l'intervista

sabato 15 Novembre, 2025

Benedetta Tobagi: «Gli stupri come arma contro le partigiane. Solo negli anni ’90 la verità è emersa»

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Un fenomeno a lungo rimosso, nascosto dalle stesse vittime per paura dello stigma e del giudizio. La storica Benedetta Tobagi ricostruisce come la violenza sessuale sia stata usata dai nazifascisti

Riflettere sulle forme della resistenza femminile alla violenza con uno sguardo storico, nel solco dell’Ottantesimo anniversario della guerra di Liberazione: questo il filo conduttore del seminario «Donne resistenti nel lungo Novecento italiano», organizzato dall’Istituto storico Italo-Germanico-Fbk, dalla Fondazione Museo storico del Trentino e dal Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che si svolgerà martedì a partire dalle 14.30 a Trento, nella sala conferenze della Fondazione Caritro.

La prima parte del pomeriggio sarà dedicata all’esperienza femminile nella Resistenza a livello nazionale e locale. La seconda parte allargherà lo sguardo ad altre forme di «resistenza», dalle pratiche delle femministe degli anni ‘70 all’ecofemminismo dei decenni successivi, senza tralasciare le conseguenze sulle donne nelle guerre più recenti, a partire dal caso dell’ex-Jugoslavia. Al termine delle relazioni, ci sarà spazio per riflettere sul tema del seminario attraverso il linguaggio del cinema. Il comitato scientifico è composto da Fernanda Alfieri (UniBo), Camilla Tenaglia (Fbk-Isig), Elena Tonezzer e Sara Zanatta (Fmst). Aprirà la giornata di studi la storica e scrittrice Benedetta Tobagi – autrice tra l’altro del libro Premio Campiello 2023 «La Resistenza delle donne» (Einaudi) – che interverrà sul tema «La violenza taciuta. Il lungo silenzio attorno agli stupri durante la Resistenza».

Tobagi, partiamo dal tema del suo intervento: dove l’hanno portata le sue ricerche?
«Innanzitutto vorrei dire che le mie ricerche sono frutto di ampi progetti svolti nei decenni: ci tengo molto a rimarcare che lavorando sulla resistenza delle donne, io ho messo a sistema una mole imponente di testimonianze di storia orale raccolte da altre studiose molto prima di me. Il dato che ho trovato molto importante evidenziare del caso in questione è stato come abbia avuto una terribile specificità non l’uso della violenza sessuale contro le donne intese come prede e bottino di guerra – che è molto antico e si ripete in Italia anche nella Seconda guerra mondiale – , ma proprio lo stupro come arma di guerra contro le combattenti, contro le partigiane. Cioè, la donna violentata tace perché lo stupro, per le convinzioni culturali dell’epoca, veniva considerato una vergogna. In qualche modo la donna stuprata è una donna che non si è difesa abbastanza e viene sporcata, e con lei si sporca l’idea per cui combatte. Quindi lo stupro non viene considerato un orrendo reato contro una persona che si sta spendendo per la lotta di liberazione, ma è qualcosa di così vergognoso da venire nascosto dalle partigiane stesse, perché hanno il timore che possa cambiare il modo in cui sono guardate all’interno della comunità, della famiglia, della stessa lotta partigiana. Questo tema si salda con una più ampia percezione della violenza sessuale in Italia, che poi è durata per decenni dopo la fine della guerra, cioè lo stupro come reato contro la morale e non contro la persona».

Quando iniziano a emergere pubblicamente queste memorie?
«L’altro dato che ho trovato molto interessante insieme al precedente è che i racconti e le testimonianze arrivano tardivamente. Uno snodo dirimente sono gli anni ’90, perché sull’onda del conflitto nella ex Jugoslavia, in cui gli stupri etnici e le violenze sessuali tornano tragicamente di attualità, c’è come un risveglio di attenzione e di sensibilità diversa sul tema. E questo è un aspetto. Poi c’è un altro aspetto e riguarda il fatto che alla storia della Resistenza delle donne si sono dedicate studiose donne, si sono alternate generazioni di studiose dagli anni ‘70 in poi, spesso con una spiccata sensibilità femminista e un’attenzione alla prospettiva di genere. Ci sono state due spinte complementari: infatti, una è quella del femminismo e l’altra è quella della storia orale, che è la storia che vuole dare voce agli ultimi, a quelli esclusi dalla storia ufficiale. Avere delle interlocutrici donne ha reso possibile per alcune vittime di violenza sessuale sentirsi libere di parlare e sentirsi comprese».

C’è qualche testimonianza paradigmatica di cui ci vuole parlare?
«C’è stato un caso, drammatico, un esempio, come dire, emblematico. Teresa Mattei, partigiana e madre costituente, ha raccontato solo tardivamente, negli anni ‘90, di essere stata stuprata dai nazisti. E lei stessa dice: “Ho taciuto, ho atteso che i miei cari, i miei genitori e mio marito fossero morti”. Questo dimostra che in qualche modo c’è un condizionamento a non infliggere questo tormento e questo stigma anche ai propri cari. È quindi impressionante, no, che questo condizionamento sia stato testimoniato anche da una figura di quella statura, di quella consapevolezza, di quel coraggio? Ci dà la misura della tragicità del tema. C’è stato anche il caso di una partigiana molto giovane che ha subito una variante di violenza sessuale: un nazista le ha detto: “Se non ti concedi a me ti ammazzo”. Quindi non l’ha fisicamente aggredita, ma l’ha messa davanti a questa scelta. Questa giovane donna accettò per non morire, e dopo la guerra fu processata come sospetta spia. Qui si vanno a toccare dei temi molto delicati che però in qualche modo riverberano in discorsi molto più ampi che ci riconducono alla colpevolizzazione della vittima di stupro».

Lei ha scritto che «essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre».
«Le donne, sia quando entrano nella Resistenza, ma in ogni contesto della propria vita – vivendo ancora oggi in un sistema prevalentemente patriarcale – in qualche modo si trova incapsulata in un contesto dove ci può essere o una forma di oppressione, come dire, molto diretta, molto esplicita, molto violenta, come la vediamo in tante parti del mondo oggi, oppure la guerra dentro nasce dal fatto che ci sono dei modelli, degli stereotipi, degli standard a cui in qualche modo alle donne sin da bambine viene insegnato ad adeguarsi. Questo crea poi dei profondi conflitti interiori tra l’adeguarsi a dei modelli imposti dall’esterno – che possono essere di compiacenza, di non assertività, di sottomissione, adeguamento a standard estetici, a un modello materno di cura – che creano questa guerra dentro le donne che si sentono chiamate ad altro, che vogliono esprimersi come soggetti, che vogliono provare a fare sentire la propria voce, esprimere la propria ribellione, la propria creatività. Questa è una cosa che ovviamente io ho scritto perché la sento e perché io mi sono sentita risuonare con le voci delle partigiane. Allora ho pensato che fosse importante parlare di questo e ho scoperto che molte lettrici a loro volta si sono riconosciute».

L’esperienza partigiana ha avuto un ruolo determinante nel processo di emancipazione femminile del secondo Novecento, fino al tempo presente. «Non era mai successo prima che le donne entrassero nella storia così da protagoniste» dice lei. E oggi, quali crede siano le forme più significative di resistenza della donna contemporanea, tenendo conto delle diversità di condizioni in cui versa in differenti parti del mondo?
«Innanzitutto dobbiamo appunto ricordare che stiamo parlando di un mondo dove ci sono importanti pezzi di popolazione mondiale in cui le donne non hanno le libertà più elementari, ancora non godono della pienezza dei diritti civili, vengono fortemente limitate, vengono infibulate. Ricordiamo anche che in Iran c’è un movimento che si chiama “Donna, vita e libertà”. Non dimentichiamoci questo. Quindi siamo in un mondo dove ancora le forme più arcaiche, più violente del patriarcato esistono. Oggi, appunto, è molto importante riflettere sui sistemi di oppressione, per cui anche il perdurare di modelli culturali che possono avere tra i loro effetti più nefasti la violenza di genere, il femminicidio. Però noi vediamo quanto lavoro ci sia ancora da fare rispetto alla liberazione della donna in termini di ruoli sociali, modelli e aspettative che poi si innestano anche con il sistema economico e gli interessi del mercato».
D’altra parte questo è un tema plurisecolare…
«E proprio perché è plurisecolare c’è anche una grossa stratificazione, per cui ovviamente le sfide che vive una ragazza giovane oggi sono su molti piani diverse da quelle di una ragazza degli anni ’40, perché la libertà, i diritti, la possibilità di vita di una giovane donna oggi sono incommensurabili. Le istanze delle donne che fecero la Resistenza hanno riverberato nel dopo, in una dimensione di medio-lungo periodo che va sottolineata. E questo è il grande, immenso debito che noi dobbiamo a tutte le donne che hanno lottato, a cominciare da queste pioniere dell’emancipazione che sono state le partigiane. Però oggi resta ancora un pezzo di strada da fare. Il bello è che abbiamo questa genealogia femminile alle spalle, che comunque ci può dare un aiuto proprio in termini di modelli e in cui noi possiamo riconoscerci».