Campi Liberi

martedì 25 Agosto, 2026

Anthony Fauci nel mirino Maga, l’analisi del fisico Battiston sulle quasi 500 mila parole dei diari: «Un processo alla scienza»

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Per il docente dell'Università di Trento la cronologia contraddice l’accusa secondo cui Fauci avrebbe conosciuto l’origine laboratoriale del Covid e organizzato un insabbiamento

Il 29 luglio Anthony Fauci, per quasi quarant’anni direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e consigliere scientifico degli Stati Uniti durante il Covid, prima con Trump e poi con Biden, è comparso davanti alla Commissione del Senato per la sicurezza interna. Convocato con un ordine di comparizione, ha letto una dichiarazione iniziale e poi, seguendo i suoi legali, ha ripetutamente invocato il Quinto Emendamento per non rilasciare dichiarazioni. Il 6 agosto la maggioranza repubblicana della Commissione lo ha accusato di oltraggio al congresso e il presidente Rand Paul ha trasmesso il dossier al Dipartimento di Giustizia.

Le accuse a Fauci
Occorre partire da un fatto elementare: Fauci non è stato incriminato né condannato. Si può discutere se abbia esteso troppo il diritto a non rispondere, soprattutto dopo il perdono preventivo concessogli da Joe Biden. Non si può però trasformare una garanzia costituzionale, quella di utilizzare il Quinto emendamento, in una confessione. Eppure l’audizione è stata costruita come l’ultimo atto di un verdetto politico già pronunciato: Fauci avrebbe finanziato la creazione del virus, occultato l’origine, mentito sulle mascherine, chiuso l’America e guadagnato grazie alla pandemia.

La mia verifica
Per verificare queste affermazioni ho analizzato il materiale disponibile nel cosiddetto archivio dei Fauci Diaries: 1.889 voci riferite a 1.803 giornate, circa 487mila parole, dal 2001 al febbraio 2025, oltre a email e documenti amministrativi. È un corpus straordinario, ma occorre ricordare che non è neutrale: un diario seleziona la realtà e l’archivio è presentato dalla maggioranza che conduce l’indagine. Non è una Bibbia per l’accusa o la difesa, ma consente di mettere alla prova le accuse che sono formulate.

Nessuna catena criminale
Bisogna separare ciò che Fauci scrisse da ciò che gli viene attribuito; le conoscenze di allora da quelle emerse dopo; le raccomandazioni scientifiche dalle decisioni politiche; la responsabilità amministrativa dall’intenzione criminale. Emerge così un Fauci diverso sia dal santo laico della pandemia sia dal criminale dipinto oggi: un funzionario competente e influente, talvolta troppo sicuro nella comunicazione, responsabile di errori e inserito in sistemi che in alcuni passaggi fallirono. Non emerge però assolutamente la catena criminale che gli viene attribuita.

I primi mesi del 2000
Percorriamo assieme questa documentazione. I primi mesi del 2020 sono decisivi. Il 26 gennaio Fauci annota che la possibile trasmissione da persone senza sintomi può cambiare la risposta sanitaria. Dubita dei dati cinesi e chiede verifiche dirette. Il 31 gennaio riceve la segnalazione di caratteristiche insolite del virus, compreso il sito di clivaggio della furina. Non liquida l’ipotesi di laboratorio come complottismo: chiede di riunire virologi e biologi evoluzionisti. Nella teleconferenza del primo febbraio alcuni propendono per l’evoluzione naturale, altri considerano possibili scenari legati ad attività di laboratorio. Il 6 febbraio non emergono prove chiare di ingegnerizzazione intenzionale, ma vengono raccomandate altre verifiche. Questa cronologia contraddice l’accusa secondo cui Fauci avrebbe conosciuto l’origine laboratoriale e organizzato un insabbiamento. Mostra una preoccupazione seria, una discussione fra specialisti e un cambiamento delle valutazioni. Nella scienza cambiare opinione non è una confessione: accade quando un’ipotesi incontra nuovi dati. Per dimostrare un complotto occorrerebbe provare che il cambiamento fu imposto da ordini, minacce o ricompense. I documenti pubblici non lo provano.

Le cause del Covid
Ciò non significa che la comunicazione fu impeccabile. L’articolo «The Proximal Origin of SARS-CoV-2», al quale Fauci non partecipò come autore ma la cui genesi contribuì ad avviare, offriva argomenti seri contro l’ingegnerizzazione intenzionale. Si spinse, però, troppo oltre nel presentare come implausibile qualunque scenario collegato a un laboratorio. Messaggi privati mostrano che alcuni autori conservarono dubbi maggiori di quelli espressi nel testo. Fauci partecipò alla discussione, ricevette almeno una bozza e citò pubblicamente il lavoro. Avrebbe dovuto chiarire il proprio ruolo e, ad esempio, la differenza tra «virus intenzionalmente costruito» e «virus uscito accidentalmente da un laboratorio». Trasparenza incompleta non significa però conoscenza segreta; comunicazione categorica non significa falsificazione deliberata.
Ancora oggi l’origine del SARS-CoV-2 non è stabilita definitivamente. Le prove favoriscono un passaggio tra specie, spillover, ma i dati cinesi mancanti non consentono di escludere un incidente di laboratorio. Non possiamo retrodatare al febbraio 2020 certezze che non possediamo neppure oggi.

Il caso EcoHealth
Il punto più vulnerabile riguarda forse la vicenda EcoHealth Alliance e la questione del potenziamento delle funzioni. Il Niaid diretto da Fauci finanziò EcoHealth nel 2015, che trasferì parte dei fondi al Wuhan Institute of Virology come previsto. Nel progetto furono costruiti coronavirus chimerici e alcuni mostrarono proprietà accresciute in topi transgenici con recettore umano ACE2. EcoHealth consegnò con quasi due anni di ritardo un rapporto; il NIH non lo sollecitò tempestivamente; i dati originali richiesti non furono mai messi a disposizione. È un grave fallimento di controllo della ricerca.
Anche la risposta data da Fauci al Congresso nel 2021 fu troppo assoluta. Quando disse che il NIH non aveva mai finanziato potenziamento delle funzioni a Wuhan, usava la definizione regolatoria ristretta, relativa a potenziali patogeni pandemici altamente trasmissibili e virulenti nell’uomo. Rand Paul usava invece il significato biologico generale: un esperimento che aumenta una funzione. Fauci avrebbe dovuto spiegare la distinzione, non rispondere con un «no» che sembrava negare qualunque aumento sperimentale. Fu una risposta tecnicamente difendibile nel quadro regolatorio, ma comunicativamente fuorviante.
Da questo però non discende che il progetto abbia creato SARS-CoV-2. I virus documentati sono troppo lontani filogeneticamente per esserne i progenitori diretti. Non è provato che Fauci abbia approvato i singoli esperimenti, conosciuto in anticipo i risultati o finanziato consapevolmente il virus pandemico. La sequenza accusatoria — controllo insufficiente, esperimento rischioso, creazione del Covid, conoscenza personale, occultamento, crimine — passa da fatti reali a conclusioni non dimostrate. È qui che un’inchiesta necessaria sulla biosicurezza diventa un processo politico per estrapolazione.

Mascherine e errori
Sulle mascherine Fauci commise degli errori. L’8 marzo 2020 disse che non vi era ragione perché una persona sana circolasse con una mascherina. Sapeva già che la trasmissione da persone senza sintomi era possibile, anche se non ne conosceva l’importanza quantitativa; sapeva inoltre che negli ospedali mancavano questi dispositivi. Mescolò l’incertezza sulla protezione individuale, la sottovalutazione del controllo della sorgente e la necessità di riservare le mascherine migliori ai sanitari. Ne uscì una formula paternalistica e troppo netta.

La correzione
Ma il diario registra la correzione. Il 30 marzo Fauci porta alla task force il problema delle particelle emesse parlando; il giorno successivo scrive che le autorità erano state troppo forti nel dire che le mascherine non funzionavano. Il 3 aprile il CDC cambia raccomandazione alla luce della trasmissione presintomatica. Questo non rende giusta la frase iniziale. Mostra però il meccanismo, imperfetto, con cui la scienza corregge se stessa. Per parlare di menzogna occorrerebbe provare che Fauci conoscesse già l’efficacia del mascheramento comunitario e volesse ingannare il pubblico. I diari mostrano invece incertezza, scarsità di materiali e cattiva comunicazione.

Le chiusure
Anche sulle restrizioni la lettura deve essere onesta. Fauci non fu marginale. Nei diari rivendica un ruolo nelle raccomandazioni sulla chiusura delle scuole di New York, di bar e ristoranti e nell’estensione delle misure federali. Nel marzo 2020, con test insufficienti, nessun vaccino, nessuna terapia specifica e ospedali a rischio, una riduzione drastica e temporanea dei contatti aveva una motivazione epidemiologica razionale, così come del resto fu fatto in Italia e in altri paesi. Ciò non significa che ogni misura successiva sia stata proporzionata, né che siano stati valutati adeguatamente i danni all’istruzione, alla salute mentale e alle diseguaglianze. Il campo visivo di Fauci era quello dell’infettivologo; spettava alla politica integrare gli altri interessi. Ma Fauci consigliava: non aveva il potere giuridico di chiudere gli Stati Uniti. Attribuirgli tutte le decisioni di presidenti, governatori, sindaci e autorità scolastiche significa costruire un capro espiatorio.

Nessun arricchimento
Persino il dossier sui premi, usato in audizione per dipingerlo come un uomo arricchitosi sui morti, racconta una storia diversa dalla corruzione. Fauci coltivava candidature a premi e personale del NIAID contribuì in un caso alla preparazione di un dossier per il Dan David Prize. È un comportamento discutibile per vanità, opportunità e uso di risorse pubbliche. Il premio principale, quasi 900 mila dollari, proveniva però da una fondazione privata, non da fondi Covid o dal NIAID. Fu sottoposto a una procedura etica formale che durò a lungo; altri premi in denaro per Fauci furono vietati perché gli enti erogatori avevano rapporti con l’istituto. Non vi è la prova di uno scambio di favori o di appropriazione di denaro pubblico. Accostare «un milione di morti» e «un milione di dollari» è un montaggio emotivo che può avere efficacia oratoria, non un nesso causale.
La trasparenza resta un dovere. David Morens, già consigliere del NIAID, ha appena ammesso di avere cospirato per sottrarre alcune mail alle regole federali di accesso agli atti. È un fatto grave. Ma Fauci non è accusato in quel procedimento: la responsabilità non è contagiosa per prossimità, deve essere individuale e provata.

Il ritratto finale di Fauci
Che cosa resta, dopo migliaia di pagine? Un ritratto di un Fauci non infallibile: ambizioso, consapevole del proprio ruolo, talvolta difensivo, troppo categorico su questioni incerte e responsabile, come direttore, di un sistema di supervisione che almeno in un caso fallì. Ma anche uno scienziato che riconobbe errori nei propri appunti, contestò modelli catastrofici quando li riteneva inadeguati, prese sul serio l’ipotesi di laboratorio e cercò di proteggere la popolazione del suo Paese in una crisi senza precedenti. Dai documenti emerge materia per critica, riforme e responsabilità amministrativa. Non emerge la prova che abbia creato il virus, conosciuto segretamente la sua origine o organizzato un inganno criminale.
Definire «sciacallaggio politico» ciò che sta accadendo non significa quindi sottrarre Fauci alle domande. Significa osservare il metodo con cui fatti parziali vengono selezionati, privati del contesto e collegati fino a produrre una colpa totale. L’errore diventa frode; la revisione di una raccomandazione diventa menzogna; l’influenza scientifica diventa potere dittatoriale; un premio autorizzato diventa tangente; il silenzio costituzionalmente protetto diventa confessione. È una tecnica di demolizione personale, non un controllo parlamentare equilibrato.

Il danno alla scienza
Il danno supera il destino di Fauci. Se chi serve lo Stato durante un’emergenza sa che anni dopo ogni esitazione o correzione potrà essere reinterpretata come indizio criminale da una maggioranza ostile, i migliori scienziati impareranno a tacere o a non entrare nelle istituzioni. La prossima crisi troverà governi più soli e cittadini ancora più diffidenti.
Una democrazia deve giudicare severamente i propri esperti. Deve pretendere dati accessibili, conflitti dichiarati, email conservate e decisioni motivate. Ma deve sapere distinguere l’errore dalla frode, la responsabilità amministrativa dal crimine, l’incertezza dalla menzogna. Le controversie scientifiche si risolvono con dati e confronto tra ipotesi; le responsabilità penali con prove, contraddittorio e giudici indipendenti. Quando la politica decide prima la colpa e poi cerca nei documenti frammenti utili a sostenerla, non difende la verità: la sostituisce con una narrazione.

Il metodo Galileo
I nuovi Bellarmino possono vincere un’audizione. Ma il futuro delle democrazie dipende ancora dal metodo di Galileo: osservare, dubitare, correggere, distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo. Difenderlo non significa assolvere ogni scelta di Fauci, ma preservare la possibilità che domani uno scienziato competente metta il proprio sapere al servizio dell’interesse pubblico.

* Professore ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Trento

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