della macchina a mano, lascia esterrefatti. Si aggiunge inoltre, un’importante riflessione sul punto di vista interno al conflitto, sempre plurale e parziale, con l’ulteriore affascinante trovata delle riprese aeree ad infrarossi, in cui amici e nemici appaiono dello stesso bianco indefinito. Garland sa come girare e ci trascina in un’evoluzione di eventi in cui tutto sembra perdere significato, rimane solo l’assurdità ingiustificabile della guerra stessa (da qui la straziante domanda finale). Giovani ragazzi eccitati e addestrati rischiano la vita in una frazione di secondo e nessuno sembra sapere perché. Gli stessi residenti dell’abitazione sequestrata vedono la loro casa distrutta e le loro vite messe in pericolo per una guerra di cui ignorano significato ed evoluzione. Un film privo di retorica, che fa riflettere in maniera diretta, perché ci pone brutalmente di fronte all’assurdità di un rituale, quello bellico, che è privo di ogni connotazione umana. Non un’esperienza adatta a tutti e sono legittimi i dubbi sull’efficacia o meno di una riflessione posta in modo così brutale. Si tratta in ogni caso di un’operazione cinematograficamente affascinante che merita la visione in sala.

 

 

STREAMING – PERLE DA RECUPERARE: NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLA NOTTE

Disponibile su Raiplay

(Nosferatu, Phantom der Nacht, Rft/Francia 1979, 107 min.) Regia di Werner Herzog, con Klaus Kinski, Isabelle Adjani, Bruno Ganz

 

 

Era doveroso celebrare il Leone d’Oro alla carriera a Werner Herzog, consegnatogli ieri a Venezia da Francis Ford Coppola, con uno dei suoi capolavori più amati, a suo tempo presentato con successo al Festival di Berlino. Straordinario omaggio al cinema espressionista tedesco, con il quale Herzog dichiarò di voler ricreare una connessione culturale, dopo la pausa storica imposta dal nazismo, il film è di fatto il rifacimento del capolavoro muto diretto nel 1922 da Friedrich Wilhelm Murnau, Nosferatu il vampiro. Herzog rende però l’operazione tutt’altro che fine a se stessa e, lavorando sul contrasto tra piani fissi e macchina a mano e sull’uso dei paesaggi, costruisce un’esperienza visiva e sensoriale unica ed inimitabile, alla quale concorrono in maniera fondamentale le sublimi interpretazioni di Klaus Kinski, (calvo, depresso, stanco: una creatura tragica più che un mostro) e Isabelle Adjani (virginale, ipnotica). Le riprese furono realizzate tra l’Olanda e la Cecoslovacchia, con molte sequenze, tra cui quella dei topi durante l’epidemia di peste, che ancora oggi lasciano a bocca aperta. Fondamentale, come sempre in Herzog, il supporto della colonna sonora, con musiche di Florian Fricke, leader dei Popol Vuh, che si alternano a brani di musica classica. Un film che racconta come pochi altri il contrasto costante fra ragione e irrazionalità, un esempio di messinscena di rara intelligenza, che merita oggi una riscoperta, per ammirarne le atmosfere sospese e la capacità di trasportare lo spettatore in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo. Imperdibile.