Il lutto
venerdì 29 Maggio, 2026
Addio a Bruno Dalprà: lo storico panettiere di Trento aveva 88 anni
di Patrizia Rapposelli
Sabato il funerale. Il figlio Luca: «Mi ha insegnato tanto, ripeteva sempre di non avere fretta»
«Diceva “Non avere fretta. È l’ingrediente per fare un buon pane”. Mio padre è stato un grande lavoratore, un panificatore d’eccellenza: mi ha insegnato tanto». Si è spento Bruno Dalprà, 88 anni, lo storico panettiere di Trento, maestro artigiano esperto. Il suo panificio lungo il Fersina, in viale Rovereto, ora gestito dal figlio Luca, è da sempre un riferimento per la città. Non solo per il pane. Ma per la vita che gli passa accanto da quasi un secolo.
Dopo le discoteche, a notte fonda, c’è chi si ferma per un cornetto caldo o una pizzetta. E ci sono i turni finiti dei soccorritori, dei carabinieri e dei vigili del fuoco. Una tappa silenziosa. Un rito. Poi, però ci sono anche le botteghe Dalprà anche in via san Pio X, in via Verdi, via Scopoli e in via Santa Croce. «Abbiamo mantenuto la tradizione — racconta Luca — Mio padre mi ha insegnato tanto. Oltre a fare il pane, mi ha trasmesso il valore del dovere e dell’impegno. Il significato di serietà e disciplina».
Bruno ha iniziato a lavorare molto presto. A 14 anni. Quando suo padre, Riccardo, tornato dalla guerra nel 1936 ha aperto l’attività. «Gli ha trasmesso l’amore per la produzione del pane. Per la farina e tutto quel procedimento che c’è dietro alla lievitazione — ricorda — Mio padre e i suoi fratelli, però, avevano un amore innato perché hanno accolto il mestiere con naturalezza. Così come ho fatto io». Dal 1971 Bruno e i suoi fratelli hanno portato avanti quella tradizione. Un sapere artigiano che è diventato identità. Pane, dolci da forno, ricette tramandate: lo zelten, il panettone, la colomba, lo strudel. Ma soprattutto un’idea precisa di lavoro. Concreto. Essenziale. E Bruno è stato un concentrato di tutti queste cose. «Un uomo di fatti — sorride nostalgico il figlio — Uno che non si è mai tirato indietro. Mi ha insegnato la serietà. L’onestà. E anche a non dare nulla per scontato. A cercare sempre una soluzione, senza perdere la calma». La vita di Bruno si è divisa tra la famiglia e il forno. E, poi, c’era quel passatempo. «Amava costruire aereomodelli — racconta — Non aveva tempo di farli volare, così li regalava ai suoi amici». La verità è che per il panettiere storico avere le mani impolverate di farina era la «cosa più bella del mondo».
Una passione che cercava di trasmettere. «Ha tenuto i corsi per la scuola alberghiera — continua — Io ho imparato tutto da lui. Mi ripeteva di non avere fretta, di rispettare i tempi di lievitazione e la cottura». E a ricordarlo c’è anche Emanuela Morandini, la storica commessa: «Era un mito. Ho lavorato accanto a Bruno per ventiquattro anni — dice con la voce spezzata — Per me è stato un secondo padre. Ha creduto in me quando c’era chi non lo faceva. Mi ha cresciuta». Bruno era malato da tempo, ma fino a febbraio ha continuato ad andare nella sua bottega. «C’è sempre stato. Una presenza gentile e disponibile — racconta ancora — Mancherà tanto. Non ha mai smesso di dare consigli, di essere gentile e spiegare ai clienti l’arte bianca. Io ho solo provato a fare qualche torta, ma i suoi ingredienti segreti li porterò con me».
Bruno resterà l’anima del panificio lungo il Fersina. Un luogo dove il lavoro artigiano ha incontrato la città. Dove la tradizione non è mai stata parola vuota, ma gesto quotidiano. E dove generazioni di giovani si sono fermate, anche solo per un passaggio veloce, prima di tornare a casa con il profumo del pane ancora addosso. Sabato alle 10 si terranno i funerali nella chiesa del cimitero di Trento.
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