Rovereto

martedì 9 Giugno, 2026

Addio allo storico pellettiere Fulvio Dalbosco, la moglie Catia: «Aveva una vitalità unica, piaceva a tutti»

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Aveva 87 anni. Il funerale domani sera

Era più di un bravissimo artigiano, più del geniale facitore di idee che tutti conoscono, sempre alla ricerca di soluzioni per l’irrisolvibile; più dell’artista creativo e persino più dell’uomo solidale, generoso, sorridente che, asserragliato nel laboratorio coi calendari spinti, aveva saputo assegnare al mondo i ritmi della sua anima, con allegria. Fulvio Dalbosco, titolare della pelletteria di Viale Vittoria, a Borgo Sacco, è venuto a mancare domenica sera, a 87 anni, lasciando costernata non solo la famiglia (che solamente nello scorso dicembre era venuta a conoscenza della gravità delle sue condizioni, vivendo assieme a lui il rapido precipitare della situazione) ma l’intera collettività, presa letteralmente di sorpresa. Grande lavoratore, lo si è visto chino sulle macchine da cucire del suo laboratorio fino all’ultimo perché tra le pelli da sagomare che profumavano l’aria, c’era la sua vita.

Gioviale esploratore dall’aria eternamente giovane, per principio non si negava mai alle seccature sempre in agguato, incapace solo di una cosa: dire di no. E in lui la comunità ha trovato radice e braccia e cuore, la possibilità di riconoscere l’insuperabile nobiltà e la sottile intelligenza di chi, semplicemente, è nato buono.

Lo scorso 2 maggio aveva festeggiato i 62 anni di matrimonio con la sua Catia: «Aveva deciso che saremmo finalmente andati al mare; per ben due volte si era rotto il ginocchio, pur di non farmi contenta», cerca di sorridere questa moglie innamoratissima che per sposarselo era venuta da Milano: «Fulvio piaceva a tutti, era molto avanti di testa, aveva grande senso della libertà; io e lui eravamo un’unica cosa, a volte eravamo come Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, io contestavo la sua eccessiva prodigalità, ma c’era grandissimo rispetto tra noi. Invecchiando aveva sviluppato ancora più il desiderio di sentirsi utile e… io lo immaginavo qui a cucire e incollare pelli fino a cento anni e più, perché aveva una vitalità unica».

Era nato ad Albaredo, in Vallarsa, su un tavolo di cucina come spesso succedeva un tempo. Figlio di ferroviere aveva imparato l’arte della pelletteria presso gli Artigianelli di Trento che gli avevano presto affidato la rilegatura in pelle e oro dei libri del vescovo.
A 18 anni, supportato dal padre, aprì il negozio in Viale Vittoria in quella che era stata una chiesa, sconsacrata. Inizialmente si diede alla calzoleria, ma ben presto iniziò a produrre le prime borse, cartelle, doctor’s bags, cinture, portafogli, copri sedie e tutto ciò che un cliente gli poteva chiedere.

L’artigiano dal cuore d’oro ha pensato a lavorare fino all’ultimo per passione, anche quando il dolore si era fatto più acuto, e certo il pensiero che, ormai, non sarebbe più partito per la vacanza al mare che aveva promesso alla famiglia. Ma fino all’ultimo ha voluto seguire colei che ha pienamente ereditato la sua abilità, la figlia Colette (l’altra figlia, Ketti, gestisce il bar accanto alla pelletteria): 35 anni di lavoro al suo fianco, una simbiosi perfetta: stessa inventiva, stessa grande manualità e voglia di sentirsi utile agli altri, stessa passione per l’associazionismo e il lavoro nel sociale.

«Papà era dappertutto, nell’Associazione Ferrovieri, Marinai, Alpini, senza essere mai stato ferroviere, marinaio o alpino, era volontario a Malga Tof, come tutta la mia famiglia, e tra i fondatori della prima “zatterada” – dice Colette che da 20 anni è nel direttivo de “Il Borgo e il suo Fiume” – Ha concluso i suoi giorni insegnandomi ciò che non sapevo fare. In un mese ho dovuto imparare a tagliare e assemblare sedili e selle. La manualità c’era, ho sempre realizzato giacche e borsette, ma si trattava di imparare procedure diverse su una macchina da cucire diversa. Lui guardava, correggeva, mi faceva rifare, finché ha potuto dirmi «Perfetto!». Andavo avanti e indietro dal laboratorio al suo letto e lui, come sempre, mi incoraggiava, perché mi ha sempre detto di non avere paura di niente, che ce l’avrei fatta, che le cose sarebbero sempre andate bene, sin da quando mi portava in cima alla pista da sci, sport che non amavo, e lì mi lasciava, certo della mia intraprendenza. L’ultima cosa che mi ha detto venerdì mattina, mentre facevamo colazione e gli davo le medicine, è stata “Quando vai giù a lavorare?”. In laboratorio noi ci siamo anche divertiti, mi diceva che lui non doveva insegnarmi nulla perché ero io a dover «rubare con gli occhi» i segreti. Ma in quest’ultimo periodo della sua vita mi ha proprio fatto scuola».

Ora l’immagine di giallo soffusa di Fulvio sorride divertita come un tempo dal manifesto funebre (funerale fissato per mercoledì 10, alle 18, nella Chiesa di Borgo Sacco) e mai necrologio fu più azzeccato, per il divertente gioco semantico che vi campeggia, «Resteremo amici per la pelle», specchio dell’innata allegria con cui mescolava lavoro e amicizia, a cui fa da cornice l’aria furbetta con cui ammicca dal manifesto, quasi a dire che di un semplice arrivederci in verità si tratta.