Alto Garda

giovedì 23 Luglio, 2026

Arco, anche l’ex astista Renato Dionisi contesta la decisione del Comune di disertare le premiazioni dei Mondiali di arrampicata: «Gli atleti non hanno colpe»

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«Non sono loro a bombardare città e sedere nei parlamenti: quando vuole mandare un messaggio, la politica li usa come francobolli»

«Parafrasando il titolo di un celebre film di Bud Spencer, Io sto con gli ippopotami, oggi mi viene spontaneo dire: Io sto con gli atleti». Così l’ex astista Renato Dionisi interviene nel dibattito nato dopo la decisione della giunta di Arco di non partecipare alle premiazioni dei Campionati Mondiali di arrampicata sportiva in segno di protesta per la presenza della delegazione israeliana.

Pur ribadendo che «le guerre sono tragedie» e che «i morti di Gaza, come quelli dell’Ucraina, meritano rispetto, dolore e memoria», Dionisi contesta l’idea che siano gli sportivi a dover sopportare le conseguenze di scelte politiche sulle quali non hanno alcuna responsabilità. «Da quando gli atleti sono diventati ambasciatori obbligatori delle colpe dei loro governi?», si chiede. «Non hanno bombardato città. Non hanno firmato invasioni. Non siedono nei parlamenti né nei consigli di guerra. Hanno fatto una sola scelta: allenarsi. Eppure, ancora una volta, sono loro a finire sul banco degli imputati».

L’ex campione di salto con l’asta richiama quindi i precedenti storici dei boicottaggi olimpici, da Mosca 1980 a Los Angeles 1984, osservando come, al mutare dei contesti politici, il risultato resti invariato: «Quando la politica vuole mandare un messaggio, usa gli atleti come francobolli». A suo giudizio, lo sport dovrebbe invece rappresentare uno spazio capace di sospendere le contrapposizioni tra gli Stati e riportare l’attenzione esclusivamente sulla sana competizione agonistica. Particolarmente critica è anche la sua valutazione della formula con cui spesso vengono motivate decisioni di questo tipo: «La nostra decisione non è contro gli atleti». Per Dionisi si tratta di un’affermazione contraddittoria, perché sono proprio gli sportivi a subirne gli effetti, sentendosi «respinti, umiliati e privati di un momento che dovrebbe appartenere soltanto allo sport».

Da qui l’ironica conclusione: «Un esercizio retorico degno di una medaglia d’oro. Non nell’arrampicata sportiva, naturalmente, ma nell’arrampicata sugli specchi». Secondo Dionisi, ad Arco è stata dunque persa l’occasione di riaffermare il valore universale dello sport. «Non quella di prendere posizione – ogni amministrazione ha il diritto di farlo –, ma quella di ricordare che lo sport esiste proprio per mettere una persona davanti a un’altra e dire: “Prima di essere israeliano, russo, italiano o ucraino, sei un atleta”». Il principio, conclude, dovrebbe essere uno solo: «Si giudicano i gesti, non i passaporti». La sua lettera aperta si chiude con un richiamo alla celebre canzone di Enzo Jannacci, «Vengo anch’io. No, tu no», e alla domanda contenuta in un altro brano simbolo degli anni Sessanta: «Ma che colpa abbiamo noi?». Una domanda che, secondo Dionisi, resta attuale ogni volta che a pagare il prezzo delle tensioni internazionali sono persone che appartentemente non c’entrano nulla e stanno solo perseguendo il proprio obiettivo.